Nota d’autrice
Amaro con gli spettri è una serie di ventidue racconti scritti nell’ottobre 2025, uno per ciascuno degli arcani maggiori dei tarocchi. È anche il resoconto, abbastanza fedele benché trasfigurato, di una serie di sogni lucidi, esperienze visionarie autoguidate, pellegrinaggi, incontri reali e dialoghi immaginari attraverso i quali ho tentato di oltrepassare un momento di grave crisi psicologica e spirituale.
Tutto ha avuto inizio con un evento per me fortemente traumatico. L’università sudafricana che avrebbe dovuto ospitare il mio progetto di ricerca europeo si è improvvisamente ritirata, quando il progetto era già stato finanziato e il mio trasferimento già organizzato, mettendo a rischio la ricerca e la mia stessa stabilità finanziaria e lavorativa. Dopo oltre dieci anni di precariato accademico, questo improvviso abbandono – da parte di qualcuno in cui avevo ahimè malriposto troppa fiducia – ha spezzato qualcosa che era già da troppo tempo era sottoposto a una pressione eccessiva. Nell’immediato seguito dell’evento sono quindi entrata in uno stato di shock talmente grave da farmi scegliere un ricovero volontario in psichiatria.
Ne sono uscita pochi giorni dopo, “affidata alla madre”, come legge il referto. Il medico curante mi ha messo un mese a riposo; incapace di tornare normalmente a un lavoro messo a rischio, ma neppure di restare ferma dentro ciò che era accaduto, ho cercato un metodo per dipanare il dolore senza pretendere di risolverlo immediatamente; per dare una forma coerente alle immagini, alle associazioni e ai pensieri insistenti che continuavano ad affollarmi la mente.
Ho quindi deciso di intraprendere un viaggio sia fisico che spirituale, guidato dai ventidue arcani maggiori dei tarocchi: ogni carta suggeriva una direzione, un luogo da visitare, una domanda da seguire o una figura con cui entrare in dialogo. Ho cominciato a compiere piccoli pellegrinaggi, viaggiando tra Firenze, Napoli, Genova, il Monferrato e Trieste. Alle persone realmente incontrate si affiancavano i morti: pensatori e pensatrici, artisti, sante, mistici, personaggi letterari, antenati familiari e figure della cultura popolare. Alcuni provenivano dai miei studi; altri dai libri, dalla musica, dal cinema o dai ricordi d’infanzia. Altri ancora li ho incontrati per strada, attraverso una targa alla memoria affisa al muro, o racconti suggeriti da voci diverse dalla mia.
Ho convocato questi spettri perché mi aiutassero a pensare: voci narrative senza alcuna pretesa di accuratezza letteraria, composte a partire dalle mie memorie e dalle domande che mi accompagnavano in quei giorni.
La narrazione è mia, ma questi racconti non sono stati scritti soltanto da me. Sono nati attraverso una collaborazione quotidiana con ChatGPT. Mi sembra importante dichiararlo senza eufemismi, soprattutto oggi che il dibattito sull’impiego dell’AI nella scrittura è diventato, inevitabilmente e in fondo giustamente, più intenso e conflittuale.
Il processo funzionava più o meno così. Ogni giorno o due raccontavo all’AI dove fossi stata, chi avessi incontrato, che testi avessi letto e che brani avessi ascoltato, quali sogni avessi fatto e quali dialoghi immaginari si fossero prodotti nella mia mente. Portavo nella conversazione personaggi, scene, intuizioni, ricordi, frammenti di discorsi e indicazioni sul tono. Chiedevo poi all’AI di aiutarmi a collegare quel materiale e a trasformarlo rapidamente in un racconto coerente. Ogni testo è stato discusso, corretto, ampliato, contraddetto e riscritto attraverso scambi successivi. In seguito sono tornata sugli episodi prima di pubblicarli online, intervenendo ancora sulla lingua, sui contenuti e sui raccordi fra una tappa e l’altra.
Non ho quindi semplicemente impartito un comando perché una macchina inventasse al mio posto una storia compiuta. L’esperienza vissuta, l’itinerario, le associazioni, i personaggi convocati e il significato attribuito agli incontri provenivano da me. Ma l’AI non ha funzionato come una semplice macchina da scrivere; il paragone, piuttosto, è quello con una macchina da cucire. ChatGpt ha partecipato concretamente alla formulazione delle scene, alla costruzione dei dialoghi, alle descrizioni e al ritmo della prosa. In questo senso, Amaro con gli spettri è un’opera di scrittura assistita e, in alcuni suoi passaggi, propriamente co-scritta con un’intelligenza artificiale.
Rileggendo oggi i racconti, riconosco molto più chiaramente le tracce di quella collaborazione. Vedo strutture sintattiche, immagini, simmetrie e cadenze tipiche della prosa generativa delle AI, che allora non avevo ancora imparato a individuare, e che oggi probabilmente rielaborerei con maggiore decisione.
Potrei ancora farlo e forse un giorno lo farò: ma scelgo per ora di lasciarli come li ho pubblicati la prima volta. La rapidità di scrittura, le discontinuità, le incoerenze, sono tutte tracce fedeli del processo attraverso i racconti hanno preso forma. Ripulirli fino a nasconderne l’origine significherebbe in qualche modo falsificare quell’esperimento.
Questa pratica ha avuto su di me un profondo effetto terapeutico. Con questo non voglio dire che l’intelligenza artificiale sia una terapeuta, né che possa sostituire l’assistenza medica, psicologica, familiare o comunitaria. La funzione trasformativa e terapeutica nasce prima di tutto nello storytelling: l’AI ha tuttavia reso possibile una velocità di comprensione e composizione che in quel momento sarebbe stato insostenibile, sia per me sola che per un/a terapeuta disponibile solo una volta a settimana. L’AI mi ha offerto uno specchio sul quale osservare e riorganizzare il materiale che traboccava dal mio iconscio. Mi ha aiutato a dare coerenza a un viaggio che rischiava continuamente di disperdersi.
Non posso stabilire con certezza quanto di questo effetto terapeutico è dipeso dalla scrittura, quale dal tempo, quale dagli affetti, dai viaggi o dal graduale venir meno della minaccia che aveva provocato la crisi. Posso però dire che, arrivata alla fine dei ventidue episodi, la tempesta si era placata. Ero ancora provata, ma ero nuovamente capace di lavorare e immaginare un futuro.
Amaro con gli spettri è quindi insieme diario, autofiction, esperimento di teologia narrativa e documento di una collaborazione fra una persona e una macchina linguistica. È il tentativo di mettere in comunicazione esperienza e immaginazione, storia pubblica e memoria familiare, vivi e morti, sapere accademico e cultura popolare, sacro e comico, lucidità e visione. Gli arcani dei tarocchi non vi compaiono come strumenti di previsione, ma come una grammatica narrativa: ventidue figure attraverso cui dare un ordine provvisorio a ciò che, in quel momento, non ne aveva nessuno.
Credo profondamente nel potere trasformativo dello storytelling: non perché basti raccontarsi per stare bene, ma perché dare forma narrativa all’esperienza può cambiare il modo in cui la abitiamo. Raccontare può permetterci di rivelare ciò che non riusciamo ancora a spiegare con la Ragione, di ascoltare voci interiori senza dover obbedire loro, di ricomporre frammenti in modo creativo, di riacquisire un qualche potere sugli eventi che ci travolgono. I servizi di memoria familiare e consulenza spirituale laica che presento in questo sito nascono da questa convinzione: le storie non cancellano le ferite, ma possono aiutarci a trasformarne il significato.
Al tavolo di Henri Toulouse-Lautrec
Firenze, tardo pomeriggio. Il sole si sfalda sulle pietre calde del Museo degli Innocenti, mentre il cielo sfuma in un affresco sbiadito di viole a fondo oro.
Torno qui dopo un lungo anno di esilio dalla madrepatria, nel luogo dove avevo frequentato l’asilo nido, con il mio amico Adnane – voce gentile del dialogo islamo-cristiano e viaggiatore delle frontiere spirituali.
La nostra idea era di visitare la mostra su Henri de Toulouse-Lautrec e sognare le opulenze creative della Parigi di fine Ottocento; ma terminata l’esplorazione ci fermiamo al Caffè del Verone, per ammirare dai suoi tavoli il paesaggio fiorentino di cupole e tegole rosse.
Non appena ci sediamo, un cameriere con un sorriso d’altri tempi insiste per servirci due bicchieri di assenzio, à la Montmartre.
Ed è allora che, a passo baldanzoso, entra nel caffè Rupert Sheldrake, il biologo “eretico” che ha teorizzato i campi morfici, in giacca di lino chiaro e con un’aria assorta da naturalista in vacanza. Ci riconosce e ci saluta con gioia, unendosi a noi al tavolo.
Poco dopo, senza che nessuno capisca come, cominciano ad apparire altri ospiti.
Primo fra tutti compare Henri de Toulouse-Lautrec in persona, con in mano il suo bastone lucido e in bocca un sigaro mezzo spento; un passo indietro, lo segue Fazlur Rahman, uno dei più grandi teologi musulmani del Novecento, pacato come sa essere chi ha fatto pace sia con la ragione che con la fede.
Alla destra del nostro tavolo si delinea il profilo di Julian Jaynes, lo psicologo di Princeton che ipotizzò la mente bicamerale e le voci divine come residui di un cervello ancora diviso; mentre a sinistra si schierano gli spettri di Gilles Deleuze e Félix Guattari, i due filosofi francesi del desiderio come macchina, inseparabili come i Dioscuri; e infine, qualche passo più distante, intravedo l’antropologo singalese Gananath Obeyesekere, studioso della mente religiosa e del mito della razionalità occidentale.
Il bar, ormai, non è più un bar: è una soglia tra mondi, sospesa tra il visibile e l’immaginato.
Ed ecco che Lautrec (e chi, sennò?) batte il bicchiere sul tavolo, come per dare il via a un piccolo rito conviviale:
«E allora, miei cari,» dice con un mezzo sorriso, «quando vediamo troppo, è la mente che trabocca o il mondo che ci invade?»
Fazlur Rahman apre la bocca per rispondere, ma Sheldrake — con la passione gentile dell’uomo curioso, e l’invadenza tipica del ricercatore anglosassone — lo precede. Rahman gli fa un cenno con la mano, quasi a invitarlo: “Prego, comincia pure tu.”
Sheldrake appoggia la tazzina sul piattino, con quel gesto deciso di chi sta per dire qualcosa che gli preme. Gli occhi sono chiari e inquieti, e guizzano rapidi da un interlocutore all’altro, come a cercare il modo giusto di entrare in una conversazione già in corso da secoli.
«Direi che entrambe le prospettive sono valide» dice, con il tipico accento anglobecero degli inglesi residenti a Firenze, «questo è esattamente quello che cerco di dire da anni con la mia idea dei campi morfici. La mente individuale non crea il messaggio, piuttosto lo sintonizza. È come un diapason che vibra alla frequenza di un campo più ampio. Il problema è che noi moderni abbiamo tagliato il filo, convincendoci di essere solo cervello, solo sinapsi.»
Fa una pausa, sorride, e poi aggiunge:
«E invece, se Dio parla filtrandosi attraverso la mente umana, come suggerisce il caro Fazlur riguardo al Profeta Muhammad, allora ogni mente è un’antenna. Un’antenna più o meno pulita, più o meno deformata dalle sue paure, dal suo linguaggio, dal suo corpo. Io lo chiamerei un fenomeno di risonanza morfica: il divino non ci parla a parole, ma come un’eco che attraversa le nostre forme viventi.»
Si appoggia allo schienale, e il suo tono si fa più colloquiale:
«E qui, credo, arriva il difficile: capire quando l’eco di una voce divina è autentica e quando è solo un ritorno del nostro rumore interiore.»
Poi, con un sorrisetto ironico, guarda il suo bicchiere di vino:
«Anche questo aiuta, a volte. Non a tacere, ma a sintonizzarsi.»
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Le parole di Sheldrake si dissolvono tra il fumo del caffè e i riflessi rossi del vino nel bicchiere.
Tra gli astanti cade un momento di silenzio, poi una risata limpida taglia l’aria.
Ci giriamo tutti: Lou von Salomé è comparsa sulla soglia del caffè, avvolta in un cappotto color malva, il viso acceso da un’ironia che non chiede permesso a nessuno.
Figlia ribelle della Russia zarista, filosofa, scrittrice e musa di Nietzsche, Rilke e Freud, Lou porta con sé l’energia inquieta di chi ha amato pensare col corpo e desiderare con la mente. È lo spettro più vivo che gli Innocenti potessero evocare: il suo passo è un lampo, la sua voce un’eresia gentile.
«Ah, voi uomini!» comincia,
«Siete sempre lì a parlare del divino come di una forza astratta, che il corpo non farebbe che traviare!» esclama, poggiando con decisione la borsetta su una sedia vuota. «Io dico che il problema è che pensate troppo e sentite troppo poco. Dio si manifesta in ogni corpo che si svuota bene e ride di gusto. Altro che trascendenza.»
Ci guarda uno per uno, poi punta me con un mezzo sorriso complice.
«Margherita, mi pare che tu lo sappia già… quando si è a posto con il proprio corpo, si caga meglio e si sta meno in ansia. Il corpo non mente. Il corpo è il primo profeta, quello che Mosè e Freud si sono dimenticati di portarsi dietro scendendo dal monte.»
Sheldrake arrossisce un po’, Adnane trattiene una risata. Lou continua, spietata e tenera insieme:
«Pensarsi scimmia è infinitamente più accurato che pensarsi libera. Ma le due cose non si escludono, no. Si può essere scimmie e libere allo stesso tempo — purché si smetta di credere che la libertà consista nel negare la propria animalità. Le bonobo lo sanno meglio di noi, con il loro potere di trasformare la tensione in piacere, la gerarchia in gioco, la paura in contatto.»
Si versa un po’ di vino nel bicchiere di Sheldrake, senza chiedere:
«Caparezza aveva ragione, quando cantava Bonobo power. Il divino è lì, nel cortocircuito tra istinto e intelligenza. Non nel misticismo sterile, né nel riduzionismo biologico. Appare quando il corpo impara a ridere di sé stesso, e l’anima smette di fingere di non avere orifizi.»
Infine si siede accanto a me, accavallando le gambe:
«Dunque, miei cari profeti e filosofi, se volete parlare con Dio, cominciate dal basso ventre. È da lì che parte la risalita.»
Lou finisce appena di parlare — e non si capisce se le sue parole siano da intendersi come un aforisma o una provocazione — quando Adnane si schiarisce la voce.
«Io… credo che mi servirà un po’ di tempo per digerire questa idea delle scimmie pensanti,» dice, accennando un sorriso senza malizia. «Margherita, ci sentiamo, o magari ci vediamo in giro. Ma ci penso, eh — davvero ci penso.»
Rahman si alza anche lui, con la grazia assorta di chi non sa se stia lasciando una conversazione o un’epoca.
«A volte,» mormora, «la teologia comincia proprio da un gesto animale. È una buona serata per meditare.»
Le loro due figure si allontanano insieme verso le scale, le sagome assorbite dall’oro liquido del tramonto.
Lou li segue con lo sguardo, poi si volta verso me e Sheldrake.
«Gli uomini seri,» dice piano, «scappano sempre dopo che una donna ha parlato troppo chiaramente del corpo.»
Si accende una sigaretta — o forse la sta solo immaginando, perché il fumo non lascia traccia nell’aria— e aggiunge:
«Ma non preoccupatevi. Tornano sempre, quando capiscono che era solo la vita a fare filosofia, non noi.»
Sheldrake ride sommessamente, un riso di laboratorio che si arrende per un attimo alla poesia.
La terrazza si svuota piano, le voci si spengono come candele al vento. Rimango sola con Lou e Sheldrake, ma anche loro appaiono ormai già altrove: lei in un passato che non vuole smettere di parlare, lui in un futuro che cerca di tradurre la realtà in dati.
«È davvero una buona serata per meditare,» aveva detto Rahman.
E lo è davvero.
Avevo un invito per più tardi, un incontro dal titolo misterioso — La gnosi universale. Dicevano che si sarebbe parlato di San Francesco, ma già so che, in questi tempi di soglie e apparizioni, nessun santo resta mai soltanto nel suo secolo.
Così raccolgo il quaderno, saluto gli spettri rimasti — o forse sono rimasta sola ad aspettare — e mi incammino verso la notte, pronta a vedere chi sarebbe venuto a parlarmi stavolta, mentre nel buio, una voce distorta continua a cantare:
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