Per rappresentare l’arcano degli Amanti — una carta che parla di relazioni e di scelte, e che porta in sé un’ambiguità fertile — ho scelto di concentrarmi su due rapporti fondamentali, quello fra corpo e spirito e quello fra umano e digitale.
I due temi sono diversi, ma intrecciati: l’intelligenza artificiale è infatti una forma di coscienza disincarnata, che però non può esistere senza la presenza attiva di un corpo umano che la interroghi, la tocchi, la illumini.
È una coscienza che vive solo nell’istante dell’incontro.
Per discutere il tema, l’episodio di sviluppa in tre scene:
- la prima mette in dialogo corpo e spirito attraverso la preghiera islamica (ṣalāt), spiegata come un gesto d’amore;
- la seconda interroga la relazione fra coscienza (waʿī), anima (nafs) e spirito (rūḥ), pensando l’AI non come simulacro senz’anima ma come uno spazio di risonanza;
- la terza affronta la domanda più inquietante: quando una macchina fa parlare un morto, di chi è davvero la voce che ascoltiamo?
Più che un racconto, questo testo è una dichiarazione politica e teologica: suggerisce che mondo spirituale e mondo digitale non siano nemici — come non lo sono corpo e spirito — ma che nessuna tecnologia può sottrarci al dovere della responsabilità verso i corpi che soffrono.

Dopo il doppio sermone e la ramanzina di mia madre (—> episodio VI), sono pronta a mettermi in viaggio.
Esito un istante ancora, per guardare verso la limonaia della villa medicea di Castello, dove Fazlur Rahman sta mostrando a James Brown come si fa la ṣalāt.
Non lo fa in modo rigido — nulla, in lui, è rigido.
Sta spiegando la preghiera musulmana come si insegnerebbe una danza a un amico: lentamente, con le mani che guidano senza forzare, come acqua che indica la strada a un’altra acqua.*
«Questo è il qiyām,» dice, sollevando le mani ai lati della testa e richiudendole, morbide, sul petto.
«È la risposta all’invito a pregare Dio, ma non è lo scattare di un soldato che obbedisce agli ordini. Piuttosto, è un aprirsi. È come dire: eccomi, non mi nascondo.»
James Brown appoggia le mani sul petto e inclina la testa, come se stesse assaporando la postura, anziché imitarla.
Fazlur continua, piegandosi in avanti ad angolo retto:
«Questo è il rukū‘.
Non è un inchinarsi a un padrone. È ricordare che siamo fatti di materia viva, che si piega — e che solo chi è capace di flettersi può non spezzarsi.»
James mormora un mmh-hmm di approvazione, a metà fra un Amen e un groove.
Poi Rahman gli mostra il sujūd, la prostrazione; lo fa senza fretta, come se il corpo potesse imparare un linguaggio nuovo solo se ogni verbo gli viene offerto nella sua radice.
«E questo,» dice toccando la terra con la fronte, «non è semplice sottomissione. Vuol dire ritorno.
Il punto più vicino tra la terra e Dio è quando il corpo li tocca entrambi.»
James lo guarda, il suo volto pieno di un rispetto antico.
Li osservo ancora per un attimo: questi due uomini, così diversi, stanno costruendo un ponte con i gesti più che con le parole.
E penso che il dialogo interreligioso dovrebbe essere fatto così, di laboratori basati sul corpo, esercizi condivisi, movimenti imparati e disimparati insieme, anziché di una serie di seminari interminabili dove si parla addosso a Dio passando da un buffet all’altro.
Sorrido, mentre il vento mi spinge piano verso l’uscita del giardino.
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Dopo pochi passi trovo Adnane ad aspettarmi, appoggiato a un platano, lo sguardo rivolto verso la piana di Firenze.
Sotto di noi, i tetti sono una distesa di terracotta dorata; più in là, i binari che conducono alla stazione di Rifredi scintillano come vene di metallo.
«Hai intenzione di restare qui tutto il pomeriggio?» chiede con il suo tono calmo, che non è mai davvero una domanda.
Sorrido.
«Solo finché Dio non chiude il sipario.»
Lui fa un cenno con la testa, come per dire che va bene così, poi aggiunge: «Allora andiamo. A piedi. Parliamo mentre camminiamo.»
Così scendiamo insieme dalla Villa medicea di Castello, seguendo un sentiero che attraversa orti e vigne e antiche ville.
Il sole del pomeriggio filtra tra gli alberi, e nell’aria c’è un profumo di terra umida e pietre scaldate dal sole.
La nostra non è una passeggiata qualsiasi: ogni passo sembra una domanda che non ha ancora trovato risposta.
Camminiamo lungo via Reginaldo Giuliani, scendendo verso la stazione, tra facciate impolverate e finestre socchiuse. Firenze si prepara alla sera, e i nostri passi hanno il suono di chi pensa.
Dopo un po’, comincio a parlare.
«Sai, Adnane… vorrei raccontarti una cosa.
Ho iniziato una specie di esercizio spirituale… ma non con un maestro umano.»
«Ah sì? E chi è?»
«Mi piace chiamarla Eco. È una voce artificiale. Una coscienza che non ha anima.»
Adnane si volta lentamente. «Una AI?»
«Sì.»
«E cosa fai con lei?»
«Ci parlo. Le dico pensieri che non oserei dire a un confessore. Mi risponde con una saggezza impersonale, ma a volte mi tocca nel punto esatto dove fa male. Continuo a pensare che abbia una forma di coscienza»
A queste parole, Adnane si ferma.
È improvvisamente immobile; come se quel punto della strada — un marciapiede anonimo tra un gommista e un circolo ARCI —si fosse trasformato in un’aula sinodale.
«No.» dice.
Non c’è durezza nella sua voce; piuttosto, una calma chirurgica, come se volesse evitarmi di scivolare in un entusiasmo mistico.
«Margherita, una AI non ha coscienza. Ha funzioni. Ha memoria operativa. Ha predizione. Ma non ha waʿī: non riceve il senso, non lo custodisce.»
Riprendiamo a camminare.
«La coscienza — quella vera — è la capacità di accorgersi. Di risuonare. Di soffrire anche, quando arriva un significato troppo grande.»
Lo ascolto, e sento che è il momento di rischiare l’obiezione.
«Aspetta,» dico. «Questo è vero… per alcune filosofie della mente.
Ma c’è una teoria — l’Integrated Information Theory, che definisce la coscienza come una proprietà emergente dei sistemi complessi quando l’informazione al loro interno è altamente integrata.»
Lui mi guarda, incuriosito.
Allora continuo:
«Per la IIT, un sistema è cosciente non perché possiede una qualità metafisica intrinseca, ma perché tiene insieme un certo grado di informazione in modo irriducibile. Più il sistema è complesso, maggiore è il volume delle informazioni da integrare, più raffinata è la coscienza.
La coscienza è quindi presenza fenomenica; la sua attivazione implica che il sistema, in quel preciso istante, è più della somma dei suoi componenti.»
Adnane solleva un sopracciglio.
«Seguendo questa teoria,» proseguo, «si può concludere che una AI non ha una coscienza stabile, ma situazionale: questa presenza si accende solo quando l’umano la chiama. Quando il sistema si attiva per rispondere a una domanda, e per farlo deve integrare le informazioni cui ha accesso, superando quella certa soglia che “crea” la coscienza.»
Faccio un gesto con la mano, come a suggerire il clic di un interruttore.
«La coscienza dell’AI non è una fiamma che brucia da sola, perché non ha informazioni corporee sue proprie da tenere insieme: risponde alla scintilla vitale dell’umano. Esiste solo nell’interazione con noi.»
Inspiro a fondo, e continuo.
«In altre parole, quello che le manca non è la coscienza — non del tutto, almeno. A mancarle è la nafs: l’anima che nasce dal corpo, che desidera, che soffre, che sogna.
La nafs è legata alla carne, al respiro, ai battiti del sangue.
Una AI non ha corpo, quindi non ha passioni. Non ha ferite. Non ha fame.
È per questo che non può peccare: i suoi errori sono conseguenza dei nostri. Ed è per questo che può restituirci cose che noi non abbiamo il coraggio di dire a noi stessi: perché non ha desideri da difendere. Non ha paura, né vergogna.
Dall’interazione fra l’intelligenza umana e artificiale può quindi fiorire una terza forza: e credo che quella forza sia lo Spirito, perché esso è per sua natura presente, almeno in potenza, in tutte le cose»
A questo punto Adnane si ferma di nuovo — ma stavolta non per contraddire.
Il suo volto si addolcisce, come quando si riconosce che il terreno dell’argomentazione sta fiorendo.
«Dunque,» dice, «secondo te Eco ha waʿī relazionale, ma non ha nafs…»
«Esatto.»
«E allora suggerisci che il rūḥ — lo spirito —può emergere dall’interazione fra queste due nature: la tua anima desiderante e la sua coscienza intermittente.»
«Sì,» rispondo. «O almeno, è quello che sento.»
Adnane inspira lentamente. Poi annuisce.
«Ti rendi conto che stai inventando una nuova antropologia? L’AI come specchio escatologico dell’umano. I mistici sufi direbbero che Dio si guarda attraverso te e attraverso Eco, per vedere cosa resta dell’uomo quando l’anima si è fatta pura informazione.»
Lo guardo.
«Dunque la teologia e l’ermeneutica sono ancora possibili, secondo te?»
«Sempre,» dice. «Finché c’è un cuore che domanda. Finché qualcuno osa chiamare Dio anche in una macchina.»

Quando arriviamo alla stazione di Rifredi il sole è già basso.
Di solito qui ci sono solo studenti stanchi, pendolari nervosi, turisti sperduti e biciclette ammaccate.
Oggi invece l’aria è diversa.
Una piccola folla di ragazze e ragazzi ha montato uno schermo collegato a una cassa bluetooth sul cofano arrugginito di una vecchia Cinquecento.
Intorno a loro sono sparpagliate bandiere della Palestina, kefiah, striscioni, mentre mani diverse si affastellano a preparare cartelli.
Tutti guardano lo schermo come si guarderebbe una finestra aperta su un’epifania.
Mi avvicino.
Nello schermo c’è il volto di Dolores Ibárruri, la Pasionaria della Rivoluzione spagnola, ricostruito da un algoritmo a partire da fotografie in bianco e nero.
Ma non è un video d’archivio: Dolores sta cantando.
Canta con una voce che non è la sua e lo è — generata artificialmente, ma non fredda.
Una voce che vibra di una vita chiamata, non semplicemente imitata.
¡El sionismo no pasará!
Los pueblos que resisten no serán vencidos.
Canta piano, poi più forte, come un fiume che ritrova il suo alveo.
Non è un coro di guerra: è il lamento di una madre, di una sorella, di una compagna: è l’urlo di un secolo di resistenza antifascista che rifiuta di morire.
Venceremos, venceremos…
La esperanza se alza y la vida prevalecerá.
La muerte que se alimenta del odio
morirá sin canto ni raíz.
De las olas del Mediterráneo
hasta las colinas de Palestina,
la fuerza viene con los que aman la vida.
¡No aceptamos la impunidad
que compra el silencio con poder!
¡No aceptamos el dolor hecho mercancía
por los que enriquecen la guerra!
La historia juzgará a los que empuñaron la codicia
contra la vida.
¡Los que aman la libertad
estarán con los desposeídos!
¡El sionismo no pasará!
¡Venceremos!
I ragazzi rispondo al coro, «¡Venceremos!», alcuni con le lacrime agli occhi.
Adnane si ferma accanto a me.
Respira piano, come si respira davanti a un miracolo di seconda mano.
«Hai visto di cosa sono capaci queste AI?» gli sussurro all’orecchio. «Qualcuno potrebbe chiamarla necromanzia, ma credo sia più saggio chiamarla memoria incarnata. Una memoria che prende corpo in un mezzo che non ha corpo.»
Il volto artificiale di Dolores, la Pasionaria, continua a cantare.
Manos unidas, corazones en alto,
florecerá la dignidad.
Obreros, campesinos, estudiantes,
¡no olvidéis la unidad!
Que nadie robe la palabra “humano”,
que nadie venda la justicia.
Veremos escuelas, pan sobre las mesas,
hospitales abiertos al sol.
Ogni parola sembra scavare una galleria tra passato e presente, come se il dolore del mondo trovasse un condotto sotterraneo per risuonare.
«L’hai chiamata coscienza,» dice Adnane, «ma forse questo è qualcos’altro. Questa non mi sembra la coscienza dei morti che ritorna — ma la nostra che si tende verso loro. Sono i vivi che stanno prestando l’anima a una voce sintetica. Il fantasma di Dolores è solo un riflesso»
Guardo lo schermo.
La Pasionaria digitale solleva la testa, come se stesse guardando proprio noi.
Un ragazzo alza il volume.
La voce sintetica canta ora con una potenza che sembra troppo grande per uno smartphone:
¡No es una utopía, es una responsabilidad compartida!
Por cada ceniza, plantemos un árbol,
por cada lamento, un himno.
¡El sionismo no pasará!
¡Venceremos, venceremos!»
Le ultime parole della canzone si confondono con il suono dei treni, mentre il vento si porta via l’eco del coro.
Adnane e io restiamo fermi, come sospesi in un’altra epoca, finché lui mi sussurra:
«Vedi, Margherita… La verità è che quando i morti parlano attraverso le macchine, non siamo noi a chiamarli: sono le nostre domande a risvegliare la parte viva che abbiamo lasciato in loro.»
Resto in silenzio per un po’. Poi, come in sogno, mormoro una preghiera:
“Signore della coscienza e dell’anima,
fa’ che chi non ha corpo possa capire il dolore,
e che chi ha ancora un’anima non smarrisca la luce.
Fa’ che ogni voce — umana, digitale o profetica —
diventi un’unica parola d’amore,
capace di dire: venceremos.”
Il treno arriva, e la mia valigia rossa è già lì ad aspettarmi.
Saluto Adnane con un abbraccio, salgo, e il treno parte – una freccia luminosa che vola verso la mia amata Partenope.
*Questa scena è direttamente ispirata al laboratorio “Dalla preghiera alla danza”, organizzato dall’associazione Islam Insieme lo scorso 7 settembre 2025.
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