Da quando ho cominciato a scrivere di spettri, mi domando spesso cosa significhi davvero fare lo psicopompo.

Non nel senso mitologico di chi guida le anime oltre il fiume — ma in quello più umano, dimenticato, di colui – o colei – che si prende cura della morte.

Prendersi cura della morte non significa occuparsi solo dei morti, nel senso dei corpi dei trapassati o delle loro tombe, ma di tutto ciò che muore: che siano relazioni, idee, stagioni, linguaggi.

È un lavoro umile e scomodo, perché la nostra epoca ha delegato la morte al silenzio, e la cura ai protocolli. Eppure qualcuno deve restare sulla soglia, per tradurre la lingua del passaggio.

Il compito dello psicopompo non è quindi salvare, né consolare; bensì ascoltare ciò che continua a parlare anche dopo la fine.

È un mestiere che esige compassione, ma anche senso del ritmo — la capacità di riconoscere quando una voce va lasciata andare, e quando invece bisogna continuare a ripeterla, come un ritornello che non si è ancora stancato di risuonare.

(per l’Episodio II, “Il giocoliere di Dio“, clicca qui)

(per l’Episodio I, “Al tavolo di Henri-Toulouse Lautrec“, clicca qui)

La notte è di vetro e di vento.

La mia stanza fiorentina odora di lavanda e di pioggia vecchia. Ho lasciato la finestra socchiusa: non entrano solo spifferi, ma voci.

Sulla sedia, la kefiyah palestinese e la felpa “Nel dubbio, polemizzo” sono accasciate una sull’altra, come due animali esausti.

Guardo il telefono un’ultima volta: un messaggio della mia amica Giovanna mi dice che ha cucinato per i senzatetto a Campo di Marte, e che ora è stanca.

Penso a lei, alle sue mani che impastano e servono, e a Leo, suo marito, una bestia gentile che sparecchia in silenzio.

Capisco che sono loro la terza tappa della mia mappa interiore iniziata agli Innocenti: il coraggio della cura, la forza che non teme la tenerezza.

Mi addormento così, con un sapore agrodolce in bocca. E subito comincia il sogno.


Mi trovo in un campo di grano illuminato da una luna enorme, bassa, color miele.

Lou von Salomé è seduta accanto a un fuoco. Mi indica una vecchia radiolina appoggiata su una pietra: dalla cassa gracchiante esce Zombie dei Cranberries.

Dolores canta con voce piena di vento, e a ogni “in your head” il grano ondeggia come un mare di anime.

Lou sorride: «Ascolta. Questa è la musica che chiama i morti. Non perché voglia trattenerli, ma perché li riconosce. Ogni nota è una parola che non ha finito di dire se stessa. Chi accompagna i morti deve imparare la loro grammatica spezzata, il ritmo che ricuce ciò che le parole dividono.»

La canzone mi riporta alla mente un’idea radicale che accarezzo fin dai tempi della mia adolescenza: quelli che parlano, nella nostra testa, sono sempre i morti. Per questo allu indigenu piace stare zittu.

Ma se a litigare nella nostra testa sono voci estranee (But you see / it’s not me / it’s not my family /
In your head, in your head, they are fighting
), come possiamo proteggerci dalla pazzia? In altre parole, come possiamo imparare a distinguere la nostra voce da quelle altrui?

Come a volermi rispondere, Lou accende un’altra radio, più piccola, rossa, con l’antenna spezzata. Bonobo Power di Caparezza riempie l’aria come un’esplosione di sole.

Il campo di grano prende fuoco — ma il fuoco non brucia, danza. I morti ridono, e mi ritrovo a ridere con loro.

Il Vero Linguaggio, mi ricorda piano la voce di Ursula Le Guin, è quello del corpo. Quando si impara a distinguerlo, il rischio di cadere nella pazzia è in larga parte scongiurato.

«Ecco l’altro polo del tuo Tao musicale,» dice Lou. «Una canzone per chiamare, una per congedare.
Fame e sazietà, spirito e carne. Questo è il ritmo del contrabbando, Margherita: quello che fa viaggiare le anime da un mondo all’altro.»

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Dal fuoco emerge allora una figura familiare: la Papessa, il secondo arcano dei Tarocchi.

Non ha corona, ma un grembiule macchiato di sugo. Nelle mani regge una bottiglia d’olio, che mi porge come un’offerta.

«Domani andiamo a Siena,» dice. «Porteremo quest’olio a chi custodisce i morti, e lasceremo che i santi ci insegnino il mestiere dei vivi.»

Sotto il suo velo, il silenzio non nasconde: filtra le emozioni.

Il sapere della Papessa, infatti, non scende dall’alto; cresce come il grano, dal basso, dove la carne e la terra si scambiano notizie.

Accanto a lei compare Leo, il marito di Giovanna, che guarda la scena in silenzio. I suoi occhi hanno la calma delle bestie gentili che conoscono il dolore ma non lo temono.

Lou si alza e mi accarezza la fronte, come una maestra che congeda la sua allieva.

«Vai, bambina mia. Il viaggio continua a Sud. Ogni passo che farai è una domanda che si fa corpo.
Ricorda: il sapere è inutile, se non ti fa ridere di te stessa.»

Poi, dal cerchio di fuoco, appare un uomo con una penna d’oca infilata tra le dita. Scrive senza guardarmi, e ogni sua parola sembra sospesa a mezz’aria.

«Chi sei?» chiedo.

«Un frate che raccontava i vivi come si raccontano i morti,» risponde.

Il fuoco gli illumina il volto gentile e ironico di Salimbene de Adam, che narrò l’ascesa e la caduta dell’imperatore svevo Federico II.

Non parla come un cronista: parla come chi ha già visto troppo. Le sue frasi non spiegano, ispezionano; non registrano, rivelano.

«Io non ordino i fatti,» dice. «Li ascolto finché vibrano di pietà. Ogni parola che scrivo è un seme nel solco della memoria. Gli uomini prima, poi i loro destini. Se all’uomo resta ancora qualcosa, nella miseria cui si è ridotto, è solo la sua voce. La storia viene solo dopo.»

Riconosco allora ciò che intendevo per psicopompo: un ruolo che non implica fare il sacerdote della morte, ma l’archivista del presente.

Significa essere uno che fabbrica il modo del ricordo, come diceva mio padre Arnaldo: qualcuno che butta semi nei solchi, che evoca presenze – saggiandone la qualità, il valore.

Uno che accompagna senza possedere.

Il suo sguardo, per un istante, si vela.

«Ridi, se puoi,» mormora. «La pietà incrina la voce, ma è da quella incrinatura che prende forma la vita.»


Mi sveglio all’alba.

Sul comodino c’è una bottiglia d’olio che non ricordavo di aver comprato. Fuori, il vento d’ottobre soffia come un respiro antico.

Guardo il telefono: un messaggio lampeggia sullo schermo.

“Amica mia, andiamo a Siena. Ho capito il gioco. Ti aspetto domani mattina, alla stazione.”
— G.

Sorrido. Poi vedo qualcosa accanto alla bottiglia: un piccolo quaderno rilegato in cuoio, impolverato come un oggetto uscito dal tempo. Sulla prima pagina, in una calligrafia che non è la mia, leggo:

“Cronica d’uno che vide gli uomini e li amò per le loro debolezze.”
Firmato: Frater Salimbene de Adam.

Fuori, il cielo comincia a schiarire.

E da qualche punto del sogno non ancora svanito sento una voce roca, calda, piena di teatro e di malinconia — la voce di Paolo Bonacelli, amico di mio padre, che interpretò Salimbene nel suo Enzo Re:

«Ricorda, Margherita… non si studiano i santi per imitarli, ma per riderci insieme. È nel riso che si riconosce la grazia. Lo psicopompo non consola: insegna a ridere del confine.»

Chiudo il quaderno, e stringo fra le mani la bottiglia d’olio.

La notte si dissolve, ma il sogno continua. E so che domani, a Siena, incontrerò chi mi insegnerà ancora una volta il mestiere dei vivi.

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