10 Aprile 2026 

Ci sono città che visitano, e altre con cui si entra in relazione sentimentale. Fin dal primo momento in cui vi si mette piede, qualcosa si muove nel petto, e nasce un legame che quando si riparte diventa presto nostalgia: perché un pezzo di cuore è rimasto lì, e con esso il desiderio di ritorno.

Cape Town, per me, fa parte di queste ultime: è un’amante che adoro nel profondo nel cuore, nonostante il suo carattere difficile e i modi sfuggenti, con cui lascia inseguire e sfiorare più volte, senza concedersi mai del tutto.

Questa è la quinta volta che ci metto piede, e l’umore che mi accompagna è più greve di quello con cui ci sono arrivata in passato. Un legame importante con la città, quello con la sua università, si è spezzato; e ho il cuore afflitto da una nostalgia per un passato perduto – o forse mai esistito – che l’essere fisicamente qui acuisce anziché attenuare.

Anziché raccontare la Cape Town di oggi, con questo post vorrei girare lo sguardo e guardare indietro. Mi pare il momento giusto per fermarmi a riannodare i fili, e raccontare la storia di come questa città sia entrata nella mia vita, cominciando a lavorarmi dentro e a trasformarmi prima ancora che la incontrassi in presenza.  

Raccontarla è una forma di consolazione, perché nonostante tutto credo sia una bella storia. Tragica, per molti versi, ma meritevole di essere narrata.

Driving to Table Mountain, 2023

È in Siria, per la precisione a Damasco, che ho incontrato Cape Town per la prima volta.

Era la fine del 2010, giusto poche settimane prima che partisse la scintilla di quella serie di situazioni rivoluzionarie che hanno preso il nome poco fortunato di “primavere arabe”. Ero lì per seguire un corso intensivo di arabo, a completamento del percorso di laurea specialistica all’Orientale. Mi aveva preceduta la mia amica Rosanna Maryam, che proprio in Siria aveva pronunciato la sua shahada all’Islam, intraprendendo un percorso di fede che avrebbe segnato profondamente anche me. (Ne ho parlato in questo post, pubblicato originariamente sul suo blog.)

Con il senno di poi, è stato un tempo denso e trasformativo per entrambe, anche se al tempo non ne avevamo ancora piena consapevolezza. La prima settimana sono stata ospite da lei, e da lei ho imparato come vivere e muovermi per questa città sconosciuta di cui parlavo male la lingua. Ed è sempre lei ad avermi trovato una sistemazione più stabile, a due passi dall’università, in una casa condivisa dove aveva vissuto un suo amico.

I miei coinquilini erano un ragazzo curdo-siriano — B., che non parlava inglese e faceva da mediatore con un padrone di casa poco entusiasta della mescolanza di genere — e un ragazzo di Cape Town, R., venuto anche lui a Damasco per studiare arabo.

Fino a quel momento, non sapevo praticamente nulla del Sudafrica, se non che era stato dominato per decenni da una forma particolarmente brutale di suprematismo bianco (l’Apartheid), finito solo nel 1994, quando le prime elezioni democratiche avevano visto l’ascesa al potere del primo presidente nero della storia del paese, Nelson Mandela.

Tantomeno avevo idea che in Sudafrica esistesse una comunità musulmana.

È stato attraverso questo ragazzo, giorno dopo giorno e conversazione dopo conversazione, che ho cominciato a intravedere un mondo che mi sembrava al tempo stesso profondamente familiare e radicalmente Altro da me.  In un certo senso mi sono presa una cotta, che tuttavia non aveva niente a che fare con l’attrazione fisica, almeno da parte mia. Era qualcosa di più difficile da nominare — una fascinazione intellettuale e spirituale.

Ricordo quelle conversazioni come la prima volta in cui la fede religiosa – qualsiasi fede, non solo l’Islam – non mi appariva né come un oggetto di studio né come una posizione da decostruire, ma uno stato esistenziale energico e vivo, attraversato da domande che capivo e condividevo, sorretto da un profondo rigore etico e da una contemporanea apertura all’Altro.

È stato anche grazie a quelle conversazioni che ho iniziato a capire Rosanna. La sua conversione, che inizialmente mi era sembrata intellegibile, improvvisamente acquistava coerenza e bellezza: appariva finalmente qualcosa che mi sarebbe piaciuto avere, o che forse, in un certo senso, avevo già.

Poi la Siria è finita – è finita la nostra esperienza, e la Siria stessa che avevamo conosciuto si è frantumata nella guerra civile.  Le nostre vite hanno continuato il loro corso, i contatti si sono diradati. R. ha smesso di rispondere ai messaggi, quando si è sposato — lasciandomi una ferita prevedibile e comunque profonda.

Però qualcosa era rimasto – una domanda, prima ancora che un ricordo: quale mondo aveva prodotto quella forma mentis che mi aveva così colpita? Quale storia, quali tensioni, quali compromessi, quali possibilità si nascondevano dietro quel modo di abitare la fede?

Per anni non ho avuto modo di seguire quella traccia. La vita accademica, con le sue promesse e le sue trappole, mi ha portata altrove. Eppure, a un certo punto — come succede con le passioni vere — quella domanda è riemersa alla luce e ha trovato qualcuno disposto ad ascoltarla.

R. mi fotografa alla moschea Omayyade di Damasco, 2011

Il secondo incontro con Cape Town è avvenuto a Palermo, nel 2019 —  un’altra svolta peculiare in una geografia affettiva che meriterebbe una mappa tutta sua.

Negli anni precedenti avevo completato il mio percorso di studi: la laurea nel 2011, il dottorato nel 2016. Avevo continuato a lavorare sull’Egitto, rimasto per tutto questo periodo il mio principale orizzonte di ricerca, fino a quando, dopo l’omicidio Regeni, non mi sono più sentita al sicuro. Dopo quell’evento, profondamente traumatico, ho deciso di non voler più correre il rischio personale implicato nel fare lavoro sul campo in Egitto, e di non proseguire questo filone di ricerca. Il mio principale soggetto di studio erano i Fratelli Musulmani, che dopo un breve periodo al potere erano tornati ad essere considerati organizzazione terroristica, e che a dirla tutta, non mi piacevano neppure.  Non mi sembrava ne valesse la pena.

Tuttavia quella scelta — abbandonare un terreno su cui avevo investito anni di studio — non è stata né lineare né indolore. Si è accompagnata a una breve e infelice esperienza all’università di Firenze, e a un primo momento in cui ho seriamente considerato di lasciare del tutto la ricerca accademica. Ho iniziato a guardarmi intorno, a immaginare alternative, a fare i conti con la possibilità di una vita diversa.

Poi è arrivata una telefonata.

Un docente di storia del cristianesimo, segretario di una prestigiosa fondazione bolognese, mi proponeva di entrare a far parte di un progetto nuovo ed entusiasmante: la creazione ex novo di biblioteca specializzata in studi islamici con annesso centro di ricerca a Palermo. Un’operazione ambiziosa, visionaria persino, che prometteva — almeno sulla carta — uno spazio di libertà intellettuale raro.

La proposta era più che allettante. Prometteva di essere un’avventura, che portava con sé una possibilità irrinunciabile: quella di ricominciare. Di provare a formulare una nuova linea di ricerca, fuori dalle traiettorie più battute degli studi islamici contemporanei.

Quando mi è stato chiesto di cosa avrei voluto occuparmi, ho d’istinto tirato fuori dal cassetto della memoria quella vecchia domanda nata a Damasco; quasi senza pensarci, ho proposto di lavorare sulle teologie islamiche della liberazione in Sudafrica.

Non mi aspettavo grande entusiasmo, e non credevo che la proposta avrebbe attecchito: l’Islam sudafricano è un tema relativamente marginale, nel senso disciplinare del termine. Gli studi islamici continuano a gravitare in larga misura intorno al mondo arabo e a quello che, con una certa inerzia geopolitica, chiamiamo “Medio Oriente”. Da questo punto di vista, il Sudafrica è una periferia, e come tale viene trattato: come un oggetto di interesse antropologico, forse, ma non soggetto autonomo di produzione intellettuale, capace di dare vita a forme di sapere rilevanti sul piano globale, tantomeno per “noi” occidentali.

E invece l’entusiasmo c’è stato.

La mia idea un po’ stramba ha trovato spazio, interesse, e quel che è più importante – finanziamenti. È stato il primo momento in cui ho avuto la sensazione che quella fascinazione nata anni prima potesse trasformarsi in qualcosa di più strutturato. Ho cominciato a lavorare con grande entusiasmo a un progetto che tuttavia ha preso avvio in un momento storico particolarmente sfortunato.

Sono riuscita a svolgere il primo periodo di ricerca sul campo in Sudafrica solo tra gennaio e febbraio 2020, per partecipare a una Summer School a tema studi musulmani critici (Critical Muslim Studies) e metodi decoloniali, e fare un primo viaggio esplorativo in cerca di un caso-studio.

È stato questo, a tutti gli effetti, il mio primo vero incontro con Cape Town.  Quasi dieci anni dopo la prima intuizione a Damasco, ho finalmente potuto provare l’esperienza fisica del viaggio all’altro capo del continente africano, l’inversione di stagione e cielo notturno, l’impatto con la città tanto immaginata. Non credevo che sarebbe stato possibile, ma l’incontro ha superato le grandi aspettative che avevo accumulato negli anni, e mi sono perdutamente innamorata.

Ancora oggi non mi è del tutto chiaro cosa sia stato a catturarmi tanto. L’intenso e vivace clima intellettuale della scuola estiva ha certo avuto il suo peso: nonostante qualche momento di difficoltà e la malcelata ostilità di alcuni partecipanti, che mal vedevano la presenza di non musulmani/e all’evento, ho conosciuto persone straordinarie e confrontato pareri con menti critiche brillanti: una vera boccata d’aria intellettuale e spirituale.

E poi c’era Table Mountain, la cui incredibile bellezza mi lasciava senza fiato tutte le mattine, mentre attraversavo i Company Gardens per andare dal mio Airbnb alla sede della scuola estiva. Una bellezza sfacciata, estrema perfino, frutto del gioco continuo della luce e delle nubi sulla roccia, scolpita con un’estetica talmente strabiliante che si fatica a credere non vi sia intervenuta la mano di un dio.

Sotto quella bellezza, altrettanto sfacciata è la miseria di chi vive per strada o nelle baraccopoli, costantemente esposto a una violenza i cui tassi sono talmente elevati da rendere alcuni quartieri – le famigerate township – tra i più pericolosi al mondo.  

Sono ripartita col cuore gonfio di emozioni contrastanti, entusiasta alla prospettiva di sviluppare la mia ricerca e determinata a tornare nel paese non appena possibile, con un piano di lavoro più strutturato.

La mia prima foto di Table Mountain, vista dal Bo-Kaap (2020)

Un proverbio yiddish, divenuto famoso per bocca di uno dei personaggi di Woody Allen, racconta che per far ridere Dio, basta raccontargli i propri piani.

Ripensandoci, immagino che Dio si sia scompisciato di grasse risate nel sentirmi fare entusiastici piani di ricerca su Cape Town, perché appena poche settimane dopo il mio rientro in Italia, il mondo si è fermato. La pandemia di Covid-19 ha interrotto brutalmente ogni possibilità di continuità; il campo era improvvisamente diventato lontanissimo e inaccessibile, e non era chiaro se e quando sarei potuta tornare.

In quel contesto di incertezza, ho fatto una scelta che allora mi è sembrata pragmatica: ho deciso di concentrare la mia ricerca su un caso studio che potesse, almeno in parte, essere seguito a distanza. La moschea di Claremont e i suoi sermoni rappresentavano una possibilità concreta, perché una parte significativa del materiale era disponibile online.

Con il tipico ottimismo della disperazione, pensavo che questo mi avrebbe permesso di aggirare temporaneamente il problema; ma avrei presto capito che si trattava di un’illusione.

Scrivere la storia di un luogo di cui non si ha reale esperienza espone a una serie di distorsioni difficili da controllare. Il rischio non è solo quello di “non capire abbastanza”, ma di capire male — di riempire i vuoti dell’esperienza reale con proiezioni e aspettative che appartengono più a chi osserva che a ciò che viene osservato. Una tensione che ha sempre attraversato il mio rapporto con Cape Town, articolatosi nella penombra tra prossimità e distanza, tra conoscenza e immaginazione, tra desiderio e realtà.

* * *

Verso la fine del primo anno di pandemia qualcosa ha cominciato a incrinarsi, e chi dirigeva il centro di Palermo ha iniziato a mostrare segni di insofferenza nei confronti del mio lavoro.

Ancora oggi non mi è del tutto chiaro cosa sia andato storto. La ricerca procedeva lentamente, è vero — ma si trattava di una lentezza inevitabile, imposta dall’impossibilità di viaggiare, e quindi di accedere agli archivi e fare esperienza diretta del campo. E dopotutto la sua critica non sembrava riguardare tanto questo aspetto, quanto piuttosto il presunto carattere troppo “ideologico” del mio lavoro.

È una parola che ritorna spesso nella mia vita, “ideologico”, e che mi viene talvolta tirata in faccia senza essere realmente definita. A essere “ideologici” sembrano essere sempre gli altri; e in particolare, in questo mondo neoliberista di presunta “fine di tutte le ideologie”, viene utilizzata per delegittimare chi ha ancora persevera nel mantenere simpatie comuniste (figurarsi anarchiche).

Non posso fare a meno di pensare che, più che la mia ricerca in sé, fosse cambiato il clima attorno ad essa. Che l’aria politica stesse mutando, e che il mio soggetto  di studio — le teologie islamiche della liberazione, le genealogie di un Islam progressista e “di sinistra” — risultasse improvvisamente troppo “radicale” per essere sostenibile in un panorama politico che virava sempre più a destra. 

E così, mentre dall’interno ricevevo pressioni più o meno esplicite a cambiare direzione, dall’esterno è arrivata un’altra possibilità. Dopo aver notato un mio intervento in una conferenza internazionale di studi coranici, una docente tedesca di fama internazionale mi ha offerto di trascorrere diciotto mesi in Germania, presso l’Università di Friburgo, grazie una fellowship della Fondazione Humboldt. Una di quelle opportunità che non si possono rifiutare: non solo per il prestigio della docente che mi invitava, ma perché appariva una via d’uscita dalla precarietà della mia posizione palermitana. Saltare sul carro della Humboldt mi avrebbe se non altro dato una certificazione di grande valore all’interno di un sistema accademico sempre più povero e sempre più competitivo, che continuamente chiede di dare il massimo e più di quello per meritare un posto nella fila per ottenere un posto.

Ero anche particolarmente emozionata per il fatto di non aver dovuto presentare una candidatura tradizionale: la proposta mi è arrivata attraverso un programma di scouting, pensato per aumentare la diversità di genere e di provenienza geografica dei borsisti Humboldt. Una dinamica che, da un lato, mi ha fatto sentire lusingata; dall’altro, mi ha costretta a interrogarmi sul modo in cui venivo letta, selezionata, incasellata.

Avrei voluto restare a Palermo, e invece ho scelto di partire. Anche sapendo che quei diciotto mesi non avrebbero avuto una continuità, ho deciso di accettare — nel tentativo ostinato di salvare un progetto in cui continuavo a credere, e nel timore concreto che a Palermo non avrei avuto futuro comunque.

Alla fine del 2021 la mia esperienza palermitana si è conclusa, e all’inizio dell’anno successivo, dopo un breve periodo di fuga a Cape Town, sono partita per la Germania.

Non è stato un periodo felice; con cortesia impeccabile, la Germania mi ha respinto fin dal primo momento in cui vi ho messo piede. Friburgo è una città graziosa, ma complice la barriera linguistica (il mio tedesco è quasi inesistente) ho faticato a trovare un senso di appartenenza. Soffrivo di solitudine e di riflusso gastrico, sognando la mia amata Cape Town  mentre  i giorni si trascinavano l’un l’altro con una certa opacità.

La mia sofferenza era così palese che mi è stato permesso di trascorrere qualche mese sul campo – concessione rara per una borsa Humboldt; un periodo che ho amato ma guastato dall’ansia che cresceva sempre di più con l’avvicinarsi della fine della borsa, e la ricerca sempre più disperata di nuovi finanziamenti.

A fine settembre 2023 il momento temuto è arrivato, e mi sono ritrovata senza lavoro né altra fonte di reddito, una condizione in cui sono rimasta per quattordici lunghi mesi, mentre infuriava la guerra genocida su Gaza e la speranza di trovare spazio per la mia ricerca si riduceva giorno per giorno.

Quando è arrivata la notizia che il progetto Geneaologies of Progressive Islam in South Africa era risultato vincitore della Marie Curie, è parso quasi un miracolo; che tuttavia è forse arrivato troppo tardi. La stanchezza accumulata negli anni precedenti aveva lasciato il segno, lasciandomi addosso una forma di esaurimento difficilmente traducibile nei codici della produttività.

Lo stress è affiorato alla luce in un episodio apparentemente banale, che in un contesto diverso si sarebbe risolto senza conseguenze più gravi di un richiamo disciplinare, ma che qui ha avuto un effetto sproporzionato e gravissimo: perché l’Università di Cape Town si è ritirata dal progetto, e io mi sono ritrovata di nuovo con le sabbie mobili sotto i piedi.

Fra le Muse depresse, Università di Friburgo

Si dice che è bene fare attenzione a quel che si desidera, perché potrebbe avverarsi – e non potrei essere più d’accordo, come ho purtroppo imparato a mie spese.

Ho desiderato tanto avere i denari per poter portare a termine la mia ricerca e trascorrere a Cape Town abbastanza tempo da decidere se provare a trasferirmici una volta per tutte. Ho avuto i denari, e ottenerli mi ha esposto a sistemi di potere che fino a quel momento erano rimasti invisibili; non avevo voluto vederli, e nessuno si era preso la briga di correggere il mio errore. Quando me ne sono accorta, era troppo tardi.

Quel legame che inseguivo da anni si è sottratto ancora una volta, proprio nel momento in cui sembrava finalmente a portata di mano. Un gesto crudele eppure in qualche modo coerente da parte di questa città, che non si è mai lasciata afferrare del tutto.

Il progetto di ricerca si è salvato grazie all’intervento dell’Università di Johannesburg, che è subentrata come host institution sudafricana; ma lo stesso non si può dire del mio cuore, che è rimasto incrinato, e di un entusiasmo che si è ridotto all’ombra di sé stesso. C’è una certa ironia in tutto questo: adesso ho finalmente i fondi per finire, e l’opportunità di vivere in Sudafrica per due anni interi. Ma saputone il prezzo, una parte importante di me vorrebbe non aver mai vinto questa pesantissima borsa.

La disillusione non ha spento la determinazione; perché nonostante tutto, voglio scrivere questo benedetto libro.

Lo immagino come un gesto di restituzione e al contempo di chiusura. È possibile che sia davvero il mio ultimo lavoro accademico: il desiderio di passare ad altro, una volta conclusi questi anni, è più forte che mai. Proprio per questo, sento il bisogno di farlo bene. Di scriverlo non allo scopo di costruire una carriera, ma per il piacere di scrivere bella storia, capace di onorare il legame ostinato e difficile che continua a legarmi a Cape Town.

Forse è questo, alla fine, il modo più onesto che ho per viverci dentro: non più inseguendo l’illusione di possederla, ma accettando di scriverle — e di scrivermi — dentro questa distanza.

A Cape Point con Madre, 2023

Nota d’autrice:

La serie “Diario (de) coloniale di viaggio” è un esperimento di travel blogging che nasce con un obiettivo deliberato: usare il metodo decoloniale che ho appreso fuori dalla scrittura accademica, e portarlo nel terreno esposto e imperfetto del racconto personale. 

Sono una storica, e il linguaggio che ho imparato a padroneggiare è quello specialistico. Ho creato questo blog proprio per scrivere in pubblico senza l’armatura dell’accademichese e delle riviste “scientifiche”, assumendomene i rischi.

Questo progetto di scrittura nasce da una convinzione semplice: ogni conoscenza è situata, e per questo anche la decolonizzazione non è un processo universale né replicabile. Cambia a seconda dei corpi, del loro vissuto storico, e del posizionamento da cui guardiamo al mondo. 

Per una persona come me – bianca, europea, istruita, eppure precaria — “pensare decoloniale” è quindi innanzitutto un esercizio di white consciousness: un tentativo di attraversare luoghi e memorie senza pretendere innocenza, e senza confondere la critica con l’assoluzione.

Scrivo in solidarietà aperta con chiunque la modernità coloniale condanna a una precarietà strutturale, ereditaria, essenzializzata.

Non per parlare al posto di, ma per interrogare il posto da cui parlo.

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