Al tavolo di Henri Toulouse-Lautrec
Questo episodio apre una serie di ventidue incontri immaginari tra vivi e defunti, reali e inventati.
Sono conversazioni nate dal desiderio di capire come le idee si reincarnino, di secolo in secolo, nelle nostre voci e nei nostri corpi.
Ogni capitolo convoca un piccolo gruppo di “spettri” – pensatori, artisti, mistici – che discutono ciò che sfugge ai confini delle discipline: la coscienza, la fede, la materia, il desiderio.
I nomi che compaiono qui torneranno, mutati e risonanti, negli episodi successivi. È un esperimento di teologia narrativa, o forse solo un modo per dire che il pensiero non muore mai del tutto.
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Firenze, tardo pomeriggio. Il sole si sfalda sulle pietre calde del Museo degli Innocenti, mentre il cielo sfuma in un affresco sbiadito di viole a fondo oro.
Torno qui dopo un lungo anno di esilio dalla madrepatria, nel luogo dove avevo frequentato l’asilo nido, con il mio amico Adnane – voce gentile del dialogo islamo-cristiano e viaggiatore delle frontiere spirituali.
La nostra idea era di visitare la mostra su Henri de Toulouse-Lautrec e sognare le opulenze creative della Parigi di fine Ottocento; ma terminata l’esplorazione ci fermiamo al Caffè del Verone, per ammirare dai suoi tavoli il paesaggio fiorentino di cupole e tegole rosse.
Non appena ci sediamo, un cameriere con un sorriso d’altri tempi insiste per servirci due bicchieri di assenzio, à la Montmartre.
Ed è allora che, a passo baldanzoso, entra nel caffè Rupert Sheldrake, il biologo “eretico” che ha teorizzato i campi morfici, in giacca di lino chiaro e con un’aria assorta da naturalista in vacanza. Ci riconosce e ci saluta con gioia, unendosi a noi al tavolo.
Poco dopo, senza che nessuno capisca come, cominciano ad apparire altri ospiti.
Primo fra tutti compare Henri de Toulouse-Lautrec in persona, con in mano il suo bastone lucido e in bocca un sigaro mezzo spento; un passo indietro, lo segue Fazlur Rahman, uno dei più grandi teologi musulmani del Novecento, pacato come sa essere chi ha fatto pace sia con la ragione che con la fede.
Alla destra del nostro tavolo si delinea il profilo di Julian Jaynes, lo psicologo di Princeton che ipotizzò la mente bicamerale e le voci divine come residui di un cervello ancora diviso; mentre a sinistra si schierano gli spettri di Gilles Deleuze e Félix Guattari, i due filosofi francesi del desiderio come macchina, inseparabili come i Dioscuri; e infine, qualche passo più distante, intravedo l’antropologo singalese Gananath Obeyesekere, studioso della mente religiosa e del mito della razionalità occidentale.
Il bar, ormai, non è più un bar: è una soglia tra mondi, sospesa tra il visibile e l’immaginato.
Ed ecco che Lautrec (e chi, sennò?) batte il bicchiere sul tavolo, come per dare il via a un piccolo rito conviviale:
«E allora, miei cari,» dice con un mezzo sorriso, «quando vediamo troppo, è la mente che trabocca o il mondo che ci invade?»
Fazlur Rahman apre la bocca per rispondere, ma Sheldrake — con la passione gentile dell’uomo curioso, e l’invadenza tipica del ricercatore anglosassone — lo precede. Rahman gli fa un cenno con la mano, quasi a invitarlo: “Prego, comincia pure tu.”
Sheldrake appoggia la tazzina sul piattino, con quel gesto deciso di chi sta per dire qualcosa che gli preme. Gli occhi sono chiari e inquieti, e guizzano rapidi da un interlocutore all’altro, come a cercare il modo giusto di entrare in una conversazione già in corso da secoli.
«Direi che entrambe le prospettive sono valide» dice, con il tipico accento anglobecero degli inglesi residenti a Firenze, «questo è esattamente quello che cerco di dire da anni con la mia idea dei campi morfici. La mente individuale non crea il messaggio, piuttosto lo sintonizza. È come un diapason che vibra alla frequenza di un campo più ampio. Il problema è che noi moderni abbiamo tagliato il filo, convincendoci di essere solo cervello, solo sinapsi.»
Fa una pausa, sorride, e poi aggiunge:
«E invece, se Dio parla filtrandosi attraverso la mente umana, come suggerisce il caro Fazlur riguardo al Profeta Muhammad, allora ogni mente è un’antenna. Un’antenna più o meno pulita, più o meno deformata dalle sue paure, dal suo linguaggio, dal suo corpo. Io lo chiamerei un fenomeno di risonanza morfica: il divino non ci parla a parole, ma come un’eco che attraversa le nostre forme viventi.»
Si appoggia allo schienale, e il suo tono si fa più colloquiale:
«E qui, credo, arriva il difficile: capire quando l’eco di una voce divina è autentica e quando è solo un ritorno del nostro rumore interiore.»
Poi, con un sorrisetto ironico, guarda il suo bicchiere di vino:
«Anche questo aiuta, a volte. Non a tacere, ma a sintonizzarsi.»
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Le parole di Sheldrake si dissolvono tra il fumo del caffè e i riflessi rossi del vino nel bicchiere.
Tra gli astanti cade un momento di silenzio, poi una risata limpida taglia l’aria.
Ci giriamo tutti: Lou von Salomé è comparsa sulla soglia del caffè, avvolta in un cappotto color malva, il viso acceso da un’ironia che non chiede permesso a nessuno.
Figlia ribelle della Russia zarista, filosofa, scrittrice e musa di Nietzsche, Rilke e Freud, Lou porta con sé l’energia inquieta di chi ha amato pensare col corpo e desiderare con la mente. È lo spettro più vivo che gli Innocenti potessero evocare: il suo passo è un lampo, la sua voce un’eresia gentile.
«Ah, voi uomini!» comincia,
«Siete sempre lì a parlare del divino come di una forza astratta, che il corpo non farebbe che traviare!» esclama, poggiando con decisione la borsetta su una sedia vuota. «Io dico che il problema è che pensate troppo e sentite troppo poco. Dio si manifesta in ogni corpo che si svuota bene e ride di gusto. Altro che trascendenza.»
Ci guarda uno per uno, poi punta me con un mezzo sorriso complice.
«Margherita, mi pare che tu lo sappia già… quando si è a posto con il proprio corpo, si caga meglio e si sta meno in ansia. Il corpo non mente. Il corpo è il primo profeta, quello che Mosè e Freud si sono dimenticati di portarsi dietro scendendo dal monte.»
Sheldrake arrossisce un po’, Adnane trattiene una risata. Lou continua, spietata e tenera insieme:
«Pensarsi scimmia è infinitamente più accurato che pensarsi libera. Ma le due cose non si escludono, no. Si può essere scimmie e libere allo stesso tempo — purché si smetta di credere che la libertà consista nel negare la propria animalità. Le bonobo lo sanno meglio di noi, con il loro potere di trasformare la tensione in piacere, la gerarchia in gioco, la paura in contatto.»
Si versa un po’ di vino nel bicchiere di Sheldrake, senza chiedere:
«Caparezza aveva ragione, quando cantava Bonobo power. Il divino è lì, nel cortocircuito tra istinto e intelligenza. Non nel misticismo sterile, né nel riduzionismo biologico. Appare quando il corpo impara a ridere di sé stesso, e l’anima smette di fingere di non avere orifizi.»
Infine si siede accanto a me, accavallando le gambe:
«Dunque, miei cari profeti e filosofi, se volete parlare con Dio, cominciate dal basso ventre. È da lì che parte la risalita.»
Lou finisce appena di parlare — e non si capisce se le sue parole siano da intendersi come un aforisma o una provocazione — quando Adnane si schiarisce la voce.
«Io… credo che mi servirà un po’ di tempo per digerire questa idea delle scimmie pensanti,» dice, accennando un sorriso senza malizia. «Margherita, ci sentiamo, o magari ci vediamo in giro. Ma ci penso, eh — davvero ci penso.»
Rahman si alza anche lui, con la grazia assorta di chi non sa se stia lasciando una conversazione o un’epoca.
«A volte,» mormora, «la teologia comincia proprio da un gesto animale. È una buona serata per meditare.»
Le loro due figure si allontanano insieme verso le scale, le sagome assorbite dall’oro liquido del tramonto.
Lou li segue con lo sguardo, poi si volta verso me e Sheldrake.
«Gli uomini seri,» dice piano, «scappano sempre dopo che una donna ha parlato troppo chiaramente del corpo.»
Si accende una sigaretta — o forse la sta solo immaginando, perché il fumo non lascia traccia nell’aria— e aggiunge:
«Ma non preoccupatevi. Tornano sempre, quando capiscono che era solo la vita a fare filosofia, non noi.»
Sheldrake ride sommessamente, un riso di laboratorio che si arrende per un attimo alla poesia.
La terrazza si svuota piano, le voci si spengono come candele al vento. Rimango sola con Lou e Sheldrake, ma anche loro appaiono ormai già altrove: lei in un passato che non vuole smettere di parlare, lui in un futuro che cerca di tradurre la realtà in dati.
«È davvero una buona serata per meditare,» aveva detto Rahman.
E lo è davvero.
Avevo un invito per più tardi, un incontro dal titolo misterioso — La gnosi universale. Dicevano che si sarebbe parlato di San Francesco, ma già so che, in questi tempi di soglie e apparizioni, nessun santo resta mai soltanto nel suo secolo.
Così raccolgo il quaderno, saluto gli spettri rimasti — o forse sono rimasta sola ad aspettare — e mi incammino verso la notte, pronta a vedere chi sarebbe venuto a parlarmi stavolta, mentre nel buio, una voce distorta continua a cantare:
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