Questo episodio narra di un viaggio di ritorno: è un omaggio ai luoghi, alle comunità, ai vivi e ai morti che hanno fatto di me ciò che sono.
È dedicato all’arcano del Carro, che parla di movimento, di ripresa delle redini, di una direzione che si ritrova anche quando non si è sicuri di chi sta guidando davvero.
Nel racconto, questo movimento segue un percorso che non è solo spaziale – da Firenze a Napoli – ma anche biografico. È un viaggio attraverso ricordi, maestri e appartenenze che per quanto mi sembrino sedimentate, continuano a parlarmi.
Lungo il viaggio ricompare la voce di mio padre, regista, pedagogo, e artigiano delle idee, che torna non come icona – giammai – ma come presenza viva, concreta, con il suo modo inconfondibile di pensare a voce alta e muovere nervosamente le mani nell’aria.
A Napoli, poi, si apre un altro strato del mio passato: quello della tribù di orientalisti italiani che ho conosciuto al Cairo negli anni della rivoluzione, anni di studio e di fuga.
In quella tribù c’era la mia amica Flavia, che in questo episodio ritrovo e ringrazio; come c’era, in un modo difficile da spiegare, Giulio Regeni. Non perché fossimo amici, ma perché appartenevamo allo stesso piccolo mondo, alle stesse strade polverose, agli stessi minibus scassati, agli stessi caffè in cui si parlava troppo e si dormiva troppo poco.
La sua presenza in queste pagine non vuol essere semplicemente un omaggio, ma un rammendo: un punto di cucitura tra un prima e un dopo.
Compare anche Totò, a fare da custode simbolico di Napoli: una guida comica e metafisica, un Virgilio in canottiera che mi accompagna tra i vivi e i morti — ricordandomi che il Carro, per muoversi, ha bisogno di leggerezza.
L’episodio è dunque un racconto di come si attraversano le città e i ricordi, e di come ogni viaggio sia sempre un modo per riconoscere chi è ancora parte con noi, anche quando non può più sedersi al nostro fianco.

Il treno corre verso Napoli, fendendo l’aria d’ottobre come un pensiero deciso a non fermarsi.
Sono seduta accanto al finestrino, un taccuino aperto sulle ginocchia, ma non scrivo. Dopo la ramanzina di mia madre — «ti ci vorrebbe uno psichiatra, e lascia stare i preti!» — avevo giurato a me stessa che questo viaggio sarebbe stato solo mio. Qualche giorno senza maestri, senza fantasmi, senza pedagogie in agguato.
Illusa.
Perché appena mi rilasso, appena lascio il pensiero galleggiare fra un campo arato e un casolare abbandonato, eccolo, lo spettro che un tempo più mi terrorizzava: mio padre.
Figurati se il vecchio poteva concedermi una fuga, proprio adesso.
Lo sento prima nelle spalle: una specie di piccolo assestamento, come quando lui si aggiustava la giacca prima di entrare in aula. Poi compare la sua voce; non come un ricordo nitido, né come un suono esterno – piuttosto come un’eco, che si accomoda accanto a me piegando un poco il sedile.
«Vedi, Margherita…»
Già so che è inutile provare a scappare, per cui sospiro.
Lui si schiarisce la voce come faceva prima di iniziare una lezione importante. Nell’aria c’è un inconfondibile odore di tabacco e vino rosso.
Mi sembra quasi vedere la sua mano destra, quella che gesticolava sempre troppo, aprirsi e chiudersi nell’aria, a segnare le virgole, a scolpire concetti invisibili.
«Non dimenticarlo mai: ogni soggetto che tratti – sia esso Amleto, il Corano, i Tarocchi, o un romanzo di Carolina Invernizio – è un macrotesto. Porta dentro di sé tutti i segni, tutti i gesti che altri hanno inciso prima di te.
Quando tu ci lavori, sei solo l’ultima di una lunga serie di operatori — autori, attori, lettori — che lo hanno toccato. Questo corteo di spettri non ti abbandona finché tieni il soggetto fra le mani. Te ne rendi conto, sì?»
E niente: anche stavolta la fuga di cervelli non ha funzionato.
Per un momento resto immobile, come se il treno avesse rallentato solo dentro di me. Poi sorrido.
«Sì, babbo. So bene che nessuno comincia mai da zero.»
Lui annuisce — lo sento nel ritmo della sua presenza, senza vederlo.
La sua voce torna, più morbida, più bassa, come quando ci teneva davvero.
«Se non ne sei consapevole, quella massa culturale ti gioca. Ti ritrovi a ripetere gesti di cui non conosci il significato. Ma se ne diventi cosciente, allora puoi giocarci tu: con perizia, con sapere, e – se sei fortunata – con grande piacere. Non sei più un tramite cieco, ma un’interprete.»
Ora lo vedo proprio: la mano che disegna nell’aria due virgolette storte; e quell’inclinazione del capo, ironica, che significava: addio innocenza, stiamo iniziando a lavorare sul serio.
«Dietro di te,» continua, «ci sono le tradizioni, i contesti originari, gli usi che si sono stratificati fino a esaurirsi. Davanti, ci sono le circostanze nuove, e la cultura viva di chi ti ascolta.
Tra questi due estremi si muove ogni vero lavoro d’interpretazione, e non è possibile sfuggire a questa tensione. Non è possibile cancellare o rimuovere i maestri che ti hanno formato, o gli strumenti che ti hanno scolpito; se ci provi, finirai solo per perderti.»
Il treno rallenta all’altezza di Aversa, mentre la pianura si apre in un respiro grigio.
La voce del Picchi si assottiglia, come se sapesse di aver già detto abbastanza — o come se stesse aspettando la mia risposta.
«E tu, adesso, dove stai andando?» chiede, quasi ironico.
«A Napoli, babbo. A rivedere un’amica. E…» esito un istante, «forse anche a rivedere te.»
Silenzio.
Non appena l’ho detto, sento che se n’è andato. Resta solo il rumore del ferro sulle rotaie, che sembra rispondere con un ritmo antico:
Andare,
sapere,
unire…

L’odore della stazione di Napoli Centrale mi colpisce in faccia appena scendo dal treno: sa di mare e di friggitoria mescolati insieme, come solo lei sa fare.
Non faccio in tempo a mettere piede sul binario che un gruppetto di turisti mi travolge con le loro valigie, ma per una volta non m’importa: perché sento una voce che riconosco subito.
«Oh, ma che sei, uguale a dieci anni fa?»
Il suo milanese appuntito è unico al mondo: Flavia!
Spalanca le braccia prima ancora di avvicinarsi, come se mi stesse abbracciando da metri di distanza.
Ha i riccioli neri un po’ più grigi, le occhiaie un po’ più profonde, ma lo stesso sguardo vivo e ironico di quando ci ritrovavamo sul suo terrazzino del Cairo, mezze distrutte, con un paio di birre Stella da bere sulle sedie di metallo traballanti.
«C’è voluto del talento per invecchiare senza diventare adulti,» le rispondo, facendole l’occhiolino.
Lei scoppia a ridere. «E dire che mi avevano detto che eri maturata e mappata!! Non avevi vinto una Marie Curie?!»
«L’avevo vinta,» rispondo, «ma è ancora un po’ appesa. Sono riuscita a crearmi dei problemi anche stavolta, ancora prima di cominciare. Non ho perso le speranze di salvare la borsa, ma è stata davvero dura.»
Mi prende per mano — senza nemmeno chiedere, come faceva allora — e mi trascina fuori dalla stazione.
Siamo cresciute, sì. Forse cambiate. Ma la nostra amicizia no: è rimasta fresca, elastica, diretta. Non abbiamo bisogno di riscaldare i motori.
Camminiamo sulla salita di via Foria; il traffico ci urla addosso ma noi siamo come in una bolla.
«Allora,» dice Flavia, «che ti è preso di tornare qui? Una botta di nostalgia? Una crisi mistica? Un amante partenopeo?»
«Una carta dei tarocchi,» rispondo.
Lei sbatte le ciglia due volte, poi scoppia a ridere di nuovo. «E certo. E che altro, se no?»
Mi racconta del suo lavoro, di locandine da appendere, di burocrazie da aggirare; del suo cavallo, delle sfide, delle passioni.
Evitiamo, quasi naturalmente, i nomi che fanno male.
Per un po’.
Poi indico il braccialetto giallo che ha appeso allo zaino, e apro il discorso più difficile: «Non hai ancora smesso di chiedere la verità per Giulio.»
Mi guarda con un po’ di nostalgia. «E come potrei?»
Sospiro. «Io ho sempre cercato di parlarne poco. Di fantasmi ne ho abbastanza.»
Il silenzio cade come una chiave metallica sul pavimento.
«È il più difficile di tutti,» proseguo, dopo un po’. «Perché da quando l’hanno ammazzato, siamo scappati tutti. Ognuno nel suo modo. E ogni volta che vedo qualcuno di voi sento… come se dovessi ancora completare qualcosa.»
Flavia non dice niente. Certe ferite non chiedono di essere spiegate: fanno solo rumore quando si sfiorano.
Mi passa una mano sulla spalla, leggera.
È sempre stata così: poche parole, ma piazzate nel punto esatto dove servono.
Torniamo a camminare.
Il pomeriggio scorre come una tazza di tè dimenticata: lento, caldo, pieno di tracce.
Mangiamo una sfogliatella in bilico su un marciapiede; ci lamentiamo del caldo, dei motorini, dei colleghi; compriamo dei gioielli di plastica nel negozietto di un femminiello invecchiato dall’eleganza impeccabile.
Quando torniamo a casa sua, Capodimonte comincia a brillare nella sera.
E sotto la sua luce, mentre guardiamo Lady Oscar, ci prepariamo il letto e ridiamo di nulla, sento che tutta quella giornata ha aperto dentro di me la porta giusta.
Non è strano, allora, che quella notte, mentre il sonno mi trascina giù, le catacombe vengano a cercarmi.

La notte scende sulla città come una coperta pesante.
Dalla finestra della stanza di Flavia, le luci di Capodimonte sembrano sospese nell’aria, come lucciole ferme.
Mi addormento pensando ai morti, ai padri, alle parole non dette.
Nel sogno cammino in un corridoio umido, scavato nella pietra. Le pareti luccicano di salnitro, l’aria sa di cera e d’incenso. So di essere alle catacombe di San Gennaro, ma non ho paura: porto con me una bottiglia d’olio toscano, l’olio dei vivi, quello che si usa per immergerci le fette di pane della merenda.
È un dono di Santa Caterina da Siena per i morti di Napoli.
Mentre avanzo, intravedo due figure.
Totò, vestito come in I soliti ignoti, mi fa cenno di stare zitta e mi indica una lampada votiva che non si spegne mai.
Accanto a lui, Giulio Regeni sorride piano, con quel sorriso gentile e stanco che ho visto mille volte nelle foto. Tiene in mano un taccuino logoro.
«Meglio non parlare direttamente con Quello Lassù, quando devi chiedere qualcosa» dice Totò, con la sua voce roca e beffarda. «Lui c’ha i suoi giri, capisci? Meglio passare per intercessione. Santi, madonne, spiriti amici. Così il messaggio arriva pulito.»
Giulio annuisce, serio. «I santi sono come mediatori culturali,» aggiunge. «Conoscono la lingua di Dio e quella degli uomini.»
Mi viene da ridere e da piangere insieme. Appoggio la bottiglia d’olio sull’altare, e per un momento tutto si illumina: un chiarore tiepido, né vivo né morto. Poi la scena svanisce, e mi risveglio.
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È mattina.
Sul comodino il telefono lampeggia.
Scorro i messaggi ancora intontita, e ritrovo le parole che ho scritto a Padre Thabang durante la notte, quasi senza ricordarlo:
«Fratello, ho fatto un sogno stanotte. Sono a Napoli, alle catacombe di San Gennaro, dove ho portato dell’olio toscano per i morti. Totò e Giulio Regeni mi hanno suggerito che è meglio non parlare direttamente con Dio, ma chiedere intercessione ai santi e agli spiriti amici. Penso che, su questo punto, resterò fedele alla lettura cattolica… e ai sufi.»
Sotto c’è la risposta di Thabang, arrivata all’alba:
«Già. Sii forte sorella mia. Chiedi a San Gennaro, e anche alla Madonna di Pompei.»
La leggo due volte, poi guardo fuori: il sole comincia a lambire la collina, il bosco si sveglia, e da qualche balcone arriva l’odore del caffè.
Mi sembra che, da qualche parte, qualcuno stia ridendo piano.
Il sole si posa sulla terrazza come un velo d’oro.
Esco a prendere aria: Capodimonte si sveglia nel silenzio ancora fresco, interrotto dai motorini che non smettono mai di sfrecciare.
Totò è già lì, in canottiera e mutande, stendere dei panni su uno spago teso tra due sedie.
Quando mi vede, finge di aggiustarsi i capelli e dice:
«Signò, la vita è come ‘e lenzuola: s’adda stenne finché ce sta ‘o sole.»
Ridiamo tutti e due, e per un attimo sembra che perfino la selva di antenne e cortili rida con noi, in quella luce che abbraccia tutte le cose.
Poi mi accompagna giù per le scale, i passi leggeri e sicuri, verso via Santa Teresa degli Scalzi.
L’aria del mattino è densa di voci, motorini che rombano, pane caldo che esce dai forni, il profumo di fritto che è già nell’aria nonostante l’ora presta.
«Sai Totò,» dico mentre saliamo verso la collina, «ieri ho lasciato una cicca sull’altare dei morti del palazzo. Un gesto piccolo, ma mi pareva giusto.»
«Eh, qua a Napoli pure i morti fumano,» risponde lui, accendendone una.
Fa una tirata lunga, lenta. «Ma attenta a non fare come quelli che vogliono tutto in cambio. Quelli che parlano coi defunti solo per farsi dare i numeri del lotto.»
Annuisco, mentre ne accendo una pure io.
«Bravi i napoletani a rispettare ancora il culto dei morti,» mormoro, «ma ridurre la smorfia a estrarre i numeri non è cosa buona. L’unica volta che a me li hanno suggeriti li hanno dati tutti sbagliati.»
Totò scoppia a ridere. Una risata panciuta, sincera.
«E che t’aspettavi? I morti si divertono pure loro. ‘O destino, signò, è commedia!»
Camminiamo fino alle catacombe.
Il sole è già alto quando arrivo al cancello. Mi arriva addosso in un colpo – una spinta calda, quasi fisica.
Compro una bottiglia d’acqua al bar delle catacombe, e lascio una mancia alla donna che pulisce i bagni.
Davanti a Santa Maria del Buon Consiglio, due uomini dormono avvolti nei cartoni. Mi avvicino piano.
Il primo apre un occhio solo, l’altro si solleva a sedere, lento come un animale notturno colpito dal sole.
Gli lascio qualche spicciolo e chiedo se posso prendere in prestito la loro chitarra.
Si scambiano uno sguardo lungo, difficile da interpretare. Poi uno dei due allunga la chitarra senza dire niente, e io rispondo con un sorriso che spero basti come promessa di restituzione.
Poi entro nella chiesa.
Dentro l’aria è più fresca. Apro lo zaino, e lascio l’olio sull’altare – quello buono, quello portato da casa, quello dei vivi.
Mi siedo su una panca, imbraccio la chitarra e prendo un respiro profondo.
Comincio a suonare Il testamento di Fabrizio De André. La voce mi esce bassa, quasi timida; poi trova il suo spazio tra le pareti.
per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal mio letto
per estirparmi l’insana promessa
di riservarle i miei numeri al lotto
non vedo l’ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati.
Le parole scivolano nella penombra, si infilano nelle nicchie, risuonano come se toccassero ossa e marmi. Quando finisco, c’è un silenzio dolce, pieno di misericordia.
Poi, da qualche parte nell’ombra, mi sembra di sentire un fruscio, come un movimento di una veste leggera.
Una voce roca parte con ’O padrone di Pino Daniele. Una voce da gola vecchia, da uomo stanco, ma viva.
A quella se ne aggiungono altre: sottili, infantili, femminili, spezzate. È come se qualcuno, da dietro una porta che non c’è, avesse detto «Venite, mo’ si canta.»
‘O padrone nun dà duje sordi
Dice sempe ‘e faticà’
E nuie ce magnammo ‘o limone
Pe’ duje sordi ca ce dà
Sento un brivido sulla nuca. Il coro cresce piano, come un soffio che attraversa le ossa e torna carne.
‘o padrone ogg’è venuto nce vuleva parlà’
Stateve accuorto ccà zompa tutt’e cose
E ‘na botta nce ha vugliuto dà
Totò si toglie il cappello e si mette la mano sul cuore. Io chiudo gli occhi.
Il Carro, penso, è questo: il movimento che porta da un mondo all’altro, dal peso alla leggerezza, dalla morte alla voce.
‘O Signore ogg’è venuto nce vuleva parlà’
Ma che ve site miso ‘ncapa
‘Mparadiso s’adda faticà’
Quanta luce ‘mparadiso nun se po’ stà’
Nemmeno ‘e muorti stanno buono
Manco ‘o limone nce putimmö magnà’
Riapro gli occhi piano. Il marmo è immobile.
Ma giuro che per un secondo – uno solo – ho sentito Napoli respirare insieme ai suoi morti.
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Mentre torno a casa per cambiarmi, il telefono vibra.
Una notifica: “Palazzo Corigliano — ore 14:30. Asma Lamrabet: Donne e Islam. Le questioni controverse.”
Mi fermo un istante.
Sul display, il riflesso del mio viso è attraversato da una luce improvvisa: il sole si è spostato e colpisce il vetro con un taglio preciso, come una lama d’oro.
È la carta della Forza, capisco subito. La donna col leone.
Totò, seduto sul parapetto, finge di leggere il programma del seminario e commenta: «Signò, oggi ve tocca parlà co’ ‘e femmine serie.»
Sorrido, ma nel petto sento salire un brivido.
Perché so che dovrò ascoltare — e forse affrontare — quel tipo di discorso che più mi scuote: quello che pretende di liberare le donne nelle aule universitarie, parlando solo di luci e dimenticando le loro ombre.
Mi incammino verso il seminario, con il suono di ’O padrone ancora nelle orecchie.
E nel punto in cui la strada curva verso Palazzo Corigliano, mi pare di intravedere, accanto alla mia ombra, una seconda figura che cammina con me.
Forse è la carta che cambia.
O forse il leone si è appena svegliato.
Una risposta