Ogni viaggio comincia con un trucco da prestigiatore.

Nei tarocchi, la prima carta è quella del Bagatto – o del Giocoliere. È un ragazzo in piedi dietro un tavolo, con gli strumenti del mestiere sparsi davanti a sé: una coppa, un coltello, una moneta, una bacchetta. Gli stessi quattro simboli che, più tardi, diventeranno i semi dell’arte divinatoria – e che rappresentano il corpo, il pensiero, l’anima e la volontà.

Il Bagatto non è ancora un mago, ma non è più un ingenuo: sta imparando a trasformare la realtà attraverso il gesto. La sua sapienza è incerta, ambigua, un equilibrio tra l’inganno e la rivelazione.
Come ogni inizio, porta in sé la promessa e il pericolo.

È con questa immagine che entro nella seconda notte del mio viaggio — una notte che profuma di tiglio e vino, e in cui la Gnosi si mescola alla carne come il fumo all’incenso.

(Per il primo episodio, “Al tavolo di Henri Toulouse Lautrec”, clicca qui)

La notte di Firenze è fresca e frizzante. Dalle strade intorno a piazza Tasso salgono odori di tiglio e di vino, di cera e di umidità antica.

La sala dell’ex-convento delle Leopoldine, ora proprietà del Comune, è piena di sedie in fila, disposte tra i soffitti a volta e le pareti color ocra. Al centro di una nicchia absidale, un telo bianco proietta il titolo della conferenza: “Il Maestro Gnostico Francesco d’Assisi.”

L’evento è organizzato dalla Nuova Accademia Gnostica di Firenze, un’associazione che si presenta come non a scopo di lucro, “aperta a tutte le persone, senza distinzione di razza, sesso o religione.”

Sul palco, un uomo dal forte accento sudamericano parla con voce calma di un sapere universale — la Gnosi — che sarebbe la radice di ogni tradizione spirituale.

Alcuni prendono appunti, altri sbadigliano, qualcuno tiene gli occhi chiusi, assorto come in preghiera.

Io sono seduta sul fondo, con indosso una kefiah palestinese e una felpa con una stella rosa sul petto e, sul retro, la scritta: “Nel dubbio, polemizzo.”

Non so bene cosa mi abbia portata qui: forse la curiosità, forse quel filo invisibile che unisce ciò che studio e ciò che sogno — un filo che diventa ogni giorno più difficile travestire da “produzione accademica”, almeno per come l’accademia è intesa oggi.

Sul telo bianco, l’immagine di san Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano si dissolve lentamente in una citazione di Samael Aun Weor e poi nel serpente Kundalini.

Mentre ricerco in fretta su Google chi fosse questo Samael, ricavandone sentimenti molto misti, il relatore parla di Francesco come di un “iniziato”, di Chiara come della sua “sposa”, descrivendoli come due metà di un’unione che non nega la carne ma la trasfigura.

Penso al corpo, alla sua ambigua santità; alle parole dei Padri della Chiesa, al sospetto della gnosi verso la materia — e mi scopro a storcere il naso.

Io non mi sento un essere di luce intrappolato in un corpo; mi sento una povera scimmia pensante, tormentata dai fantasmi dei morti e da quelli – per me ancora più terribili – del capitalismo.

Quando cerco il ricongiungimento con lo Spirito, non voglio rendermi superiore al mio corpo: voglio fare pace con esso.

La svalutazione sistematica della carne propinata in salse diverse dalle religioni, anche se travestita da magia sessuale, dove si risparmia energia con l’astensione dal sesso e dall’eiaculazione (immagine profondamente maschiocentrica, non vi pare?) — non mi piace proprio per niente.

Ripenso alle parole che ho sentito pronunciare al Caffè del Verone da Lou von Salomé, e mi convinco che aveva ragione:

“Il divino prende vita quando il corpo ride di sé stesso, e l’anima smette di fingere di non avere orifizi.”


Quando la conferenza finisce, esco nella piazza. L’aria è tesa e viva, piena di voci che si disperdono.

Sento che qualcosa è rimasto sospeso — un invito, forse, o una chiamata.

Attraverso la piazza a passi lenti. Nella mia borsa, accanto all’immancabile taccuino, una scheda informativa annuncia il prossimo incontro: un corso di meditazione gnostica cui non credo che andrò.

Il martedì sera si gioca a Risiko, e credo di preferire quello — anche se, come sempre, dipenderà dall’impulso del momento.

Mi fermo un momento sotto i lampioni, guardo il cielo nero sopra l’Oltrarno. E sento, chiaro come il sole, che la notte non è finita.

Scendo verso l’Arno seguendo le luci gialle dei lampioni. L’aria è fredda, viva, piena di umidità e di presagi. Le pietre dei vicoli riflettono i miei passi come se ne ricordassero altri — antichi, più leggeri, di pelle nuda e sandali.

Un profumo di ozono e gelsomino mi avverte che sto oltrepassando qualcosa.ù

A ogni respiro la città si fa più sottile, come se dietro la superficie di Firenze stesse emergendo un’altra città, invisibile ma altrettanto reale: una costellazione di anime in cammino, ciascuna persa in una sua piccola follia.

«Che te ne è parso della conferenza?»

La voce arriva da dietro di me. Mi volto: Lou von Salomé mi osserva, con il suo sorriso un po’ crudele e un po’ materno, il volto illuminato da una luce che non è di questo mondo.

Accanto a lei, scalzo e ridente, con gli occhi accesi di febbre, c’è Francesco d’Assisi.

«A dire il vero,» rispondo, «mi è sembrata troppo occupata a sistemare il cielo in una mappa. Le mappe mi piacciono; ma è la caccia al tesoro in sé a rendere bello il viaggio, e la vita degna di essere vissuta. La ricerca sterile, senza vertigine, senza riconoscimento del corpo, non mi piace.»

Lou annuisce. «Gli gnostici amano la conoscenza come i burocrati amano i timbri. Ma la conoscenza che salva non si accumula: si respira, come il vento.»

Francesco ride piano. «Vento e polvere, sorella. Il sapere è inutile se non ti fa ridere di te stesso.»

Camminiamo insieme attraverso Ponte Santa Trinita, poi lungo via Tornabuoni, fermandoci un attimo davanti alla Colonna della Giustizia. Mi accorgo che nessuno ci guarda, come se fossimo visibili solo l’uno all’altro.

Francesco si ferma un momento ad osservare la statua — la sua armatura muliebre, la spada, la bilancia — e mormora:

«Un giorno mi chiamarono pazzo. E avevano ragione. Il Signore mi disse: “Francesco, sii un novello pazzo in questo mondo.” E io l’ho creduto. La follia è l’unico modo per non ridurre l’amore a regola.»

Lou lo ascolta, affascinata. «Tu hai incarnato quello che molti uomini non hanno osato: un Cristo senza potere, un profeta senza dogma. Ti hanno seguito perché non predicavi dottrine, ma perché te ne spogliavi.»

Francesco sorride: «Eppure anche quella nudità è diventata un’istituzione. È la maledizione delle cose pure: sopravvivono solo travestite da regole.»

Mi volto verso Lou: «E Maria Maddalena? L’hanno spogliata, sì, ma per farla tacere.»

Lou si accende come una fiamma. «Lei è la chiave perduta, la memoria carnale del Cristo. Il suo Vangelo lo dice chiaramente: non c’è resurrezione che non passi attraverso la materia amata.
L’amore è conoscenza, ma solo se brucia — altrimenti è dottrina, non fiamma. Le chiese hanno sempre avuto paura di questo.»

Camminiamo ancora oltre, superando Palazzo Strozzi e la Chiesa dei Santi Michele e Gaetano, da cui proviene un lontano tintinnio metallico, come di monete accumulate l’una sull’altra.

Francesco solleva il viso al cielo: «La gnosi che non conosce la gioia del corpo non è sapienza, è malinconia travestita. Io non ho mai disprezzato la carne. L’ho chiamata sorella, anche quando tremava.»

«Eppure,» aggiunge Lou, «ogni epoca ha bisogno di riscoprire la sua follia sacra. La ragione uccide gli dèi più in fretta del peccato.»

Firenze dorme. Sento il rumore di lievi passi sconosciuti sulla via, come un respiro antico.
Francesco mi guarda: «Scrivilo, sorella. Non per convincere, ma per ricordare. Ogni epoca ha i suoi teologi, ma pochi hanno il coraggio di ridere con Dio.»


Camminiamo ancora, fino ad arrivare in Piazza San Lorenzo, sotto la statua di Giovanni dalle Bande Nere.

La pietra è tiepida d’umidità e di vino, e la notte vibra di una musica che sembra provenire dal sottosuolo — un tamburo lontano, un battito antico, una chiamata.

Seduta sui gradini, con una chitarra tra le braccia e la sua inconfondibile voce che graffia come vento di sale, Rosa Balistreri, la Voce dei suq di Palermo, canta.

La sua figura è traslucida, ma viva: i capelli raccolti sotto una cuffia bianca, gli occhi pieni di quella malinconia indomita che appartiene solo ai Sud.

Intorno a lei, la piazza è deserta, ma le sue parole riempiono tutto:

«Cu ti lu dissi / ca t’haju a lassari / megliu la morti / e no chistu duluri…»

Ogni sillaba cade come una preghiera sporca e perfetta.
Dietro la voce, un ritmo di contrabbando si alza e si confonde con il respiro della città. Tamburi invisibili pulsano dal selciato, dai muri, dal cuore.

È una taranta che guarisce, perché non si leva per placare le emozioni, ma per risvegliarle.

Rosa alza lo sguardo verso di noi.

«U nordu, u suddu… so’ solo parole,» dice, senza smettere di pizzicare le corde. «Ma lu cori, quannu batte, nun tene frontiere. È a’ curpa e a’ grazia d’ogni cristiano.»

Francesco sorride, quasi timido. «Sorella mia, il tuo canto è una liturgia senza altare.»
«E la tua follia,» risponde secca lei, «è la sola chiesa che riconosco.»

Lou la guarda con un’attenzione che somiglia a devozione.

«Vedi, Margherita,» mi dice, «questo è il suono che l’Europa ha dimenticato: la sapienza delle viscere. Ogni ritmo che non passa dal ventre è sterile.»

Rosa intona una nuova canzone, stavolta dal ritmo campano:

“Quando sona la taranta / è il mio sud che dal suo ghetto / sta sfidando tutto il mondo / col suo ritmo maledetto…”

Mi pare che le pietre stesse di Firenze fremano, come se la città ricordasse improvvisamente d’essere fondata sul corpo — sulle ossa, sul sangue, sui corpi che danzano per non morire.
Il canto si allarga, diventa vento, diventa mare.

Vedo le sagome dei diavoli del flamenco e delle streghe di Benevento che girano intorno a noi, trascinandoci in un cerchio che non è né inferno né paradiso, ma qualcosa di più terrestre e più sacro.

Lou prende la mia mano. «Ascolta. Questa è la gnosi della terra. Quella che non salva l’anima, ma la restituisce al corpo.»

Francesco, accanto a noi, chiude gli occhi e sussurra: «L’amore non è una verità: è un contagio.»

Il canto di Rosa rallenta, poi si spegne in un sussurro. Lei posa la chitarra sulle ginocchia e mi guarda.

«Tu devi scendere, figghia mia. Ogni teologa ha un deserto da attraversare. E il tuo è a Sud.»
Lou annuisce. «A Sud, sì. Dove la carne non chiede perdono.»

Francesco invece fa un passo avanti, tocca leggermente la mia spalla.

«Ma prima, sorella, passa per Siena. Nella Basilica di San Domenico. Porta il tuo cuore a colei che parlò con Dio come si parla a un amante: Caterina. Le serve ancora una compagna che non abbia paura di bruciare.»

Rosa ride piano, una risata che sa di vino e di fuoco.

«E poi vieni pure giù, quannu voi. Ti insegnerò a cantare senza voce.»

Il silenzio torna a scendere sulla piazza. Lou mi bacia sulla fronte. «Vai, e non temere di mescolare le lingue. Dio capisce solo le frasi sbagliate.»

Francesco si dissolve nella penombra, lasciando dietro di sé un odore di fieno e di luce.

Rosa rimane ancora un istante, poi la sua chitarra si spegne in un ultimo “none none none” che resta sospeso nell’aria come una benedizione irregolare.

Il suono si spegne, ma non la vibrazione.

Resto sola sui gradini, e nel silenzio sento ancora il ritmo nascosto sotto la pelle, come un battito lontano.

Penso che forse non era una canzone, ma un richiamo. Qualcosa luccica per un istante accanto a me — una moneta, forse, o solo un riflesso — e scompare.

Capisco allora che ogni conoscenza è un trucco: non per ingannare, ma per creare meraviglia.
E nel vuoto che segue, una voce — non mia — sussurra: ricomincia.

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