27 febbraio 2026

Sono andata a Lisbona a fare turismo, eppure non amo il turismo.
O meglio: non amo me stessa quando faccio la turista.

C’è un’inevitabile dissonanza cognitiva che si attiva ogni volta che salgo su un aereo “solo per partire”, arrivo in un anonimo alloggio fatto ad hoc per la speculazione a breve termine, e mi muovo in una città sapendo di contribuire — anche con tutte le migliori intenzioni del mondo — a un processo che la sta più o meno lentamente svuotando di abitanti e di realtà.

Conosco il processo molto bene, perché sono nata e cresciuta nel centro di Firenze, che è meta turistica da quando esiste il turismo, e negli ultimi decenni ne è stata progressivamente divorata.

So cosa significa vedere la propria terra diventare scenografia, le botteghe storiche chiudere, gli affitti salire, le relazioni civiche rarefarsi, gli abitanti diventare un fastidio logistico per chi viene “a godersela”.
Per questo, negli anni, ho imparato a evitare il turismo fine a se stesso come evito il cibo che so essere malsano e poco etico.

Viaggio molto, sì — ma quasi sempre per lavoro, per ricerca, per missioni che mi permettono di rosicchiare qualche giorno e concedermi il piacere di andare a zonzo come una conseguenza collaterale della visita, non il motivo principale.

Oppure vado dove ho amici, divani, stanze libere e voglia di ospitare. Cosa, quest’ultima, sempre più rara: non so se siano i quarant’anni, l’imborghesimento progressivo, la prole (di chi ce l’ha), il lavoro che divora l’anima, o una combinazione di tutto ciò.

A Lisbona non avrei pensato: non parlo portoghese, non ho amici portoghesi, non rientra né nei miei giri affettivi né in quelli professionali. E poi, è stata oggetto di uno dei processi di turistificazione più rapidi e feroci dell’ultimo decennio; se non fosse stato per l’invito della zia Thrix, non l’avrei scelta come meta e questo viaggio non sarebbe mai esistito.

Però me l’ha proposto, ed era difficile dirle di no. In quel momento ero parcheggiata a casa di mia madre, solitaria e malinconica, in attesa di una risposta cruciale dell’Unione Europea sull’avvio del mio progetto Marie Curie — una di quelle attese che tengono la vita in sospensione e fanno sentire provvisori persino a sé stessi.
La curiosità e il bisogno di uscire dalla bolla dell’attesa hanno vinto, e ho comprato i biglietti aerei prima che il pessimismo mi facesse cambiare idea.

Visto però il tema di questa serie, mi pare giusto dir la mia su una domanda che rimbalza spesso sulle pagine internet: si può fare turismo sostenibile?

La risposta onesta, a mio parere, è: ni.

Si possono avere accortezze — viaggiare fuori stagione, evitare le grandi catene, sostenere le piccole attività locali — ma consumare in una settimana una città raggiunta in volo, con alloggio a breve termine, resta strutturalmente poco sostenibile.

Ogni tanto, però, credo sia importante concedersi di peccare; altrimenti l’etica diventa autofustigazione e perfezionismo, vizi che fan più danni della grandine.

Parlando della quale – a punire la nostra gita ci ha pensato il clima.

Viaggiare fuori stagione ha i suoi vantaggi, ma è sempre una scommessa riguardo al tempo. A Bordeaux ho avuto fortuna, questa volta ci è andata male: Lisbona – celebre per la sua luce e i 300 giorni di sole all’anno, o così almeno diceva la guida – ci ha accolte con pioggia quasi incessante e più di un’allerta meteo.
Un battesimo umido e scivoloso, costellato di cadute improvvise, insonnie, virus fulminanti, caviglie infiammate e scarpe rotte (eppur bisogna andar).

È da qui che comincia questo diario: da un viaggio che non avrei pensato di fare, fatto nel modo meno ideale possibile, nel momento sbagliato, con il tempo sbagliato, ma con la persona giusta — e che per questo si è rivelato un laboratorio imprevisto e, a suo modo, di grande bellezza.

Povere creature (zia Thrix su pioggia)

E dire che ci abbiamo provato, a trovare un alloggio che non fosse apertamente predatorio.
Abbiamo cercato alberghi storici, pensioni di vecchia data, soluzioni “presso l’abitante” — com’era Airbnb nella sua prima, ormai mitologica incarnazione. Ma i prezzi erano tali da renderli inaccessibili, soprattutto per una settimana intera. Alla fine ci siamo arrese all’evidenza del mercato, e abbiamo preso quello che potevamo permetterci.

Un alloggio microscopico, al piano terra: poca luce, nessuno spazio giorno, bagno cieco.
In posizione strategica, però, a due passi da una metro; in un quartiere — Largo Intendente — che amici residenti a Lisbona avevano definito, con un eufemismo affettuoso, un po’ rough.

Ma la zia Thrix viene dai vicoli di Genova, e io ho vissuto a lungo in quelli di Napoli e Palermo: nulla che ci sembrasse particolarmente spaventoso. Piuttosto, un paesaggio familiare, segnato da marginalità evidenti e da un equilibrio precario, di quelli che la turistificazione tende a spezzare in modo rapido e violento.

Il primo giorno, complice un’insperata tregua della pioggia, il quartiere ci ha accolte con una scena che abbiamo annotato come un buon segno.
Appena uscite di casa, siamo state fermate da un’attivista trans che vendeva alcune pubblicazioni autoprodotte dal suo collettivo femminista: poche pagine di giornaletto ricche di poesie, disegni, testi politici, che la zia ha comprato in blocco senza batter ciglio.

La zona è chiaramente LGBTQ-friendly, ma anche nel pieno di un processo di gentrificazione accelerata. L’esempio più didascalico in questo senso è arrivato qualche giorno dopo, quando ho mangiato in un ottimo ristorante vegano, piuttosto costoso (O Gambuzino, forse il migliore che abbia mai provato!) a due passi dal nostro bnb — esperienza che la Thrix, più popolare di me e meno indulgente verso certe estetiche, ha cortesemente rifiutato.

Fuori da questo posto raffinatissimo, sul gradino, c’erano alcuni tossici che fumavano crack.

Una scena che mi ha riassunto con precisione crudele l’essenza delle prime fasi del processo di gentrificazione, quando le attività “pionieristiche” dei nuovi abitanti – pur nelle migliori intenzioni – accelerano l’aumento dei prezzi e l’espulsione dei residenti originari.

Con Intendente e le sue contraddizioni come punto di partenza, il giorno successivo abbiamo cominciato a esplorare la città.

Abbiamo deciso di iniziare da lì dove ci sembrava più onesto farlo: con un ripasso della storia politica portoghese, tramite una visita al museo della Resistenza e della Libertà, il Museu do Aljube. Un ripasso di cui mi sono resa conto, non senza imbarazzo, di aver bisogno più del previsto: della storia del Portogallo sapevo vergognosamente poco.

Raggiungere il museo a piedi è stato già un primo esercizio di orientamento: una passeggiata intorno alla collina di Alfama, il quartiere più antico della città, fra pioggia intermittente e marciapiedi scivolosi – molto scivolosi.

I marciapiedi di Lisbona sono infatti realizzati con piccole pietre di fiume quadrate, simili ai sanpietrini romani ma più piccole e lisce: una scelta estetica gradevole che però la pioggia trasforma in un pericoloso percorso a ostacoli. La povera zia l’ha sperimentato sulla sua pelle già la prima sera, quando si è abbattuta a pelle di leone in un vicolo vicino casa (ci siamo spaventate, ma il suo ginocchio ha retto).

E così, pattinando con cautela tra salite e discese, abbiamo arrancato dal presente irrisolto della città al suo passato più scomodo.

La collina di Alfama vista da Graca

Nel varcare la soglia del museo ho sentito come calare sulle spalle un’ombra.
Non è il frutto di un effetto scenografico voluto da una scelta curatoriale: è il luogo in sé a esercitare un senso immediato di oppressione.

L’edificio risale all’epoca moresca, quando erano le dinastie musulmane a governare la penisola iberica, incluso il suo Occidente, Gharb al-Andalus. Il museo è però dedicato a una storia più oscura e più recente: per quasi mezzo secolo — dal 1926 al 1974 — è stato utilizzato come prigione dalla PIDE, la polizia politica con cui il regime di Salazar reprimeva con pugno di ferro ogni opposizione.

Non è un museo in cui si entra per alleggerirsi il cuore. È una visita che chiede attenzione, e una certa disponibilità a farsi attraversare da ciò che si è dimenticato — o che non si è mai davvero saputo.

Mi sono resa conto quasi subito di quanto fosse fragile il mio ricordo della storia portoghese: quanto minimali e imprecise fossero le nozioni che avevo imparato a scuola o all’università, giusto per passare un’interrogazione o un esame e poi dimenticarmene; e di quanto scarse fossero le menzioni del Portogallo nelle fonti e nelle reti di informazioni che mi sono familiari.

Ricordavo che il paese aveva vissuto una lunga dittatura, ma l’avevo archiviata in modo sbrigativo come “militare”.

Avevo rimosso – se mai l’avevo imparato – che António de Oliveira Salazar non era un generale, ma un accademico. Un professore di economia, cui nel 1928 i militari offrirono il relativo ministero, affidandogli l’arduo compito di risanare il disastrato bilancio del paese, mai ripresosi dall’indipendenza del Brasile (1822).

Impresa in cui il Prof. riuscì – seppur con misure draconiane che associavano la repressione di ogni libertà civile al brutale sfruttamento delle colonie; il che gli permise di diventare l’architetto e il padrone di uno dei regimi autoritari più longevi d’Europa.

Ricordavo anche che il Portogallo era stata la prima potenza europea a creare avamposti coloniali in Africa e nell’Oceano Indiano (la modernità globale, in un certo senso, l’hanno inventata loro), e l’ultima a mollare la presa sulle proprie colonie. Avevo tuttavia dimenticato — o forse non avevo mai davvero elaborato — la quasi perfetta coincidenza temporale fra la fine della dittatura interna e la fine dell’impero coloniale, dopo la morte di Salazar.

I due bracci armati del potere caddero insieme, fra 1974 e 1975, e non certo per caso.

Avevo in mente un’immagine vaga della cosiddetta “Rivoluzione dei Garofani”: quella di una rivoluzione incruenta, gentile, un esempio raro di transizione pacifica dal fascismo alla democrazia.

Passeggiare tra i corridoi del museo, e in seguito confrontarmi con chi la storia locale la sapeva davvero, mi ha costretta a rimettere a fuoco anche questo.

Piuttosto che di una rivoluzione popolare, quella “dei Garofani” è stata nei fatti un colpo di stato militare, un putsch condotto da giovani ufficiali che avevano acquisito la loro coscienza politica nel corso delle guerre coloniali, in Guinea Bissau, in Angola, in Mozambico, dove la dittatura li aveva inviati a massacrare o farsi ammazzare in suo nome.

Mandati a combattere conflitti sempre più sanguinosi e sempre più insostenibili, questi giovani “Capitani d’Aprile” avevano iniziato a mettere in discussione non solo la legittimità dell’impero, ma l’intero assetto politico che lo rendeva possibile: quell’unico dispositivo di potere che aveva bisogno, per reggersi, di esercitare violenza contemporaneamente dentro e fuori i confini nazionali.

La loro marcia verso Lisbona fu accolta con entusiasmo dalla popolazione; e dai garofani rossi che la fioraia Celeste Caeiro distribuì ai soldati, la rivoluzione prese il suo nome.

È stata quindi in larga misura la guerra coloniale a rendere impossibile la continuità della dittatura. O più precisamente: sono state le persone colonizzate, tramite la propria lotta per la liberazione, a liberare la madrepatria.

La quale si è poi ben guardata dal riconoscere o tantomeno dal ripagare il favore: una volta riconosciuta l’indipendenza, i portoghesi se ne sono andati alla chetichella, portandosi via denari e competenze nel mentre che le loro ex colonie collassavano nella guerra civile.

Sono uscita con la testa pesante, e un forte senso di frustrazione: non tanto per ciò che avevo visto, quanto per ciò che avevo dimenticato con tanta facilità.

Nei giorni successivi ho cominciato a cercare con quale letteratura potessi recuperare almeno in parte questa storia dimenticata, scontrandomi con l’evidenza del fatto che nelle librerie locali la bibliografia anglofona non toccava affatto la storia del colonialismo.

Rientrata a casa, ho finito per optare per un libro tradotto in italiano dal norvegese, La via del mare di Erika Fatland, che si è rivelato non solo uno splendido diario di viaggio ma una fonte preziosissima di notizie e spunti di riflessione, che raccomando a chiunque voglia darsi un’infarinata dei cinquecento anni di storia e geografia dell’impero portoghese.

Museo do Aljube

Il giorno successivo è stato il più sfortunato della vacanza: e per ironia della sorte era l’unico per il quale avevamo fatto programmi in anticipo.

Thrix ci teneva a vedere alcuni degli splendidi palazzi che costellano la collina di Sintra, e in modo particolare il Palácio da Pena; e visto che si tratta di uno dei punti più turistici dell’intero Portogallo, ci siamo accordate di prenotare in anticipo, temendo code chilometriche ed esaurimento biglietti.

Mi sono presa la responsabilità di scegliere il giorno, e non è stata una scelta fortunata.

Siamo partite per Sintra di buon’ora, lasciandoci ingannare dal sole mattutino, per finire schiaffeggiate dal ciclone Ingrid più o meno nell’istante in cui abbiamo varcato la soglia del Palácio da Pena.

Un muro d’acqua ci è crollato addosso per tutto il giorno con metodo e costanza, trasformando l’esperienza — già di per sé affollata di mezze truffe, rigidità organizzative e percorsi obbligati — in una sorta di prova iniziatica per turiste penitenti.

Forse con il bel tempo, e con la possibilità di passeggiare nei parchi romantici che circondano il palazzo, avrei apprezzato di più l’estetica eclettica e fiabesca del luogo. Invece, sotto la pioggia torrenziale, ho provato soprattutto un fastidio poco spirituale per l’opulenza dei sovrani portoghesi, che utilizzavano i proventi delle spezie e dell’impero per costruire residenze da sogno, mentre larga parte della loro popolazione restava intrappolata in una miseria strutturale.

La magnificenza, sotto la pioggia, diventa meno poetica e più contabile.

Devo tuttavia ammettere che la Sala dell’Araldica nel Palazzo Reale di Sintra centro mi ha lasciata letteralmente a bocca aperta: una volta tanto, l’eccesso non mi ha irritata ma abbagliata. Una di quelle stanze che valgono da sole la salita, il freddo e l’umidità nelle ossa.

A chiudere la giornata in modo tragicamente memorabile è poi intervenuta la fisiologia.
La povera Thrix, cui già si erano scollate le scarpe per la troppa pioggia, è stata vittima di un attacco di diarrea fulminante, che l’ha vista peregrinare eroicamente dal letto alla tazza del water per ore, mentre io mi rigiravo nell’insonnia, combattuta fra la solidarietà e la constatazione molto concreta che un bagno cieco, condiviso in due, è un esperimento antropologico che non intendo ripetere mai più.

Se la giornata precedente al Museu do Aljube mi aveva restituito il peso della storia, Sintra mi ha restituito il peso molto più immediato del corpo, dei suoi dolori e dei suoi odori. E, a modo suo, è stata una lezione altrettanto efficace.

Photobombing Thrix @ Sintra

Verso le 9 di mattina ho dichiarato perduto il sonno e mi sono risolta a uscire.
Ho lasciato la zia a riposare nella nostra minuscola magione – non senza averle lasciato qualcosa di asciutto da provare a mangiare – e mi sono avviata verso Belém per un incontro con i fantasmi dei navigatori dell’Impero.

Uno di quei pellegrinaggi che preferisco fare in solitaria, e che lei non era particolarmente interessata a fare.

Il Mosteiro dos Jerónimos – il monastero dei Gerolamini – fu fatto costruire dal re Manuele I sul luogo dove Vasco de Gama si ritirò in preghiera, insieme ai suoi uomini, prima di partire per il viaggio che li avrebbe portati a raggiungere l’India, doppiando il Capo di Buona Speranza, nel 1497.

È con questo viaggio che i portoghesi si aprirono la strada verso i commerci dell’Oceano Indiano, fino ad allora dominati dai mercanti arabi, sconvolgendo gli equilibri economici esistenti su un piano globale. In molti casi, a far pendere la bilancia a loro favore fu la mera forza bruta – i portoghesi si imposero saccheggiando, incendiando e bombardando chiunque si opponesse alle loro brame di dominio.

Visto che di lì a poco sarei partita per il mio periodo di ricerca in Sudafrica, e che la conferma formale da parte dell’Unione Europea era arrivata proprio al primo risveglio a Lisbona, incamminarmi verso il punto preciso da cui era partita la storia del colonialismo europeo è stato intenso; entrata nel monastero, ho deciso che mi sarei fermata a pregare, per chiedere protezione per il mio viaggio.

Il tempo, da parte sua, è stato per una volta gentile; la pioggia è arrivata a scrosci, intervallati da molte pause e preceduti da abbastanza avvisaglie da permettermi di mettermi al riparo. Quando mi sono affacciata nel chiostro del monastero, le nubi si sono aperte per qualche istante, e un raggio di sole ha attraversato la pietra chiara, esaltandone la bellezza con una teatralità quasi eccessiva.

La magnificenza del luogo è innegabile, nonostante — o forse proprio a causa — della sua storia. Complice il maltempo, non c’era quasi nessuno, e sono entrata senza fare fila. Sono potuta restare seduta nel chiostro in silenzio, senza folle da scansare, senza audioguide gracchianti, senza l’ansia del tempo contato.

Così mi sono potuta concedere di fermarmi a meditare per un po’, e a pregare Chi di dovere di aiutarmi a fare un buon lavoro. Più o meno così:

Eccomi, Signorə: sono una ricercatrice europea del XXI secolo, che si vorrebbe antimperialista eppure è funded by EU; che chiede protezione in un monastero che celebra le rotte imperiali europee ed è finanziato dai suoi profitti, mentre si prepara a partire verso uno dei territori trasformati e feriti da quelle stesse rotte. La Tua volontà mi lascia spesso perplessa, ma che dire: aiutami a far bene il compito che mi hai affibbiato.

Quando sono uscita, la pioggia aveva ripreso a cadere con discrezione. Ho preso la strada del ritorno verso Intendente con la sensazione — fragile ma reale — che quel gesto, per quanto contraddittorio, fosse stato necessario.

Raggio di sole su chiostro di Belém

Nei due giorni successivi ho continuato a vedere cose belle.
Il sabato la zia stava meglio, e due suoi amici genovesi — trapiantati a Lisbona da qualche anno — ci hanno portate oltre il Tago, in luoghi meno fotografati, e poi di nuovo in centro, a bere ginjinha in piazza e tazze di tè alla Casa do Commun, un centro culturale con una libreria che avrei voluto smontare e infilarmi in valigia. Un pomeriggio intelligente, pieno di conversazioni e deviazioni laterali, di quelle che ti fanno sentire meno turista e più temporaneamente adottata.

La domenica siamo andate alla Fundação Gulbenkian, altro luogo dalla storia stratificata e ambigua. Fondata da un magnate armeno che ebbe un ruolo cruciale nel dare avvio allo sfruttamento petrolifero in Medio Oriente per mano occidentale, oggi ospita collezioni raffinate, fra cui la mostra che ci avevano raccomandato gli amici di Thrix, dedicata alle relazioni tra Portogallo e Brasile.

Anche lì ho fatto un ripasso brutale.

Chissà come, a furia di leggere letteratura anglofona, mi ero dimenticata che i principali trafficanti di schiavi attraverso l’Atlantico furono sempre proprio i portoghesi.

Mi ero dimenticata che il Brasile è il paese che ha importato il maggior numero di schiavi africani: circa cinque milioni fra il 1540 e il 1860. Per fare un paragone, negli Stati Uniti ne furono deportati circa quattrocentomila.

Mi ero dimenticata che è nel corso di questi secoli che la parola portoghese per indicare il colore nero entra in inglese e in altre lingue europee per designare una nuova categoria umana, indissolubilmente e irrimediabilmente legata alla schiavitù.

Ho imparato che gli squali cambiarono le loro rotte migratorie per seguire le navi negriere, tanti erano i corpi gettati in mare.

Ho ripassato che il Brasile è stato l’ultimo paese dell’emisfero occidentale ad abolire la schiavitù, e che oggi è il secondo paese al mondo per popolazione nera dopo la Nigeria.

Ne sapevo poco e niente. Mi ha infastidito constatare quanto il dibattito pubblico europeo sul razzismo e l’eredità della tratta di schiavi africani – Italia inclusa – sia monopolizzato dal paradigma anglosassone e statunitense, mentre altre storie, altre tragedie, altre eredità restano ai margini.

Sono uscita dalla Gulbenkian con la testa piena di dati, immagini, connessioni.
E con il sistema nervoso che iniziava a dare segni di cedimento.

Perché mentre accumulavo storia, il mio corpo continuava a non riposare. Dormivo male; faticavo a prendere sonno, oppure mi svegliavo all’alba con un tuffo al cuore. Camminavo troppo. Pensavo troppo. La pioggia non aiutava. Il minuscolo bnb col suo bagno cieco non aiutava.

Il senso di precarietà — quello professionale, quello esistenziale — si infilava ovunque.

A un certo punto mi sono trovata a combattere un pensiero intrusivo poco elegante e molto sincero:

se una settimana di presunta vacanza mi stanca così, come posso sperare di reggere tre anni di ricerca sotto la pressione di due supervisor universitari e dell’Unione Europea che finanzia?

È il tipo di domanda che, lasciata crescere, diventa un circolo vizioso, perché il cervello è bravissimo a costruire castelli di previsioni catastrofiche con materiale di scarto.

Il lunedì ero ormai satura.

Dopo il Museo dell’Art Déco — bellissimo, eppure goduto in modo distratto — ho gettato la spugna e dichiarato la resa. Ho detto alla zia che tornavo al bnb a riposare e preparare la valigia.

È stata lei — che pure tutto è tranne che credente — a suggerirmi di andare a pregare la Madonna della Quietação nella piccola chiesa delle monache Fiamminghe, un piccolo gioiello incastonato a fianco del Museo di Art Déco.
Ho obbedito senza troppe discussioni – a crederci, come ben si sa, le preghiere a volte si avverano.

Dopo quella sosta silenziosa, ho deciso di concedermi un massaggio ayurvedico in uno dei tanti centri di Intendente, popolato in larghissima percentuale da indiani e nepalesi. Sono entrata dicendo che non mi pareva di aver grossi dolori nel corpo, al momento, ma che avevo bisogno di calmare la testa.

La massaggiatrice era silenziosa, concentrata, precisa. Ha iniziato a lavorare lungo le gambe, poi si è fermata sulle caviglie.

È lì che ho capito che qualcosa non tornava.

Con buona pace della mia convinzione di star bene nel corpo, alla prima pressione ho sentito un dolore acuto, quasi elettrico: avevo un blocco muscolare che si estendeva intorno a entrambe le caviglie, strangolando le vene e le fasce di nervi.
Qualcosa che lo slittare sui marciapiedi di Lisbona aveva esacerbato, ma che era chiaramente un dolore antico, come se da tempo stessi forzando il passo in un’andatura che non era la mia.

La mia iperreattività nervosa, che avevo attribuito a pensieri, progetti, precarietà e imperi, non era “solo” nella testa, ma aveva un epicentro molto più fisico.

Dopo il lungo e paziente lavoro della massaggiatrice, sono tornata al bnb barcollante, e al tempo stesso come esorcizzata. Nel guardarmi, la zia ha commentato, non senza ironia:
“Vedi questa Madonna della Quietação? La prossima volta che ti vedo nervosa ti mando subito a fare un massaggio e non perdiamo tempo.”

Il che mi porta a domandarmi: non sarebbe bello se i centri di cura della salute mentale affiancassero il lavoro di bravi fisioterapisti a quello degli psichiatri, che nella maggior parte dei casi si limitano ad associare sintomi a etichette e ai farmaci corrispondenti?

Un’idea, lo so bene, che non può che rimanere fantasia in questo mondo cartesiano dove mente e corpo sono percepiti in competizione e contraddizione; ma sperare non costa nulla, e a crederci, come dicevo, a volte le preghiere si avverano.

Nota d’autorə:

La serie “Diario (de) coloniale di viaggio” è un esperimento di travel blogging che nasce con un obiettivo deliberato: usare il metodo decoloniale che ho appreso fuori dalla scrittura accademica, e portarlo nel terreno esposto e imperfetto del racconto personale. 

Sono una storica, e il linguaggio che ho imparato a padroneggiare è quello specialistico. Ho creato questo blog proprio per scrivere in pubblico senza l’armatura dell’accademichese e delle riviste “scientifiche”, assumendomene i rischi.

Questo progetto di scrittura nasce da una convinzione semplice: ogni conoscenza è situata, e per questo anche la decolonizzazione non è un processo universale né replicabile. Cambia a seconda dei corpi, del loro vissuto storico, e del posizionamento da cui guardiamo al mondo. 

Per una persona come me – bianca, europea, istruita, eppure precaria — “pensare decoloniale” è quindi innanzitutto un esercizio di white consciousness: un tentativo di attraversare luoghi e memorie senza pretendere innocenza, e senza confondere la critica con l’assoluzione.

Scrivo in solidarietà aperta con chiunque la modernità coloniale condanna a una precarietà strutturale, ereditaria, essenzializzata.

Non per parlare al posto di, ma per interrogare il posto da cui parlo.

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