La Forza è la carta del coraggio calmo – quello che non ambisce a dominare le passioni, ma a contenerle.

Nell’iconografia più diffusa, quella dei tarocchi di Marsiglia, una donna tiene aperte le fauci di un leone a mani nude — non costringe il suo morso, lo accompagna.

È una carta che parla di dolcezza ferma, di quella potenza che non ha bisogno di mostrare i denti per farsi ascoltare. Al contempo, è la carta della trasformazione del desiderio: rappresenta l’energia animale che si fa parola, la rabbia che diventa pensiero.

In questa storia, prendo ispirazione da questa carta per raccontare la storia (giusto un po’ romanzata) di un incontro felice con alcune colleghe all’Università Orientale di Napoli, in occasione di una lectio magistralis di Asma Lamrabet – un dono del destino che ho molto gradito in un momento in cui con il femminismo accademico sono in profonda crisi.

Il titolo è un riferimento ironico al titolo di una canzone di Gigi D’Alessio di cui era appassionatissima l’adolescente che viveva sotto la mia finestra ai tempi in cui studiavo a Napoli, e che l’ascoltava a volumi e frequenza tali da averla resa sottofondo dei miei incubi per molti anni a venire.

(episodio precedente: –> Episodio VIII: Il treno per S. Gennaro)

 

Il pomeriggio a Napoli ha un colore dorato, come di un’arancia matura.

Scendo verso Piazza San Domenico Maggiore, mentre il sole si frange tra le facciate barocche e i fili del bucato che costellano i vicoli.

L’aria odora di pietra calda e di zucchero bruciato: da una finestra qualcuno frigge graffe.

Sparpagliati nella piazza ci sono studenti, suonatori, attivisti pro-Pal, turisti confusi. Una ragazza legge il Corano in silenzio, con le cuffie nelle orecchie.

Sotto l’obelisco, un vecchio dice ai piccioni che la verità non si trova mai tutta da una parte.
Annuisco, quasi per riflesso.

Arrivo a Palazzo Corigliano un po’ in anticipo sull’ora di inizio prevista; le sedie sono ancora mezze vuote quando prendo posto, ma si riempiono velocemente e la sala è gremita quando la conferenza comincia.

Sul palco, Asma Lamrabet parla con voce limpida, senza gesti superflui. Spiega che la chiave per capire l’Islam non è la legge, ma la prassi, e che l’esegesi dei testi sacri – inclusa quella femminista – non può prescindere da mettere in atto quel che in arabo si dice ijtihād: lo sforzo interpretativo, la ricerca di senso.

Parla di “questioni controverse”, scivolando con naturalezza e competenza fra temi diversi e complessi come il hijab (il cosiddetto velo islamico), l’autorità femminile in ambito religioso e politico, le norme di diritto di famiglia (il divorzio, la poligamia, l’eredità) — e ogni tanto sorride, come se sapesse che la controversia è il vero respiro della fede.

Quando finisce, c’è un silenzio rispettoso. Poi cominciano le domande.

Ne lascio passare qualcuna, poi alzo la mano.

«Asma, grazie per le tue parole. Avrei una curiosità di tipo genealogico. Hai detto che il termine femminismo islamico è stato coniato da Margot Badran, e gender jihad da amina wadud. È corretto — ma forse vale la pena ricordare che Margot Badran, con cui ho avuto il piacere e l’onore di avere tante conversazioni, ai tempi del Cairo, ha ripreso l’espressione dalle donne iraniane dopo la rivoluzione del ’79, nei primi anni Ottanta. Per questo Ziba Mir-Hosseini ha definito il femminismo islamico “il figlio indesiderato dell’Islam politico.”»

Un mormorio corre nella sala, divertito e attento.

«Quanto a gender jihad,» continuo, «amina wadud l’ha ripreso dalle musulmane sudafricane impegnate nella lotta anti-apartheid nei primi anni Novanta. Mi sembra importante ricordare che spesso l’accademia attribuisce a singole figure la paternità — o in questo caso la maternità — di concetti che nascono invece da pratiche collettive, da movimenti, da comunità di donne.»

Asma ascolta in silenzio, con quel tipo di attenzione che è già una risposta.

Poi annuisce:

«Hai ragione. È vero, quei termini non li hanno inventati. Ma sono Margot Badran e amina wadud ad averli teorizzati, e quindi ad averli resi pensabili per larghi numeri di persone. Questa è una differenza importante.»

Sorrido.
«Sì,» dico, «hai ragione. È una distinzione eccellente.»

Per un attimo, il nostro sguardo si incrocia: due donne che sanno che la forza non è mai possesso, ma passaggio.

Sopra di noi, sul soffitto affrescato, un angelo tiene aperta la bocca di un leone.

 

Alla presentazione di Asma a Corigliano ne seguirà un’altra in libreria; ma io sono stanca e preferisco tornare a casa di Flavia, alla Stella, a stendermi un po’.

Non faccio in tempo a toccare il cuscino che, quasi senza accorgermene, scivolo rapidamente nel dormiveglia e comincio a sognare.

Nel sogno è primavera, e l’aria ha quella trasparenza che solo la campagna toscana sa avere nei giorni di maggio.

Cammino lungo un viottolo di ghiaia bianca, i cipressi disegnano linee severe contro il cielo, e un profumo d’erba tagliata sale lento come un canto. Accanto a me c’è lui — il mio doppio maschile, quello che da sempre accompagna le mie peregrinazioni oniriche. Parliamo fitto, come fratelli che si conoscono da sempre. Le parole non servono davvero: ci comprendiamo con la cadenza dei passi, con lo scambio degli sguardi.

Poi, d’improvviso, il paesaggio cambia.

Il cielo si vela, prima d’un azzurro più cupo, poi di un cobalto che vira al viola.

Il vento soffia forte, e un brivido mi corre sulla pelle.

Mi volto — e il mio fedele amico non è più lui. Al suo posto c’è un uomo sconosciuto, la pelle scura, il sorriso tagliato come una ferita. Ride, un riso crudele e pieno di potenza, e si avventa su di me.

Vorrei fuggire, ma le gambe non rispondono.

Sento le sue dita afferrarmi per i capelli, trascinarmi via nel buio, mentre il vento fischia e il mondo si dissolve.

Mi sveglio di colpo, con il cuore che batte come un tamburo.

Il soffitto della stanza napoletana è basso, la finestra aperta lascia entrare l’odore della pioggia e del mare.

Per un attimo non capisco dove sono, se ancora nel sogno o nel ritorno.

Poi il telefono vibra sul comodino: un messaggio di Flavia mi ricorda che sono invitata a cena alla Taverna Santa Chiara.

 

La Taverna è calda, il legno scuro, davanti a me c’è un bicchiere di vino rosso.

Fuori piove, ma dentro la sua piccola sala le voci creano un brusio che sa di quiete.

Racconto alle mie colleghe del sogno. Non come confessione, ma come esercizio di sguardo. Racconto del doppio, dell’estraneo, della paura che non è solo mia.

Discuto come la parte che mi ha inquietato di più sia la sua iconografia, inequivocabilmente di matrice razzista, ricalcata sull’immaginario coloniale del “pericolo nero”.

«Da un punto di vista teorico,» dico, «so fin troppo bene da dove viene quell’immagine.
Il cosiddetto pericolo nero nasce come invenzione coloniale: un mito costruito per alimentare paura, per giustificare violenza, per trasformare un intero continente in una minaccia sessuale. In Sudafrica, J.M. Coetzee lo definisce “il non plus-ultra delle fantasie horror del colonialismo”. È una storia sporca, lunga quanto il progetto coloniale europeo.»

Mi fermo un momento, bevo un sorso di vino.

«Eppure,» continuo, «per quanto io conosca a memoria genealogie, testi, studi… quella figura torna. Non nei pensieri, ma dove non ho guardie: nei sogni. Come se l’inconscio ogni tanto riaprisse una vecchia scatola di famiglia, e dentro trovasse immagini che non ho scelto io.»

Sara mi guarda in silenzio, poi dice piano:

«È il ritorno del coloniale, anche nei sogni. Il corpo non mente».

Flavia ride, ma con dolcezza: «In fondo sei una storica. Pure l’inconscio ti parla in archivi».

Annuisco. «Già. Solo che questo archivio brucia. È pieno di immagini ereditate, di voci che fatico a distinguere: quali sono mie, e quali sono aliene?».

Le altre tacciono.

Fuori la pioggia scroscia sui sampietrini, il fumo del vino si alza come nebbia.

Continuo a parlare — o forse a pensare a voce alta — del razzismo che non è odio ma struttura, della colonialità che continua nei corpi anche quando le menti credono di averla smantellata.

Del pericolo di “smontare la casa del padrone” senza accorgersi di vivere ancora nei suoi mezzanini, con gli stessi arnesi, la stessa grammatica.

«E allora che si fa?», chiede una voce.

«Si scende in cantina», rispondo. «Si guarda in faccia i fantasmi. Si lascia che parlino».

Flavia versa un altro dito di vino. «E se non ci dicono più niente?».

«Allora si cammina altrove», dico. «Si è libere di cercare un’altra luce».

Più tardi, uscita dalla taverna, vedo che la pioggia è cessata. Napoli brilla di riflessi, le pietre sembrano vive.

Salgo verso la Stella, poi mi fermo un istante davanti alla vetrina chiusa di un negozio di ex-voto: cuori d’argento, occhi, gambe, mani trafitte.

Ne scelgo uno con la mente. Lo offrirò a Pompei.
Non per chiedere qualcosa, ma per capire.

Cammino lenta, mentre il vento asciuga l’aria e un odore di sugo sale dalle finestre delle cucine.

Nella mia mente vedo la carta dell’Eremita: la lanterna accesa, il passo solitario, la montagna che attende. E decido che domani, se il tempo lo permette, andrò in pellegrinaggio alla Madonna di Pompei.

Forse là troverò la prossima voce che parla.

O forse solo silenzio — ma un silenzio finalmente capace di ascoltare.

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