La carta dell’Imperatore, fra tutti gli arcani maggiori dei tarocchi, è senza dubbio quella per cui ho meno simpatia.

Perché rappresenta la “Legge”, “l’Ordine”, e la tentazione del dominio – in una parola, i pilastri di quello che i gender studies chiamano potere maschile, o patriarcato.

Per raccontarla, ho scelto Cassandra come voce narrante: la profetessa inascoltata, condannata a dire il vero senza essere mai creduta. Attraverso di lei, ho provato a discutere i miti fondativi del patriarcato mediterraneo – gli dèi Olimpi – nella convinzione che le strutture del dominio non si possano abbattere solo con l’analisi.

Serve l’immaginazione, che però di rado piace agli Imperatori.

In questo “banchetto dei morti e degli dèi”, Cassandra non chiede vendetta, ma riconoscimento; l’accompagnano per un pezzo Salimbene de Adam e Lorenzo il Magnifico, che qui escono di scena, e l’amato Don Giovanni, che tornerà en travesti per la carta dell’Eremita.

(Per l’episodio 4, “Il pellegrinaggio del potere“, clicca qui)

(Per l’episodio 3, “Il sogno di Lou e dei due canti“, clicca qui)

(Per l’episodio 2, “Il giocoliere di Dio“, clicca qui)

(Per l’episodio 1, “Al tavolo di Henri Toulouse Lautrec“, clicca qui)

Nel giardino di Boboli, la notte è un velluto nero trapunto d’argento. L’aria sa di terra bagnata e gelsomini, e un vento leggero muove le fronde degli alberi come tende di un teatro.

Cammino in silenzio lungo il viale dei cipressi, seguita da fra’ Salimbene, che si fa il segno della croce ogni tre passi.

Davanti a noi, una lanterna ondeggia: la tiene sollevata Lorenzo de’ Medici, travestito da menestrello zingaro, con una ghironda a tracolla e un sorriso che sembra rubato a un angelo decaduto.

Ad attenderci sul prato dei castagni, seduto su una panchina di pietra, c’è Don Giovanni.

La luna gli batte sul volto splendido, pallido e arrogante, e il suo mantello di broccato pare una notte nella notte.

«Ah, la mistica viaggiatrice!» esclama vedendomi. «E il suo santo segretario! Venite, venite. Ho invitato a cena un ospite straordinario, ma pare che si faccia attendere.»

Salimbene sussurra: «Se è chi penso io… che Dio ci protegga.»

«Tranquillo, Leporello,» lo prende in giro Lorenzo. «Qui i morti vengono solo se chiamati con la musica.»

Ci sediamo attorno a una tavola improvvisata: un blocco di marmo, tre calici, e un pane che sembra appena spezzato da mani invisibili.

Lorenzo accorda la ghironda e dice piano, come per me sola:

«Non lo dimenticate mai, Donna Margherita: le persone che parlano con gli alberi, i muri e i morti sono sempre state le prime a capire dove va il vento. La maggior parte degli uomini, purtroppo, lo sentono solo quando è ormai tempesta.»

Don Giovanni ride, amaramente: «Ah, che delizia, questa vostra lucida follia! Il mondo vi teme, sapete? Chi parla con gli spiriti fa paura perché dimostra che lo spirito esiste.»

«E perché trasmette il messaggio insopportabile che lo spirito non obbedisce a nessuno,» aggiungo io, e mi accorgo che la mia voce trema – come se qualcosa dentro di me rispondesse a quell’eco antica.

Un rumore di pietra che si muove interrompe le nostre parole.

Le statue del giardino cominciano a muoversi, impercettibilmente. Prima con lentezza quasi insopportabile, poi a passo sempre più svelto, si dispongono attorno a noi: Afrodite che emerge superba dal suo bagno, Dioniso dalle lunghe trecce con la sua erma, e poi Apollo, Cerere, e a chiudere la fila Pan, il satiro della Fontana del Carciofo, svincolatosi ridendo dalla sua prigione di pietra.

Il marmo bianco dei corpi dei nostri ospiti è infuso di vita: suda, respira, e infine apre gli occhi.

«Ohimè!» esclama Salimbene. «Il giardino è posseduto!»

«Taci, Leporello,» dice Lorenzo sorridendo. «Sono solo dèi, che si ricordano di non esser morti.»

«Se mai lo sono stati,» mormoro io, sfiorando distrattamente il bordo del mio calice.

Afrodite si avvicina, il corpo scintillante di luce lattiginosa, per posare una mano sulla spalla di Don Giovanni.

«Tu, figlio del desiderio,» dice con voce d’acqua, «hai sfidato la morte con l’amore. Non è questo, forse, il segreto degli dèi?»

Don Giovanni si inginocchia, rapito, e comincia a improvvisare un nuovo ritmo alla sua solita canzone:

«O statua gentilissima, benché di marmo siate — non venni per pentirmi, ma per invitarvi a cena!»

La statua sorride. E dietro di lei, dal fondo del viale, un’altra figura avanza, metà pietra e metà ombra: è il Commendatore — o forse Zeus? Non ne sono sicura.

Salimbene quasi sviene. «L’è lui! Il dannato! L’anatema ambulante!»

Lorenzo ride sommessamente. «Eppure guarda,» dice, «anche lui è venuto a cena. Forse il perdono è solo un banchetto a cui tendiamo tutti ad arrivare troppo tardi.»

Il Commendatore (o è Zeus?) siede, e la tavola si riempie da sé — pane, vino, fichi, e un’arpa che suona senza mani.

Io guardo Lorenzo, che alza il calice. «Ai vivi che non vogliono farsi reliquia,» brindiamo.

Allora prendo la parola, rivolta a tutte le statue animate, agli uomini, ai morti, e ai venti di Firenze:

«Siamo qui per trascrivere ciò che gli spettri dicono quando nessuno li ascolta più. Non per spavento, ma per memoria. Non per fede cieca, ma per compassione. E se ci chiamano pazzi, che lo facciano — perché la pazzia è solo la lingua che gli dèi talvolta si ricordano di insegnare alle anime mortali.»

Un lungo silenzio. Dioniso posa una coppa ricolma davanti a me.

«Bevi,» dice. «E canta.»

La ghironda di Lorenzo comincia un motivo antico – un’eco dell’ouverture di Don Giovanni, una melodia di colpa e desiderio. Le statue rispondono in coro, finché il Commendatore, con voce di tuono, sussurra:

«Amen.»

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l giardino tace. Dopo l’“Amen” del Commendatore, il silenzio cala su di noi, come una tenda abbassata tra due atti del medesimo dramma cosmico.

Lorenzo si è seduto di nuovo, gli occhi socchiusi, il volto appena illuminato dal lume che fluttua sopra il pane e il vino. Don Giovanni tamburella sul tavolo con dita nervose, come se solo la musica —anziché la fede — potesse tenerlo al riparo dall’Inferno.

Fra’ Salimbene è accucciato dietro una vasca di marmo, sgranando il rosario come un soldato che lucida l’arma durante una tregua troppo breve.

Ed ecco che l’immensa statua di Cerere si muove.

Il suo non è un camminare umano: la sua figura sembra scivolare sul suolo, come il respiro di un monaco in preghiera. La veste, intessuta d’oro e grano, fruscia con il suono dei campi maturi, lasciando nell’aria dietro di sé un odore di pane appena cotto e di terra fradicia dopo la pioggia.

Si ferma dinanzi a me e sorride, con quella benevolenza compassionevole che talvolta gli dèi concedono a chi ancora crede di essere libero.

«Margherita,» dice, la voce ferma come un’equazione. «Hai trascritto le parole dei morti, ma non hai ancora ascoltato quelle del fuoco. Ogni discorso sugli uomini — e sui loro eccessi — deve passare dal sole, ché esso non è solo luce, ma giudizio. Ti attende un colloquio alto e pericoloso.»

Apollo, che fin lì aveva osservato in silenzio, leva la fronte: il suo volto è bellissimo, affilato come una verità pronunciata troppo tardi. Nella mano regge una torcia infuocata.

«Parleremo di ciò che chiami “potere maschile”,» mi dice, alzando un sopracciglio «che mi risulta sia la forma di hybris che combatti con più ardore

Mi passa davanti una vampata di calore. Accenno una mezza risata, come a schermarmi dietro l’ironia.

«Una conversazione che temo sarà difficile. E serviranno offerte, immagino. Non mi risulta che gli dèi concedano udienze gratuite.»

Cerere ride, e dalle sue mani scivolarono spighe che, toccando il suolo, si mutano in monete d’oro antico.

«Un fiorino, non uno di più,» disse. «Non lo hai con te, eppure lo avrai.»

Lorenzo — il menestrello dei due mondi — estrae allora dal suo cappello un pugno di monete leggere, dischi di rame e argento di varia forma e misura.

«Forint ungheresi,» dichiara solennemente. «L’oro dei poeti è universale. E c’è sempre spazio per l’ermeneutica» conclude strizzandomi l’occhio.

Apollo prende le monete, facendole tintinnare tra le dita e poi gettandole nel fuoco della torcia: le monete non bruciano, ma si sciolgono in pura luce. «Basteranno,» dice. «Ora sali.»

Ma Cerere mi trattiene ancora un istante, posando una mano sul mio braccio.

«Attenta a ciò che accetterai lassù,» mormora. «Ogni frutto del cielo contiene una promessa che la terra non può mantenere.»

Mi volto: le statue osservano, i calici vuoti luccicano d’un chiarore lattiginoso. Il giardino di Boboli respira insieme a me.

Poi il carro del sole — invisibile fino a quel momento — appare, come disegnato dal suono stesso dell’aurora.

Apollo mi tende la mano. E io, senza più domande, la prendo.

Il carro si solleva senza rumore. Firenze si ritira sotto di noi come un nastro di luce su tegole rosse.

Lorenzo e Don Giovanni, rimasti a terra, salutano con gesti esagerati — il primo con la grazia di un attore rinascimentale, il secondo con la sfrontatezza di chi non ha mai creduto fino in fondo nella propria condanna.

Fra’ Salimbene invece si fa il segno della croce tre volte, poi cade in ginocchio: «Deus in adiutorium meum intende!» grida, e la sua voce si perde nel vento che ci solleva.

Apollo tiene le redini, ma non servono: i cavalli non sono cavalli, bensì lingue di fuoco intrecciate, cha a ogni passo aprono fenditure di luce nel cielo.

«Guardala, Firenze,» dice Apollo. «È un corpo addormentato. Gli uomini che dormono sotto quelle tegole si credono liberi perché hanno dimenticato i loro dèi. Ma la libertà che nasce dall’amnesia non è vera libertà: è solo febbre, come di falene che cadono nel fuoco credendo di sceglierlo.»

Il calore del suo carro brucia, ma non ferisce.

«E gli dèi?» chiedo. «Loro non dimenticano?»

Apollo sorride, e il suo sorriso illumina il cielo, come un sole nascente.

«No, non dimentichiamo mai nulla, ma ci annoiamo. È allora che diventiamo uomini, e chiamiamo quella noia desiderio

A un tratto, dalla luce stessa emerge Cassandra, la veggente destinata a non essere creduta.

Non sale sul carro: riemerge da esso, come se fosse sempre stata lì. La veste le brucia e si ricompone a ogni respiro. I capelli, cenere e scintille, le velano il viso. Il suo sguardo mi attraversa come una fiamma che sa dove bruciare.

«Ti aspettavo,» dice Apollo, senza voltarsi.

«Non dubitavo,» risponde lei. «Tu aspetti sempre chi hai già condannato.»

Il silenzio si tende come un arco. Io ho la gola secca, le mani serrate sulle ginocchia, come se mi preparassi a una deposizione.

Poi Cassandra sorride — quel sorriso che annuncia più sciagure di qualunque oracolo.

«Immagino che gli Olimpi vogliano che riveli qualche segreto sulla loro mascolinità. Ma in quel tribunale, caro mio, le domande le farò io: sono questioni sensibili, mi pare. In questo gli dèi non sembrano essere diversi dai maschi mortali e dalle loro lotte a chi piscia più lontano.»

Apollo inspira lentamente, come per trattenere il riso e la colpa.

«Le dimensioni, Cassandra, non contano fra gli dèi.»

«Ah no? Eppure c’è chi si trasforma in toro, in pioggia, in cigno… Tutti simboli fallici, non trovi?»

«Metafore di potenza, non di carne.»

«Metafore di paura,» ribatte lei. «Paura che il desiderio degli dèi non basti mai a se stesso. Zeus cambia forma per possedere, tu cambi luce per sedurre, Ares confonde guerra e orgasmo. E Afrodite vi guarda ridendo, perché sa che nessuno di voi regge il peso della tenerezza

Mi viene da tossire, ma non per il fumo del carro: per l’imbarazzo condiviso.

«E tu, profetessa, che ne sai della tenerezza?»

Cassandra lo guarda, e la sua voce scende di un’ottava.

«So che la parola diventa verità solo quando smette di dominare. E che la tua musica, se non fosse così piena di sé, potrebbe ancora guarire chi l’ascolta.»

Mi volto verso di lei, cercando di alleggerire la tensione.

«Cassandra, parli come se avessi tenuto un seminario su Gender and Olympus Studies

Lei ride. «Oh, l’ho fatto. Solo che il mio uditorio era composto da statue. Quelle del giardino di Boboli mi ascoltavano meglio di molti uomini.»

Il carro attraversa la soglia dell’alba, inclinandosi in un giro perfetto, e il mondo intero sembra vibrare come una corda – e io con lui. Sento il corpo tremare, farsi quasi liquido, come trasparente.

Per un istante, vedo tutto il Mediterraneo disteso sotto di noi — un respiro che unisce Atene, Alessandria, Roma, Istanbul e Gerusalemme, in un’unica frase, pronunciata da un solo fiato.

Il carro accelera, e il cielo si apre in un bianco assoluto. __________________________________________________________________


Il fuoco del carro si spegne in silenzio, e la luce, invece di dissolversi, rimane sospesa.

Non è giorno né notte, non c’è sopra né sotto — soltanto un chiarore lattiginoso, che illumina un piano di alabastro che pare senza fine.

Gli dèi siedono in cerchio, ma non appaiono maestosi — solo molto stanchi.

Zeus è seduto a occhi chiusi e gambe incrociate, con lo scettro posato a terra come un bastone di mendicante.

Poseidone passeggia pulsando di rabbia trattenuta, le mani gonfie di tempesta.

Dioniso è sdraiato mezzo nudo su un fianco, come un principe beduino dal sorriso smarrito.

E accanto a loro, in piedi, ci sono le dee: Artemide, immobile come un dolore compreso troppo tardi; Afrodite, che cerca ancora uno specchio dove riconoscersi; e Persefone, il cui volto è diviso tra inverno e fioritura.

Cassandra li guarda uno a uno, come chi sfoglia un libro di cui conosce già la fine. Io resto accando a lei, le mani intrecciate, più testimone che protagonista.

«Eccoci,» dice. «I colpevoli e i sopravvissuti.»

Zeus apre un occhio, la voce roca come pietra bagnata.

«Non siamo qui per essere giudicati.»

«Nessuno lo è,» risponde lei. «Ma qualcuno deve ricordare le vostre malefatte, a fianco delle gesta eroiche.»

Artemide abbassa lo sguardo, Afrodite sospira. Dioniso ride piano, ma la risata gli muore in gola.

«La giustizia degli dèi,» dice, «è una forma di nostalgia. Vogliamo che tutto torni com’era, anche ciò che non è mai stato giusto.»

Persefone si alza, la veste che si spacca in luce e ombra.

«Io me ne intendo e ve lo dico,» dice. «Ogni ritorno è una ferita. Eppure da quella ferita cresce il grano.»

Cerere, invisibile, la sfiora in silenzio.

Io sento la gola stringersi: vorrei intervenire, ma Cassandra parla per me.

«Forse la giustizia riparativa è questo:» dice, «non tornare indietro, ma imparare a far crescere qualcosa nel punto esatto in cui siamo stati spezzati.»

Apollo tace, e la sua luce vibra come una corda percossa. Zeus solleva lentamente lo sguardo, le pupille come due tempeste esauste.

«Allora, donne,» chiede, «cosa volete? che ci inginocchiamo? Credete forse che il matriarcato sarebbe meglio del patriarcato?»

Cassandra lo fissa, e il suo viso si indurisce.

«Ogni potere è violento. Quello che vogliamo è giustizia. Vogliamo che ammettiate che la vostra forza patriarcale non era una virtù, ma il sintomo di una inguaribile sete di dominio. E che non siete stati buoni padri, ma spiriti malati di eternità.»

La sua voce vibra nell’aria come una nota di violoncello. Io chiudo gli occhi, come a voler sentire le sue parole dentro il corpo.

Afrodite si alza e si avvicina a Cassandra. La sfiora con una mano sul volto, come una sorella che perdona.

«Non tutti i mali vogliono morire in silenzio,» dice.  «Alcuni devono essere amati per svanire.»

La luce si affievolisce , diventa quasi trasparente. Le figure degli dèi si sfilacciano, come ombre in controluce. Afrodite sorride un’ultima volta.

Le altre divinità si sono già dissolte, lasciando soltanto un chiarore che odora di pietra bagnata e mosto d’autunno. Resta solo Artemide con lei, con in mano due corone: una d’oro e una di spine. Le tiene come se fossero due offerte equivalenti, due modi di dire la stessa cosa.

«Scegline una,» mi dice. «Fu la stessa scelta offerta a Caterina da Siena, quando ancora non sapeva che la santità è una forma di ostinazione.»

Guardo le due corone, esitante. Mi scappa una risata – non nervosa, ma liberatoria. Mi viene in mente la voce di Massimo Troisi, tenera e ironica come una rivelazione minore:

«Fai cinquanta giorni da orsacchiotto,» dice. «Almeno stai in mezzo e non fai la figura di merda della pecora e nemmeno del leone, che però vive solo un giorno.»

Gli dèi — o ciò che ne resta — ridono con me. Il bianco del mondo si incrina come vetro sottile, e mi sento scivolare di nuovo verso la terra.

Le loro voci diventano eco, poi vento. Quando riapro gli occhi, non ci sono più ne carri né piani di alabastro.

Sono nella villa medicea di Castello, in pieno giorno, seduta sotto l’olivo cavo che domina la limonaia. Il sole è alto, ma l’aria ha un chiarore lunare, come se Apollo avesse scelto, proprio oggi, di canticchiare a voce bassa.

Sul capo, leggera, sento a tatto una corona di alloro. Non punge, non pesa — profuma di foglie nuove e di ferro.

Cassandra non c’è più, ma ne sento ancora la voce nelle fronde. Gli dèi sono tornati al silenzio delle statue, i loro corpi di marmo immoti, ma non più ciechi.

Solo il vento si muove, lento, tra le fronde dell’olivo. Le sue dita sottili sollevano una polvere di luce che sembra canto, e in quel canto si mescola una voce lontana, roca e limpida.

Le prime note sono basse, poi crescono in onde, mentre un raggio di luce attraversa il giardino.
Le statue sembrano battere le mani. L’aria sa di incenso, sudore e redenzione.

Il prossimo incontro sta per cominciare.

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