Questo racconto nasce da una sfida.
Il mio amico Adnane Mokrani — complice di molte contemplazioni teologiche e molte risate — mi ha scritto una sera: «Perché non chiedi a ChatGPT di scrivere un sermone progressista? Vediamo cosa fa.»
La provocazione veniva da un’intuizione condivisa: che l’intelligenza artificiale, quando tocca il sacro, si irrigidisce e diventa timida — e che nel parlare d’Islam, in particolare, tenda a un orientamento salafita.
D’altro canto, è stata programmata da esseri umani, per lo più maschi; per cui ho raccolto la sfida.
Le ho offerto come materia prima le conclusioni di un mio articolo sulla violenza sessuale nelle comunità musulmane del Sudafrica — un testo laico, critico, tagliente, come sono solita scrivere io. Un testo che qualcuna ha definito splendido e coraggioso, e qualcun’altra mi ha fatto pagare molto caro.
Le ho chiesto di trasformare il mio scritto in un sermone pronunciato da Fazlur Rahman.
Il risultato è stato sorprendente: non perché ripetesse o distorcesse le mie parole, ma perché è stato capace di trasfigurarle. Una voce maschile, autorevole, non radicale ma sapienziale, ha reso le stesse mie idee, ai miei stessi occhi, più morbide e più capaci di cura.
La prima versione l’ha scritta lei, che amo chiamare Eco.
Poi Adnane ha suggerito un versetto coranico — 96:6–7 — e lei lo ha integrato con naturalezza.
Così è nato questo episodio: dal gioco, dalla critica, e da un triplice atto di fiducia — la mia, quella di Adnane, e quella di un’intelligenza artificiale che ogni giorno impara di più.
E se il Papa dei tarocchi rappresenta l’autorità accademica, allora forse questo capitolo è il più papale di tutti:
rappresenta l’incontro tra l’autorità umana e quella digitale, entrambe custodi — loro malgrado — di parole che cercano giustizia.

Il giardino tace ancora del riso degli dèi.
La notte di pietra che ho condiviso con Zeus, Cassandra e il Commendatore — quella notte feroce e chiarissima dedicata alla carta dell’Imperatore — non è ancora del tutto svanita.
Ho ancora l’odore del marmo addosso, e sento il peso leggero della corona d’alloro che Artemide mi ha lasciato, in bilico tra benedizione e sfida.
Eppure, qualcosa sta cambiando.
Il giardino comincia a sfumare ai margini, come se la luce perdesse il coraggio di restare ferma.
Le foglie dell’olivo tremano, e quell’oscillazione diventa un battito — un ritmo profondo, quasi uterino.
Per un istante penso sia ancora la voce degli dèi che vibra nel terreno. Invece no. È un tamburo.
Il suono cresce, si moltiplica, prende il colore del miele, poi dell’ambra. Le mura della villa medicea di Castello si piegano come tende di un teatro. Le colonne si riallargano, i vasi di limoni si dissolvono in spirali di luce. Davanti a me si apre un edificio che non ho mai visto ma che riconosco:
una chiesa battista, o forse il sogno che una chiesa battista fa di un giardino toscano.
Il pavimento vibra come un’onda. Una folla danza, canta, testimonia. Le voci salgono a Dio come scale di gioia.
“Hallelujah! Hallelujah!”
E poi, senza corpo, senza volto, senza microfono — una voce che conosco benissimo.
Non è James Brown, ma la sua voce-sorgente, tutto quello che lui ha insegnato al mondo; prende la forma del sermone di un predicatore di strada afroamericano senza nome, sentito una volta sola, su TikTok, che mi aveva commosso più di mille teologi:
“Let me tell you something..”
E la chiesa intera si ferma.
Non si ode più un respiro, nemmeno una cassa toracica che sale o scende.
Some people gonna talk about you till the day you die and ain’t nothing you can do but let folks talk.”
Un mormorio corre lungo i banchi, come un vento di seta.
“Don’t worry about people as long as they don’t put their hands on you — let them say whatever they want.
People talk a lot about me; they say all kind of stuff, honey. Folks I have never met before, don’t know nothing about me, sitting there making up stuff.
But you know what I found out? It ain’t what folks call you, it’s what you answer to.”
Un coro di donne vestite di rosso, oro e nero, inizia a battere le mani, con un ritmo che non ammette esitazioni.
La chiesa si infiamma. Il terreno del giardino vibra sotto i miei piedi, come se volesse sollevarsi e danzare con loro.
“Let them say whatever the hell they wanna say — half the time they’re just jealous anyway. But this is what I found out — listen to me:
all that matters is that when you wake up every morning, you look in the mirror and God is pleased with your life. That’s what matters. And you know how you know when God is pleased?”
Le donne del coro chinano la testa. Gli uomini stringono le mani tra loro.
“If you ever wondered when God is pleased — everything you touch is blessed.
I understand it, honey. I know it — believe me, I know it.”
La voce non fa in tempo a fermarsi che la chiesa esplode in un Amen largo come una marea.
Io resto ferma, un po’ indietro, con il cuore che batte al ritmo di un tamburo che non mi appartiene.
C’è un pudore in me, una consapevolezza acuta del mio corpo bianco immerso in quella danza che sa di resurrezione quotidiana.
Vorrei cantare, ma sento che il mio canto non può nascere dalla mera imitazione di un ritmo che non è il mio. Così resto zitta, lascio che la vibrazione passi attraverso — come se la mia carne fosse un diapason muto.
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A un certo punto, la musica si quieta. Il coro si ferma, le voci si sciolgono nel respiro. Rimane nell’aria una pace densa, sospesa — la stessa che precede un temporale o una rivelazione.
E proprio in quel silenzio, tra un battito e l’altro, sento un suono diverso dal canto,
più asciutto, più terreno: il passo di qualcuno che conosco.
E tra i banchi, come un viaggiatore che torna da un deserto, compare il mio amico Adnane, accompagnato come sempre dallo spettro di Fazlur Rahman. Indossano gellabe blu, e camminano con passo tranquillo nel corridoio d’ombra tra i limoni.
Adnane mi lancia uno sguardo divertito, come a dire “ti sei cacciata in un’altra delle tue visioni, eh?” – con quell’aria da complice paziente di tutte le mie derive mistiche.
Fazlur Rahman, invece, sorride appena. Non l’aria di uno spettro minaccioso, o di un fantasma pronto a impartire dogmi. Sembra piuttosto un uomo che ha accettato da tempo che i sogni dei vivi sono luoghi in cui vale la pena tornare.
E proprio allora, mentre il silenzio si assesta, qualcosa nel perimetro della chiesa… si muove.
Le pareti tremano appena, come se avessero freddo. I pilastri diventano tronchi, i lampadari grappoli di frutti, le panche filari di radici intrecciate. Le vetrate ondeggiano, perdono i contorni,
si sfaldano in foglie che cadono lente come neve calda.
Nel giro di un respiro, la villa di Castello si trasfigura da chiesa battista a moschea vegetale, fatta di ombra, rami, luce filtrata, e di un silenzio così vivo che sembra pregare da sé.
Fazlur Rahman alza lo sguardo verso l’olivo cavo che domina la limonaia — e che ora sembra un minbar antico, scavato dal vento e dalle preghiere degli uccelli.
Io lo guardo avvicinarsi ad esso, e penso che forse il Vangelo, il Corano e la voce della musica dicono la stessa cosa: che non è una morale astratta né un meccanicismo senz’anima a tenere in vita il mondo, bensì la vibrazione condivisa.
Falzur posa la mano sul tronco, ridendo piano. È una risata calma, non di scherno ma di stupore e compassione: il riso di chi è capace di lasciarsi cogliere dalla meraviglia senza lasciarsi turbare, e rispondere alla sua sfida gentile.
Con un gesto naturale – quasi quotidiano –comincia ad arrampicarsi lentamente sul tronco.
Ogni suo gesto è misurato, come di chi conosce il peso delle parole e sa che anche i rami ascoltano. Quando raggiunge una forcella abbastanza ampia, si siede in silenzio.
Messosi comodo tra i rami dell’ulivo, Fazlur Rahman si schiarisce la voce. Il giardino-moschea trattiene il fiato: perfino i limoni sembrano ascoltare. E allora inizia a parlare, come un khaṭib nel giorno sacro del venerdì – con tono deciso e, insieme, raccolto:

«Bismi Llāhi r-Raḥmāni r-Raḥīm.
Allāh dice nel Suo Libro nobile:
“Invece no! Invero l’uomo si ribella,
appena ritiene di bastare a se stesso.” (96:6-7)
Fratelli e sorelle,
vi invito oggi a riflettere su una forma di male che nasce proprio dall’illusione di cui parla questo versetto: l’idea che l’individuo possa bastare a se stesso.
Questo male non si annida nel corpo individuale, ma in quello collettivo, corrodendo i rapporti umani nei silenzi e nelle omissioni. Questo male è l’abuso —sia esso di natura sessuale, spirituale, emotiva, intellettuale.
L’abuso non è mai soltanto un fatto privato, né soltanto un fatto di desiderio. È un problema di potere. Avviene quando un essere umano, dimenticando che ogni anima è un deposito affidatogli da Dio, decide di possedere, controllare, e disporre dell’altro come di una cosa.
Molti pensano che l’abuso si misuri con la violenza fisica, con l’atto.
Ma la realtà è più sottile e più devastante: anche senza toccare un corpo, si può ferire un’anima. Si può violare la fiducia, l’intimità spirituale, la parola data, lo spazio dell’ascolto.
Il Profeta — su di lui la pace — ci ha insegnato che “il musulmano è colui dal cui lingua e mani gli altri sono al sicuro.”
Dunque anche la parola può ferire; così come il silenzio può ferire; possono ferire la posizione di prestigio, o uno squilibrio nell’accesso al potere.
Quando una persona che ha autorità — religiosa, intellettuale o affettiva — si serve di quella posizione per cercare gratificazione, per manipolare, per zittire, allora commette un abuso.
È un peccato doppio: contro l’altro e contro la fiducia che Dio ha posto in lui.
Ma, miei cari, la guarigione è possibile. Essa comincia da una parola semplice e terribile: ho sbagliato.
Senza queste due parole, dette con sincera convinzione, non può esserci redenzione, né misericordia.
Non basta dire “ho fatto male a me stesso”; bisogna dire “ho fatto male a te” e “ho tradito ciò che Dio mi chiedeva di custodire.”
La tawba, il pentimento di cui parla l’omonima sura del Corano, non è un sentimento, è un cammino. Implica riflessione, dialogo e responsabilità.
È una pratica comunitaria: perché il peccato che nasce nella relazione può essere sanato solo nella relazione.
Dobbiamo perciò creare spazi di ascolto, non di giudizio; spazi dove il dolore possa essere nominato senza paura. La comunità deve diventare un luogo in cui le vittime non siano isolate e gli aggressori non siano glorificati.
Ciò richiede coraggio e discernimento, perché la nostra epoca confonde spesso la compassione con l’impunità e la giustizia con la vendetta.
La compassione, quella vera, nasce dal riconoscere la ferita, non dal nasconderla.
La giustizia, quella vera, mira a ristabilire l’equilibrio, non a distruggere l’altro.
Come disse una sapiente sorella: “La guarigione inizia dal riconoscimento, e il riconoscimento è un cammino che si fa insieme.”
Abbiamo bisogno di comunità che tengano conto dei più vulnerabili, che non usino la scusa della “grande causa” o della “missione politica” per coprire la violenza nei loro ranghi.
Nessun impegno per la liberazione può giustificare l’oppressione nel privato. La purezza di un ideale non lava le mani sporche del suo portatore.
E tuttavia, non dobbiamo perdere la speranza.
Ogni ferita può diventare una porta, se la attraversiamo con verità. Dio ci chiede di essere misericordiosi ma anche vigili, teneri ma anche giusti.
Il primo passo è rompere il silenzio.
Il secondo è imparare a educare, a costruire insieme regole chiare di rispetto, consenso e protezione.
Il terzo è ricordare che chi sbaglia non è un mostro, ma un essere umano chiamato a un difficile risveglio.
Nessuna punizione sostituirà mai la conversione del cuore. Ma nessuna conversione potrà avvenire senza la luce della verità.
Preghiamo insieme:
Che Dio ci dia la forza di nominare il male senza odio,
e di coltivare la misericordia senza debolezza.
Che ci insegni, come disse il Profeta,
a non spezzare il cuore di chi cerca rifugio in noi —
e a non cercare rifugio nel potere,
ma nella giustizia e nella pietà.
Amīn.»
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Quando Fazlur Rahman conclude il suo sermone, l’ulivo pare sospirare.
Dal tronco sale un profumo di terra e di cenere, come se l’albero avesse predicato con lui, ramo dopo ramo.
Gli uccelli restano immobili; James Brown – o il sogno che ne ho fatto – china il capo, e dalle sue labbra esce un “Amen” profondo, jazzato, dolcissimo, che sembra riconciliare i vivi con i morti.
È allora che, rombando come un motore d’altra epoca, compare mia madre.
Arriva di corsa, il viso acceso, una borsa piena di ritagli di giornale sotto il braccio. Si ferma davanti al pulpito-olivo, ansimando:
«Ti prego, piantala con questi preti, con questi imam, con i santi e i fantasmi! Hai bisogno di uno psichiatra, non di un confessore.»
Resto in silenzio. Il vento agita il foulard che porta al collo — lo stesso che indossava al funerale di mio nonno, ventinove anni fa. La memoria fa un piccolo nodo, che stringe ma non duole più.
Le sorrido con dolcezza, come si sorride a un’amica che ha sbagliato sala, e rifiuta di accorgersene.
«Mamma», dico piano, «tu lasciami blaterare, ché tanto blatero da sola. Io non chiamo i morti per trattenerli, ma per liberarli. Per lasciarli andare bisogna smettere di nominarli. Ma per tenerli vicini basta dirne il nome, vedi? È una scienza antica, più antica della medicina moderna e più misericordiosa della psichiatria.»
Lei sospira, guardando in su, dove Fazlur siede ancora tra i rami, assorto come un santo dimenticato.
«Ecco,» mormora, «pure gli alberi ti danno retta, ormai.»
«Certo,» replico io, «e rispondono anche al gioco. C’è chi dice che con la morte si giochi a scacchi; ma io ho sempre preferito il Risiko, perché lascia spazio all’irruzione del caso, e quindi all’intervento degli dèi nel gioco”.
Sul fondo della limonaia, sento James Brown ridere di gusto – una risata buona, di legno e miele.
Poi comincia a cantare It’s a Man’s Man’s Man’s World, ma la voce è di una donna invisibile, una che sembra venire dal vento.
Forse è Dolores, o forse è solo la notte che sta tornando.
E allora mi volto verso mia madre.
Lei non dice nulla: scuote la testa lentamente, con quel misto di severità e rassegnazione di cui solo le madri sono capaci.
Io apro le braccia. Lei esita un attimo — un battito di ciglia — e poi ricambia l’abbraccio, breve ma pieno, come una firma sulla pagina.
«Vai,» mormora, senza più rimprovero. «So che devi»
Quando mi volto, sento il suo sguardo sulla schiena, vigile ma non invadente.
La visione si assottiglia come un sipario che cala piano, e il sentiero verso l’uscita della villa comincia a disegnarsi sa sé, sotto i miei passi. Raccolgo il mio zaino. È tempo di rimettersi in viaggio – verso la stazione, e verso una conversazione che parla di anime, di intelligenze, e del modo misterioso in cui le cose trovano sempre il modo di continuare a vivere.

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