12 Gennaio 2026

 

La serie “Diario (de) coloniale di viaggio” è un esperimento di travel blogging che nasce con un obiettivo deliberato: usare il metodo decoloniale che ho appreso fuori dalla scrittura accademica, e portarlo nel terreno esposto e imperfetto del racconto personale. 

Sono una storica, e il linguaggio che ho imparato a padroneggiare è quello specialistico. Ho creato questo blog proprio per scrivere in pubblico senza l’armatura dell’accademichese e delle riviste “scientifiche”, assumendomene i rischi.

Questo progetto di scrittura nasce da una convinzione semplice: ogni conoscenza è situata, e per questo anche la decolonizzazione non è un processo universale né replicabile. Cambia a seconda dei corpi, del loro vissuto storico, e del posizionamento da cui guardiamo al mondo. 

Per una persona come me – bianca, europea, istruita, eppure precaria — “pensare decoloniale” è quindi innanzitutto un esercizio di white consciousness: un tentativo di attraversare luoghi e memorie senza pretendere innocenza, e senza confondere la critica con l’assoluzione.

Scrivo in solidarietà aperta con chiunque la modernità coloniale condanna a una precarietà strutturale, ereditaria, essenzializzata.

Non per parlare al posto di, ma per interrogare il posto da cui parlo.

Place de Quinconces

Venerdì

 

Ero venuta a Bordeaux per riposare la testa.

La speranza era di allontanarmi, almeno per qualche giorno, dalla lotta estenuante contro i mulini a vento del mondo accademico — contro i quali finisco a sbattere a causa di inneschi spesso così futili da lasciarmi interdetta, oltre che ferita.

L’ultimo atto di questo dramma, che prosegue da quasi dieci anni (il tempo del mio precariato) si è verificato nell’ambito della scuola di pensiero decoloniale, in cui avevo creduto molto.

Eventi recenti mi hanno tuttavia persuasa che in tale scuola tendano a replicarsi quelle stesse modalità gerarchiche, dicotomiche ed egotistiche proprie del pensiero bianco, sulla cui critica essa si fonda.

Quegli stessi “strumenti del padrone”, in altre parole, che essa sostiene di aver abbandonato.

D’altra parte, come potrebbe fare altrimenti, dal momento che per poter accedere all’élite accademica – e per restarvi – è necessario eccellere nel padroneggiare proprio quegli strumenti?

Mi sembra un vicolo cieco, e «come se ne esce?» è il pensiero intrusivo ricorrente da cui cercavo di sfuggire con questo viaggio.

La scelta è caduta su Bordeaux un po’ per caso: avevo una questione di famiglia da curare a Parigi, per cui puntavo ad altra città francese per la mia fuga, e nel capoluogo d’Aquitania abita un mio ex-coinquilino che me l’aveva molto raccomandata.

Inoltre, avevo notato che in un paesino non troppo distante da lì – almeno a guardare sulla mappa – è sepolto Henri Toulouse-Lautrec, la figura che ha fatto da capostipite per la mia serie di racconti Amaro con gli spettri.

Mi pareva un buon luogo dove fare un pellegrinaggio lieve – un atto di gratitudine, qualche gita di esplorazione per alleggerire lo spirito. Niente più.

Poi ho scoperto che nel villaggio dove Henri è sepolto non arrivano i mezzi pubblici.

Niente autobus, niente treni, e naturalmente niente taxi abbordabili.

L’unica opzione era fare una crociera sulla Garonna con inclusa una visita al castello che fu residenza estiva della famiglia Toulouse-Lautrec – ma il rapporto che Henri aveva con l’opulenza dei propri nobili natali non era dei migliori, e non ero affatto certa che presentarmi come turista nella sua magione sarebbe stato un omaggio gradito.

Per cui ho dichiarato concluso il pellegrinaggio prima ancora di cominciare, e fatto quello che faccio quando non so dove andare: sono andata a zonzo.

Ho cominciato senza un progetto, e soprattutto senza alcuna intenzione di ritrovarmi dentro la storia del mondo.

E invece la storia del mondo — che volevo dribblare con la grazia di un gatto che evita le pozzanghere — mi è venuta incontro alla prima curva del fiume, come un cane fedele che non ho mai adottato e che continua lo stesso a seguirmi.

Il Palazzo della Borsa visto dalla Garonna

Sabato

 

Avevo deciso di orientarmi un po’ per la città, e come mi capita di fare quando arrivo in un posto nuovo, mi sono iscritta a un walking tour in inglese, nella modalità free o meglio tip-based, basata sulle mance, che sta prendendo piede nelle città più turistiche.

Si tratta di una versione povera delle passeggiate organizzate da guide turistiche certificate, e sono da queste ultime fortemente osteggiate, perché è una tecnica talvolta usata per non pagare le tasse o aggirare i limiti imposti dalle normative sui patentini professionalizzanti.

Nei tour tip-based le guide sono spesso studenti, apprendisti, o semplicemente persone che hanno deciso di provare ad arrangiarsi o reinventarsi. Ne ho scelto uno non soltanto per risparmiare, ma per studiare una modalità di lavoro che ho talvolta riflettuto di mettere in atto io stessa, nei miei periodi di disoccupazione fra un assegno di ricerca e l’altro.

Tornando a Bordeaux: la guida improvvisata era una ragazza americana, preparatissima, che vive lì da meno di due anni.

Una di quelle persone che hanno studiato la città con la voracità di chi vuole rimettere ordine nella propria vita: tutto di fila, dalla fondazione romana ai commerci triangolari, da Eleonora d’Aquitania all’occupazione nazista. Parlava con un entusiasmo contagioso, con una passione fuori scala per la storia coloniale della città.

Perché Bordeaux è una città smaccatamente coloniale, segnata nel profondo dal suo stretto rapporto con la terra che i francesi chiamavano Saint Domingue, e che ha poi dato a sé stessa il nome di Haiti.

Mentre camminavamo lungo la Garonna, sotto un sole invernale così luminoso da sembrare di primavera, la giovane americana ha iniziato a raccontare della tratta schiavista con una precisione quasi impeccabile: le rotte dei flussi di zucchero e di rum, i nomi delle famiglie arricchite, la connessione diretta con Saint-Domingue. A un certo punto, con una sicurezza che sfiorava l’enfasi, ha dichiarato che Bordeaux era stato “il principale porto della tratta francese”.

Non lo era, in realtà: era stato il terzo, dopo Nantes e La Rochelle. Come avrei scoperto più tardi, la ricchezza sfacciata del Settecento bordolese era legata allo sfruttamento schiavista del lavoro nelle piantagioni caraibiche più che alla tratta negriera in sé.

Una distinzione sulla quale ancora si dibatte, perché viene facilmente strumentalizzata da chi vuole difendere la reputazione di Bordeaux come frutto urbanistico del “successo dei filosofi [Illuministi], che volevano rendere le città un crogiolo di umanesimo, universalità e cultura,” come cita il sito dell’UNESCO, che nel 2007 ha nominato il suo centro storico patrimonio dell’umanità.

Nel momento del racconto, tuttavia, l’esattezza storica era per me meno interessante del fatto stesso che questa ragazza straniera – bianca, bionda e con gli occhi blu – ne parlasse.

In due ore di cammino, la guida aveva nominato parole e storie che la città, da sola, non mi aveva ancora offerto: non avevo visto nessuna targa evidente, nessun monumento ingombrante, nessun reale carico di memoria pubblica.

Se non me ne avesse parlato, avrei potuto non accorgermi di questa storia.

Come qualche voce critica ha già evidenziato, Bordeaux non vuole mettere a rischio la narrazione che la ritrae come una città mercantile prospera e illuminata, anche se i bordolesi stanno lentamente cominciando a fare i conti con le ombre del proprio passato, e in misura minore, del loro presente.

C’è voluto lo sguardo straniero di questa ragazza, competente e un po’ enfatico, perché notassi i volti di donne africane scolpiti a fianco quelli di vecchi europei barbuti, sulla facciata del Palazzo della Borsa; perché iniziassi a vedere i punti ciechi, a riempire i vuoti, a ricucire la geografia con la storia.

Mi ha colpito – anche se non del tutto stupito – che la prima voce a parlarmi della schiavitù a Bordeaux fosse statunitense. Come se questa memoria, per emergere, avesse bisogno di un accento straniero.

Per cui ho deciso, per i giorni successivi, di seguire i suggerimenti di questa ragazza e di andare in cerca di altre tracce della storia coloniale della città, cominciando con una visita al Museo d’Aquitania e alla sua discussa sala dedicata al commercio triangolare.

Mascherone, Palazzo della Borsa

Domenica

 

La domenica mattina mi sono addentrata nelle sale del Museo d’Aquitania con l’intenzione di seguire un percorso lineare: entrare, vedere la preistoria, attraversare Roma, scivolare nel Medioevo, e arrivare infine alla sala dedicata alla schiavitù che tanta discussione aveva suscitato.

Non immaginavo che la prima scossa me l’avrebbe data proprio la preistoria, la parte del museo che dovrebbe offrire una tregua concettuale, un territorio innocente, ancora fuori dalla politica.

Mi sono ricordata, varcandone la soglia, che la preistoria nei musei europei è spesso una promessa di innocenza. Non solo un “prima” della storia, ma un “prima” della politica. Una pagina bianca su cui il presente può scrivere ciò che vuole senza dover fare i conti con crepe e fratture.

L’Aquitania, ci racconta il suo Museo, era fittamente abitata da diverse specie ominidi già in tempi molto antichi; si trovano qui alcune delle più splendide pitture rupestri di cui è rimasta traccia in Europa, di cui si conserva qui qualche riproduzione.

Il più noto di questi siti sono le grotte di Lascaux; scoperte per caso da quattro ragazzi nel 1940, furono state aperte al pubblico nel 1948, per essere nuovamente chiuse quindici anni dopo.

La costante presenza umana aveva portato muffe che rischiavano di distruggere capolavori vecchi di 17.000 anni.

Capolavori che, peraltro, non erano stati dipinti per essere visti da occhio umano; molte pitture sono eseguite su pareti così ravvicinate tra loro da impedire di goderne di una versione d’insieme – un dettaglio che ho trovato di un fascino incredibile e molto alieno, in quest’era dove bellezza è divenuta sinonimo di iperesposizione.

 Più avanti, procedere lungo il percorso storico narrato dal museo è stato utile a rammentarmi della stratificazione storica attraverso cui l’Europa ha colonizzato sé stessa, prima di volgere questa voracità verso al mondo intero.

L’Aquitania – e Bordeaux in particolare – è in questo senso esemplare, perché è sopravvissuta a numerose operazioni coloniali prima di esportare questa esperienza a Haiti, stavolta come aggressore.

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La prima colonizzazione d’Aquitania è facile da individuare: è Roma.

Fu un luogotenente di Cesare a conquistare Burdigala, fondata da un popolo gallico nel III secolo a.C, e a dare così inizio al processo di romanizzazione.

Questo non significa che questa fu la prima invasione che questo territorio conobbe; al contrario, la compresenza di siti di Neanderthal e uomini moderni (i cosiddetti Sapiens) dimostra che l’Aquitania fu teatro di scontri fin da tempi molti antichi.

La colonizzazione è però un’altra cosa: implica un processo di disciplinamento culturale, oltre che di conquista territoriale, il cui obiettivo è la trasformazione radicale di un territorio che aveva già le sue culture, le sue élite, le sue lingue, in favore di quelle del conquistatore.

Roma, in questo senso, costituisce il primo caso paradigmatico di progetto coloniale in Occidente, che è poi andato a costituire, con la sua aquila imperiale, il fondamento simbolico della modernità invadente di europei e americani.

Dopo oltre quattro secoli di dominio romano, l’Aquitania ha conosciuto le invasioni successive dei Vandali, dei Visigoti e dei Franchi; fino a guadagnare una sua ricca autonomia – per quanto vassalla del re di Francia – nel corso degli scontri feudali dei secoli X e XI.

Il momento più alto di questo periodo si raggiunse con Guglielmo il Trovatore, che diede vita a uno degli stati più culturalmente vivaci del tempo, le cui ricchezze erano superiori a quelle dello stesso re di Francia. 

La dinastia del Trovatore, tuttavia, ebbe vita breve, perché rimase presto a corto di figli maschi.

All’ultima duchessa – la celeberrima Eleonora – toccò il destino comune a molte aristocratiche d’Europa: vedere il proprio corpo trasformato in un veicolo di trasferimento territoriale.

Più che diventare la sua dote, infatti, l’Aquitania venne assorbita da un altro regno attraverso di lei.

La storia però è tutto tranne che lineare, perché il primo marito – Luigi VII di Francia – la ripudiò per mancanza di figli maschi; mentre il secondo – Enrico II d’Inghilterra, a cui di maschi ne avrebbe dati ben cinque, la tenne prigioniera per oltre un decennio, temendone le trame politiche.

In conseguenza di questo dramma personale e collettivo, l’Aquitania diventò territorio inglese per tre secoli, dando vita alla lunga serie di conflitti nota come Guerra dei Cent’anni.

Questa – molto in breve – è la storia contesa che ha preceduto la trasformazione di Bordeaux in parte integrante dello Stato-nazione francese, e nella moderna città portuale la cui opulenta bellezza è costruita sulla tratta negriera e lo sfruttamento coloniale di Haiti.

Dopo questo crescendo, l’ingresso nella sala della schiavitù si percepisce distintamente.

 Non è segnalato da una cesura esplicita. Non c’è una porta o un passaggio speciale, né un cartello che annunci un cambio di registro.

Eppure lo si capisce subito, prima ancora di leggere o vedere qualcosa, perché la luce cala.

Non che la sala sia buia; piuttosto, si tratta di una mezza penombra, sottile ma intenzionale, come a segnare una parentesi visiva all’interno della progressione storica costruita nelle sale precedenti — e che riprende, senza troppi scarti, in quelle successive.

La schiavitù, in questo percorso lineare, appare così: una parentesi oscura.

Come se il museo se ne vergognasse. Come se fosse qualcosa che non vorrebbe mettere in luce ma deve, e che per lo meno – così ci racconta la mezz’ombra – è durato un tempo limitato, e ora appartiene al passato.

Nella sala sembrava aleggiare la tipica domanda che si pongono europei e statunitensi di fronte alle rivendicazioni che arrivano loro dalle minoranze di colore e dal Sud globale: “perché questa rabbia contro l’Occidente, quanto la schiavitù è finita, e il colonialismo è finito?”

Il problema è che il fulcro della critica decoloniale al cosiddetto “pensiero bianco” è proprio questo: che il colonialismo non è mai finito, perché gli squilibri politici, sociali, economici e culturali che esso ha istituito esistono ancora, e hanno conseguenze vive e profonde nei corpi e nelle menti di tutti noi.

La relazione speciale che è intercorre fra Bordeaux e Haiti è in questo senso esemplare, perché la prima è ancora oggi una città ricca ed elegante, e il secondo è ancora oggi “il paese meno sviluppato dell’emisfero occidentale e uno dei più poveri al mondo” (wikipedia dixit).  

 La consapevolezza di questo stretto legame fra passato e presente sembra mancare del tutto nella curatela della sala sulla schiavitù del Museo d’Aquitania.

 Mentre camminavo da un pannello informativo all’altro, un’altra cosa mi è poi saltata all’occhio: l’uso ampio e disinvolto della parola “nègre”, senza altra censura delle virgolette, e del suo derivativo négrier, per indicare la tratta o commercio degli schiavi africani.

La questione non è solo visiva.

Nella sala è infatti proiettato un video informativo, che illustra alcuni stralci del diario di un mercante di schiavi bordolese (un “negriero”, appunto), letti da una voce maschile che restituisce alla parola un ritmo di contabilità dell’orrore:

«Ho comprato tot “ne*ri” in tal porto.»
«Me ne sono morti tot durante il viaggio.»
«Ne restano tot all’arrivo, che ho venduto per la tal cifra.»

Numeri. Perdite. Scarti.

La parola ripetuta con la stessa neutralità con cui si registrano merci acquistate, vendute, danneggiate.

Questa ripetizione continua mi ha disturbato, se non altro per l’effetto di straniamento rispetto all’orizzonte intellettuale cui sono abituata. Nella critical race theory di scuola anglofona, inclusa la corrente sudafricana, l’uso della parola con la N è infatti un tabù assoluto.

Un tabù che obbliga a elaborare soluzioni creative ogni volta che si traduce o si cita una fonte proveniente da contesti dove il termine era d’uso comune, come il diario citato nel video.

Mi sono trovata sospesa fra due sentimenti opposti, entrambi difficili da ignorare.

Da una parte, un mezzo sollievo, animato dall’istintiva avversione verso qualunque forma di censura.

Sono infatti persuasa che ripulire il linguaggio del passato sia, per le persone bianche, un modo elegante per cercare assoluzione dal proprio senso di colpa, anziché una soluzione ai problemi attuali, nascondendo sotto il tappeto della correttezza linguistica le responsabilità politiche del presente.

Come credo Joseph Conrad sapesse molto bene, quando ha insistito per pubblicare Il negro del Narciso con questo titolo, in un 1897 che già lo trovava disdicevole, lasciare la parola così com’è, nuda e in primo piano, costringe noi bianchi a fare i conti con la sporcizia della nostra memoria, che tendiamo troppo volentieri a rimuovere o a edulcorare.

Dall’altra, ho sentito un disagio profondo.

Perché quello stesso uso così insistito, il cui effetto è “solo” perturbante per una persona bianca come me, può diventare una forma di riattivazione della violenza per chi quella parola l’ha subita — o la subisce ancora — sul proprio corpo. Un’ulteriore esposizione, non scelta, e uno stress continuo.

Sono uscita dalla sala portandomi addosso questi sentimenti profondamente ambivalenti.

Senza una posizione chiara da rivendicare o una conclusione da offrire. Solo con la sensazione che quella parentesi oscura non fosse affatto chiusa.

Ho lasciato quei pensieri lì, in sospeso. Ho deciso di non forzarli in una risposta immediata, ma di dormirci su e riprenderli più avanti — magari sull’altra riva del fiume, davanti al monumento dedicato alla memoria di Toussaint Louverture e delle vittime della tratta.

Pannello informativo del Museo d'Aquitania

Lunedì

 

Dopo il rituale pain au chocolat della colazione, ho preso una pausa dal passato coloniale di Bordeaux e dedicato la mattina del lunedì ai Bassins des Lumière, uno spazio espositivo ricavato all’interno di una ex base sottomarina costruita dai tedeschi durante l’occupazione nazista.

Un edificio colossale, di cemento armato, che incombe sul quartiere del porto come un fossile di guerra mai del tutto metabolizzato.

Già arrivarci è stata un’esperienza.

Per raggiungere l’ingresso ho dovuto girare attorno all’intera struttura, prendendo così coscienza delle sue reali dimensioni: è una massa colossale, opaca, ostile, che ci ho messo oltre venti minuti a circumnavigare.

È difficile non provare un senso di angoscia in presenza di questo ecomostro di cemento, che si acuisce leggendone la storia.

Questa base immensa fu costruita da manodopera largamente coscritta – un terzo degli operai erano prigionieri di guerra spagnoli – in soli diciannove mesi. Inaugurata nel settembre 1941, fu bombardata a più riprese dalle forze alleate, che tentarono senza successo di distruggerla, non riuscendo a infliggerle altro che qualche lieve danneggiamento al tetto.

Per anni, finita la guerra, quell’edificio è rimasto lì come un mostro di memoria: troppo grande per essere ignorato, troppo carico di significato per essere facilmente riassorbito.

Poi è stato rivendicato dagli artisti locali, e infine trasformato nello spazio espositivo che è oggi.

Entrarci è come attraversare un portale per un altro mondo.

Dentro, la massa scura del cemento viene completamente invasa dalla luce: proiezioni monumentali coprono l’intera superficie delle sue pareti, e si riflettono sull’acqua dei bacini; colori che si infrangono nelle tre dimensioni dello spazio come maree artificiali.

Lo spettacolo di luci in corso al momento della mia visita era dedicato all’oceano: ed è stata un’esperienza immersiva, avvolgente, di una bellezza quasi ipnotica, in cui ho trascorso tutto il tempo che ho potuto.

Camminando lentamente nel buio, tra quella profusione di luce, ho pensato che alla sua forza simbolica: quella struttura era stata costruita per dominare il mare, per controllarlo, per farne un teatro di guerra.

Adesso quella stessa struttura lo celebrava, lo moltiplicava in immagini, lo restituiva come esperienza sensoriale e poetica. Il cemento dell’occupazione era stato letteralmente bombardato di luce.

È stato uscendo, mentre riprendevo a camminare lungo la Garonna in direzione del memoriale dedicato a Toussaint Louverture, che questa trasformazione mi è tornata addosso con una nota malinconica.

Bordeaux si è riappropriata di un colosso costruito da un occupante straniero — la Germania nazista — saturandone l’interno di bellezza condivisa (sia pure a pagamento). Qui, la ferita dell’occupazione è stata attraversata, esposta, riplasmata fino a diventare luce.

Eppure, quando si è trattato di gettare luce sul proprio passato di occupante, come nella sala sulla schiavitù del Museo d’Aquitania, Bordeaux ha voluto tenere questa memoria in penombra.

Non sto suggerendo sia stata una scelta consapevole.

Piuttosto una coincidenza, che tuttavia dice molto – credo – di come una comunità gestisce i diversi passati che la abitano.

Di quanto sia più facile illuminare ciò che ci è stato inflitto, rispetto a ciò che abbiamo inflitto noi.

Con questo pensiero addosso, ho continuato a camminare lungo il fiume, verso l’altra riva della Garonna.

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Ho dovuto camminare avanti e indietro un paio di volte prima di rendermi conto che il memoriale era tutto lì.

È strano come le aspettative possano ingannare la vista e il corpo: io cercavo qualcosa di più imponente, più visibile, qualcosa che interrompesse il paesaggio.

E invece continuavo a passargli davanti senza vederlo, perché il memoriale alla schiavitù di Bordeaux è come nascosto in bella vista; piazzato con discrezione nel parco che costeggia tutta la rive droite della Garonna.

A ricordare le circa centocinquantamila persone che furono commerciate come schiave attraverso il porto di Bordeaux, si trova qualche targa di bronzo incastonata nel terreno, come pietre d’inciampo, alternate a frecce che indicano direzioni diverse, l’Africa da cui partirono, i Caraibi in cui furono deportati.

A completare il memoriale, un mezzo busto di Toussaint Louverture.

Il tutto è esteticamente gradevole.

Misurato.

Educato.

Collocato in un parco curato, tranquillo, lontano dal centro storico che avevo percorso nei giorni precedenti.

Mi sono seduta su una panchina e ho pensato, senza troppi giri di parole né pretese di eleganza teorica: che paraculata.

L’ho pensato con rabbia, ma anche con stanchezza.

Perché sì, certo, possiamo fare meglio i memoriali: più visibili, più disturbanti, più radicali.
Possiamo discutere all’infinito di quale sia il modo più giusto di ricordare, quali le parole giuste da usare, di quanta luce o quanta ombra sia giusto dare al passato.

Ma mentre stavo lì, in quel parco piacevole, il pensiero che continuava a imporsi con ostinazione alla mia mente era sempre quello: Bordeaux è ancora oggi una città bellissima, ricca, luminosa. Haiti è ancora oggi uno dei paesi più poveri del mondo.

E questo non è un problema di memoria; è un problema di giustizia.

Ho pensato allora che forse il punto cieco del metodo decoloniale — almeno così come l’ho visto praticare negli ultimi anni — è proprio questo slittamento silenzioso: da strumento per interrogare e correggere squilibri materiali, storici, economici, a discussione sempre più raffinata – e talvolta censoria – sulle parole giuste, i dispositivi simbolici, le forme accettabili del ricordo.

Eppure il colonialismo non è mai finito proprio perché non è mai stato riparato.

E finché la decolonizzazione resterà una questione di musei e di dibattiti accademici – per quanto ben intenzionati – continueremo ad accapigliarci su un passato che non passa senza alcuna speranza di trasformare il presente.

Sono rimasta lì ancora un po’, senza sapere bene cosa fare con questo pensiero.

Poi mi sono alzata, e mi sono avvicinata ancora una volta al busto di Toussaint Louverture, per rivolgergli una preghiera silenziosa.

Non a Toussaint come icona, come simbolo pacificato, ma come promemoria di una rivoluzione che non chiede di essere ricordata meglio, bensì di essere presa sul serio e condotta a termine.

Con questa preghiera nel cuore, ho ripreso a camminare.

Il fiume alle spalle, la città davanti, e indosso la sensazione — non del tutto spiacevole — che la fuga, anche questa volta, non avesse funzionato.

Busto del generale Toussaint Louverture

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