Questo racconto narra la storia di un pellegrinaggio realmente avvenuto, seppure con qualche licenza poetica.
In un giorno di ottobre, sono salita su un treno per Siena né per turismo né per cieca devozione, ma per mettere alla prova un’ipotesi: che pregare, oggi, possa ancora essere un atto politico.
Avevo deciso di rendere omaggio a Santa Caterina, non come martire del Papato ma come alleata: per chiederle sostegno nella mia personale diatriba con l’Unione Europea di cui lei è protettrice.
Sono partita da sola, portandomi dietro solo lo spettro di Salimbene de Adam, tramite una copia del diario di regia di Enzo Re che ha viaggiato con me.
Tutto il resto è venuto da sé, tramite coincidenze e conversazioni fortuite; come accade nei veri rituali, dove “caso” è solo un nome che diamo a coprire un antico gioco di dadi col destino.
(Per l’episodio III, “Il sogno di Lou e dei due canti“, clicca qui)
(Per l’episodio II, “Il giocoliere di Dio“, clicca qui)
(Per l’episodio I, “Al tavolo di Henri Toulouse-Lautrec“, clicca qui)

Il treno corre veloce fra colline di rame e filari di vite, in un giorno di ottobre così caldo e solare da sfiorare maggio, mentre James Hetfield canta nelle mie cuffie.
Siedo accanto al finestrino, il quaderno aperto sulle ginocchia, guardando scorrere il paesaggio come un sogno che ha deciso di farsi concreto.
Di fronte a me c’è un frate francescano dal volto gentile e dalle mani grandi da copista: fra’ Salimbene de Adam, il cronista medievale miracolosamente riemerso dal tempo per me in memoria di mio padre, Arnaldo Picchi, che lo mise in scena in piazza Santo Stefano, nella Bologna di un’altra vita. Legge un libro di cui non riesco a scorgere il titolo, con la calma di chi conosce il segreto di ogni storia.
«Fratello,» gli chiedo dopo un lungo silenzio,
«vorrei farti una domanda. Se le donne avessero davvero potere, cosa resterebbe degli uomini? Se lo chiede Ursula Le Guin, la mia scrittrice preferita, nel suo romanzo Tehanu.»
Salimbene solleva lo sguardo, divertito, e un riflesso d’oro danza sulla sua tonsura.
«Domanda grande, figlia mia. Se lo chiedi a Dio, ti direbbe che l’uno non può esistere senza l’altra.
Un passo deutero-paolino, 1 Timoteo 2,11, dice:
La donna impari in silenzio con tutta sottomissione; non concedo a nessuna donna di insegnare né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo.
Ma se lo chiedi al mondo… il mondo ha paura dei poteri che non capisce.»
Chiudo il quaderno, accarezzandolo come fosse un gatto.
«Eppure ci sono state regine,» insisto. «Non erano forse potenti?»
«Una regina,» risponde lui, «è una donna che regna come un uomo. Gli uomini le lasciano il trono, ma non la libertà. È un potere prestato, come un mantello troppo grande: copre, ma non scalda.»
Fuori dal finestrino, i cipressi s’inchinano al vento. Osservo il movimento quieto dei campi e mormoro:
«Forse è per questo che tante donne hanno scelto il digiuno, il silenzio, la rinuncia. Per trovare un potere che non dipendesse da nessuno.»
Il frate mi guarda con un’ombra di malinconia.
«Parli di Santa Caterina,» dice piano.
«Parlo di tutte le donne che hanno fatto della mortificazione del corpo la loro lingua,» rispondo.
«E di tutte quelle che, per essere ascoltate, hanno dovuto scomparire.»
Il treno rallenta. Una voce annuncia:
«Prossima fermata: Siena. Termine corsa del treno.»
Salimbene mi lancia uno sguardo che è già una promessa.
«Allora andiamo a incontrarla,» dice. «Forse l’Imperatrice non è colei che regna, ma colei che sa trasformare la fame in parola.»
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Il treno si ferma con un sospiro lungo e metallico.
Scendo sul marciapiede, abbagliata da una luce dorata che sembra uscita da un affresco. L’aria profuma di tufo e di vino giovane, e le voci dei passeggeri si intrecciano come fili di seta.
Perdo di vista Salimbene, e sto ancora cercandolo tra la folla quando una risata squillante mi attraversa come una freccia del passato.
«Margherita!»
Mi volto, ed vedo Camila, la mia amica catalana, con i capelli biondi sciolti sulla schiena e gli occhi che ancora brillano di tutte le avventure che non abbiamo condiviso.
Per un istante resto immobile: la gioia e la sorpresa si mescolano a un’antica ferita, quella lasciata da un nome che non pronuncio da anni — Massimiliano.
Lei non sembra portarne più il peso. Sorride come se nulla fosse accaduto, come se ci fossimo salutate ieri.
«Ti aspettavo,» dice. «Ho pensato che un pellegrinaggio a Siena meritasse una compagnia degna di te.»
Solo allora noto la figura che la accompagna: un uomo alto e atletico, dal naso appuntito e dallo sguardo ironico e profondo, vestito con una tunica di velluto color cremisi.
Resto senza parole.
«Permettimi di presentarti il mio compagno di viaggio,» continua Camila, divertita. «Lorenzo de’ Medici. Forse lo conosci: qualcuno lo chiama il Magnifico.»
Lui si inchina con grazia.
«Donna Margherita,» dice, «Camila mi ha raccontato di te, e del tuo cammino tra vivi e spiriti. Siena è città di sogni e di politica, ma anche di visioni: forse il destino ha deciso che i nostri sentieri si incrociassero qui.»
Salimbene, che era rimasto un passo indietro, osserva la scena con curiosità e un pizzico di sospetto.
«I Medici e i francescani non hanno mai parlato la stessa lingua,» mormora.
«Eppure,» ribatte Lorenzo con un sorriso che vale un madrigale, «la lingua dell’anima non conosce fazioni. Siamo qui tutti per cercare la stessa cosa: il senso di un potere che non corrompa, ma fecondi.»
Camila mi prende sottobraccio, come se gli anni di silenzio non fossero mai esistiti.
«Vieni,» mi sussurra. «Ti porto da Caterina. L’Imperatrice attende.»

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Usciti dalla stazione, ci incamminiamo verso Porta Camollia. L’aria di Siena vibra come una stoffa antica: ogni pietra ha un odore diverso, di ferro, di pane, di sole consumato.
Camila cammina accanto a me, con passo deciso; Lorenzo ci segue, recitando versi suoi e d’altri, come un menestrello rinato. Salimbene annota tutto nel suo taccuino, incuriosito da questa compagnia che mescola secoli come carte di un mazzo divino.
Saliamo verso la Fortezza Medicea. Dalla sua sommità la città si stende come una spirale di tetti bruciati dal tempo. Camila si ferma, appoggiandosi a un parapetto di pietra calda.
«Sai, Margherita,» dice, «ogni volta che torno a Siena penso alla Papessa Giovanna.»
Lorenzo la guarda con un sorriso che sa di eresia.
«La donna che volle essere papa? Una favola che Roma avrebbe voluto bruciare.»
«O un vangelo mai scritto,» ribatte Camila.
Io taccio, ascoltando. Il sole colora d’oro la Fortezza.
Camila riprende:
«Si racconta che Giovanna fosse sapiente come un dottore della Chiesa. Ma la sua conoscenza non veniva dai libri soltanto. Era una conoscenza che saliva dalle viscere, come il canto di una madre che partorisce il mondo.»
Salimbene scuote il capo. «Blasfemia! Il parto non è luogo di teologia, ma di carne e sangue.»
Camila gli sorride dolcemente. «Eppure, fratello, che cos’è l’Incarnazione se non Dio che accetta di sanguinare?»
Lorenzo annuisce, colpito.
«Il parto di Giovanna fu un’apocalisse — la rivelazione del potere che giace nel corpo femminile. Per questo la Chiesa la cancellò: non poteva sopportare che il Verbo avesse un grembo.»
Proseguiamo in silenzio lungo via di Camollia, tra i negozi affollati e la Babilonia di voci dei turisti. Siena sembra sospesa tra due responsi — quello della mistica e quello della storia.
Poi, quasi per caso, parliamo di Caterina.
«La santa che non mangiava,» mormoro. «Che fece del digiuno la sua parola.»
«La Papessa e Caterina,» dice Camila, «sono le due metà dell’Imperatrice. Una parla col sangue, l’altra con la fame. Entrambe creano. Una generò un figlio, l’altra una voce.»
Alla svolta che porta alla Basilica di San Domenico, il sole inizia a calare. Le mura della chiesa diventano color miele e cenere.
Mi pare di sentire due presenze accanto a noi: una donna dal volto severo, con la tiara in mano, e un’altra, esile, vestita di bianco, con un giglio appassito tra le dita.
Camila si ferma e chiude gli occhi.
«Le senti, vero?» mi chiede.
Annuisco.
«La Papessa parla a Caterina,» sussurra. «Le dice: Non ho peccato nel partorire, sorella. Ho mostrato ciò che nessun uomo osa: che anche il Verbo sanguina.»
«E Caterina risponde,» aggiungo, «Io ho consumato la mia carne per farla diventare luce. Tu l’hai fatta verbo, io l’ho fatta silenzio. Ma è lo stesso potere.»
Lorenzo si scopre il capo, come davanti a un mistero più grande dei dogmi. Salimbene, invece, si inginocchia e piange — non di paura, ma di riconoscimento.
«Scriverò questa cronaca,» mormora. «La chiamerò Historia Imperatricis.»
Quando raggiungiamo la Basilica, le campane cominciano a suonare.
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L’interno della Basilica è immerso in una penombra dorata. L’aria sa di cera, d’incenso e di rose vecchie. Ogni passo risuona come in una caverna sacra.
Camila entra per prima, spingendo la porta con un gesto deciso, quasi teatrale. Il Magnifico la segue, con la grazia un po’ decadente di chi è abituato a dominare ogni spazio, anche quello di Dio.
Io e Salimbene chiudiamo la fila.
Sotto l’altare laterale, in una teca di cristallo, brilla la reliquia: la vera testa di Santa Caterina. È piccola, scura, fragile come una noce. La guardiamo in silenzio.
Camila si volta verso di me e sussurra:
«Ecco, questa è l’unica immortalità che la Chiesa concede alle donne: la conservazione in stato di reliquia.»
Sorrido, un po’ stanca. «Meglio il ricordo che il frigorifero,» rispondo.
Salimbene rabbrividisce. «Sorelle, non parlate così delle sante!»
«Oh, ma non la offendiamo,» dice Camila con dolce ironia. «Anzi. Se davvero è viva, sentirà che le parliamo da donne libere.»
Lorenzo si avvicina al reliquiario e, in un tono che mescola devozione e desiderio, mormora:
«Se almeno la bellezza potesse salvarci dal fanatismo…»
Camila gli lancia uno sguardo tagliente. «Non è la bellezza che salva, Lorenzo. È il coraggio di guardare in faccia la propria rovina.»
Un raggio di sole filtra da una vetrata, colpendo il reliquiario.
Per un istante, la testa sembra animarsi — un’ombra di sorriso, o forse una piega della luce. Mi sembra di udire una voce sottile, come di vento tra le corde di un’arpa:
«Fate vobis.»
Camila la sente anche lei. «Lo ha detto a noi,» sussurra.
«Che vuol dire?» chiede Lorenzo.
«Vuol dire che non c’è un solo modo di pregare. Io lo faccio con l’acqua santa, Margherita con il Corano, tu con i tuoi versi. L’importante è che ci sia musica.»
Senza pensarci, apro lo smartphone e faccio partire Whiskey in the Jar.
Le prime note si diffondono tra i pilastri, e per un attimo sembra che la Basilica stessa respiri — le ombre si muovono come veli, l’oro degli affreschi vibra, e la reliquia sembra sorridere davvero.
Salimbene si inginocchia. «Perdonaci, santa Caterina. Non sappiamo più distinguere il sacro dal profano.»
Camila gli posa una mano sulla spalla. «Forse è proprio così che si prega oggi, fratello: confondendo.»
Lorenzo ride piano. «Allora brindiamo all’ambiguità,» dice. «Alla vita che si fa preghiera anche quando traballa.»
Camila annuisce. «E agli alcolizzati, ai pirati, e agli irlandesi!» aggiunge. «E alle donne che non vogliono farsi reliquia,» concludo io.
Nel silenzio che segue, una campana suona da lontano. È come se Siena tutta respirasse con noi, tenendo il tempo di una canzonetta profana diventata litania.
Siena si dissolve lentamente nel tramonto.
Le campane di San Domenico suonano lente, e la Compagnia si disperde come dopo una messa profana: Camila e Lorenzo si allontanano ridendo, diretti verso la Fortezza, dove l’ombra del Magnifico si confonde con quella dei cipressi. Salimbene resta indietro, annotando qualcosa sul suo taccuino con grafia minuta — forse una cronaca impossibile, o una preghiera per i vivi.
Io resto sola, con il passo lento di chi deve ancora capire cosa ha imparato.
Scendo per vicoli stretti come vene, seguendo il respiro caldo della città. Arrivo in via di Salicotto, nella contrada della Torre.
Le finestre sono chiuse, ma un odore di pane e fumo esce dalle fessure: Siena, come sempre, conserva qualcosa di medievale anche nei sogni.
Lì, appoggiato a un muro, c’è un ragazzo. Ha una giacca lisa, un fazzoletto rosso al collo, e uno sguardo che mescola fuoco e dolcezza. Mi guarda come se mi aspettasse da tempo.

«Sei tu la viaggiatrice dei morti?» chiede.
«Può darsi,» rispondo. «E tu chi sei?»
Sorride. «Mi chiamavano Bruno Fanciullacci. Partigiano. Sono rimasto qui, a metà tra la fuga e la leggenda.»
Ci sediamo su un gradino. Il vento porta un odore di ferro e di uva matura.
«Ho letto di te,» dico. «Hai ammazzato Giovanni Gentile.»
«Già. Ma non è di quello che voglio parlare.»
Si accende una sigaretta che non fuma davvero, solo per avere un po’ di fumo da guardare.
«Parliamo di libertà. Quella vera, non quella scritta sui monumenti.»
Annuisco. «Ti ascolto.»
«L’anarchia, sai, non è caos. È fiducia. È credere che gli esseri umani possano convivere senza padroni, se imparano ad avere coscienza.»
«È difficile,» dico.
«Lo so. Ma anche l’amore lo è. Eppure nessuno smette di cercarlo.»
Camminiamo insieme fino alla fermata dell’autobus.
Il cielo è diventato viola. Le colline attorno a Siena sembrano bruciare in silenzio.
Saliamo su un vecchio autobus diretto a Firenze: i sedili odorano di plastica e nostalgia. Bruno si siede accanto a me, con lo sguardo perso nei riflessi del finestrino.
«Non tornerò oltre la Fortezza,» dice. «Ogni fantasma ha il suo confine. Ma suonami qualcosa, prima che io scenda.»
Sorrido. Tiro fuori il telefono, metto le cuffie e lascio che Zombie dei Cranberries riempia l’autobus.
Le note si mescolano al ronzio del motore, alle voci basse dei passeggeri, e per un momento sembra che tutto — vivi e morti, storia e sogno — respiri nello stesso ritmo.
Quando arrivo a Firenze è notte.
La città dorme, ma le sue pietre ricordano. Cammino fino alle Cappelle Medicee, la porta chiusa, il marmo che riflette la luna. Appoggio lo smartphone a terra e faccio partire ancora Zombie. Le prime note rimbalzano tra le colonne, come un’invocazione segreta.
E allora succede.
Le mummie dei Medici rispondono — con Dreams. La voce di Dolores si leva limpida, giovane, immortale. Un coro di fantasmi canta con lei, e la notte fiorentina diventa una cattedrale di suoni.
Rido, con un nodo alla gola.
«Ecco,» mormoro. «Questo è il mestiere dei vivi.»
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