Con questo episodio ho voluto tentare una riconciliazione impossibile.
Don Giovanni — nella versione di Mozart, che a dieci anni sapevo a memoria— è stato uno degli eroi della mia infanzia. Insieme a Cristoforo Colombo, ma questa è un’altra storia.
Da adulta me ne sono disamorata, fino a mandarlo simbolicamente all’inferno ai tempi del movimento #MeToo. Una scelta che ho a lungo condiviso politicamente, ma che ho sempre pagato emotivamente: come si fa a liquidare ciò che ti ha formato?
In questo pellegrinaggio alla Madonna di Pompei ho provato a immaginare una via di fuga da quel finale: non un’assoluzione, ma un nuovo modo di guardare al desiderio, al potere, alla colpa.
Curiosamente, è stato proprio questo episodio a conquistare mia madre — la stessa che, all’inizio, invocava il TSO davanti ai miei esperimenti narrativi. È qui che ha smesso di preoccuparsi e ha iniziato a vedere un valore artistico in ciò che scrivevo.
Che ci sia voluta una poesia di Don Giovanni dedicata a sua madre, scritta con l’aiuto di ChatGPT, forse dimostra che zio Sigmund F. aveva tante ragioni.
Ed è un po’ triste, sì. Ma anche bellissimo.
Perché a volte gli esperimenti artistici mettono pace dove la vita non ci riesce.
Episodio precedente: —>Episodio IX — La forza delle donne
Madre,
nessuna donna partorisce nel silenzio.
Il tuo corpo gridava e il mondo cominciava,
ma nessuno di noi due sapeva che quel grido
sarebbe rimasto tra noi come una porta socchiusa.
Io sono passato da molte stanze da allora,
ho amato donne, città, fantasmi,
ho cercato nel loro respiro il tuo respiro,
in ogni abbandono il suono della tua voce.
Tu mi hai insegnato, senza volere,
che l’amore è un rischio e una colpa,
e io ho trasformato quella lezione
in una carriera di fughe.
Oggi ti dedico il mio passo lento,
il mio saper restare, anche solo per un istante.
La mia lanterna non cerca salvezza:
illumina soltanto la strada che torna a te,
la parte di me che ancora ti ascolta
quando smetto di recitare.
Don Juan
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Napoli, mattino velato. L’Eremita non comincia con un viaggio, ma con un ritorno.
Mi sveglio fresca, riposata, con quella leggerezza che solo la pioggia sottile sa dare ai pensieri.
Dal balcone vedo il cortile lucido come una promessa. Piove di quella pioggia minuta che a Palermo chiamano assuppa viddani — non bagna, ma entra nelle ossa e ci resta, discreta, insistente.
È perfetta per un pellegrinaggio, e decido che oggi andrò a Pompei.
Quando apro l’uscio di casa, lui è lì: Don Giovanni, in carne, saio e sorriso.
Ha un cappuccio frusto sulla testa e nel pugno un bastone di legno levigato. Sembra un frate, o meglio, un frate travestito da se stesso.
«Vengo con te,» dice. «A Pompei. Voglio reclamare il mio perdono.»
Lo guardo, un po’ infastidita, un po’ divertita.
«Reclami cosa, scusa? Che le hai imbrogliate tutte!»
Lui si stringe nelle spalle, e con quella sua aria da attore consumato declama:
«È tutto amore.
Chi a una sola è fedele, verso l’altre è crudele.
Io che mi sento sì esteso sentimento
vò bene a tutte quante;
le donne poi, che calcolar non sanno,
il mio buon natural lo chiamano inganno.»
Sospiro.
«Senti, queste supercazzole riservale ai preti. Vieni pure, ma io non garantisco per te. Se la Madonna ti fulmina sul posto, sono affari tuoi.»
Lui ride. Una risata limpida, antica, che fa tremare persino il campanello del portone. Poi mi tende il braccio.
«Allora, mia eremita, andiamo a confessarci entrambi — ognuno col proprio fantasma.»
E così, sotto la pioggerellina, iniziamo a camminare verso la stazione.
Scendiamo per via Port’Alba sotto una pioggia che ora pare più convinta, come se volesse scoraggiare i non iniziati.
L’aria profuma di carta, caffè e muffa di libreria — il respiro antico di Napoli quando si sveglia. Io e Don Giovanni camminiamo piano, tra le bancarelle di libri. Lui continua a borbottare versi a mezza voce, io controllo se ho preso l’ombrello.
Ed ecco, improvvisa, appare una figura: è Santa Caterina Volpicelli, mistica napoletana e fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore, una santa pratica, tutta terra e fuoco.
Un vortice di vento le solleva il velo, e d’improvviso è lì, davanti alla porta della sua casa natale, con la grazia di chi ha vissuto abbastanza da non doversi più spiegare.
È minuta, luminosa, con degli occhi che sanno di febbre e di veglia. La sua voce è bassa ma penetrante; un napoletano che si fa seta, quasi francese per eleganza, ma con l’accento di chi ha visto troppi miracoli per averne paura.
«Ué, ma che fate voi due disgraziati? Da soli, pure, co’ ’sto tempo che pare che piove dentro all’anima vostra!»
Io e Don Giovanni restiamo di sasso.
Lei si avvicina e ci guarda entrambi, come una madre che conosce i figli anche quando cambiano volto.
«Portatevi dietro gente, figli miei. Passate dagli scavi di Pompei e scegliete bene chi chiamare: non più di due. Si comincia in due o in quattro un viaggio in un cimitero — gli altri, fidatevi, verranno da sé.»
La sua voce si abbassa, diventa quasi un soffio:
«E mi raccomando… nun magnate niente.
Niente pane, niente melograni, niente offerte.
A Pompei si va a guardare, non a prendere.
Ci schiere di morti ad ascoltare chi parla troppo.»
Don Giovanni, un po’ contrariato, si toglie il cappuccio e risponde con la sua solita ironia:
«Santa mia, io non mangio: assaggio la vita! Non è colpa mia se ha buon sapore.»
Lei lo guarda con occhi lucidi, quasi teneri.
«È per questo che stai sempre a morire, figlio mio. Tu scambi ogni boccone per un bacio, e ogni donna per un perdono. Ma oggi non si tratta d’amore: si tratta di restare vivi.»
Io, zitta, annuisco.
«Sissignora,» dico. «Promesso. E tu,» mi volto verso Don Giovanni, «non fare il coglione. Già sei in debito di redenzioni.»
Lui ride piano, un po’ ferito nell’orgoglio. «Mi hai tolto pure la grazia di peccare con stile.»
«No,» risponde Santa Caterina, voltandosi verso la strada, dove la folla comincia a scorrere come un fiume multicolore.
«Le grazie vere sono quelle che si tolgono.»
Poi scompare, semplicemente, come una goccia che si scioglie nella pioggia.
Restiamo lì, io e Don Giovanni, sotto la pensilina del vecchio libraio, tra mucchi di volumi e odore di miracolo.
«Allora,» dice lui, «scavi di Pompei. Chi chiamiamo?»
La pioggia s’è fatta più sottile, quasi una nebbia che sfiora il viso e lascia nell’aria un sapore di ferro e zolfo.
Arriviamo davanti al cancello degli scavi di Pompei quando il cielo ha quella luce bianca e spenta dei sogni che stanno per finire.
Don Giovanni si ferma, si scrolla il saio, e mi guarda con la serietà di un attore prima del debutto.
«Eccoci, anima mia. La città dei sepolti e dei rinati. Qui anche le pietre sognano di tornare carne.»
Io sospiro. «E quindi, chi chiamiamo per prima?»
Lui si volta verso le rovine, alza un dito e sorride come un adolescente colto sul fatto: «L’unica possibile. La dea patrona di questo luogo. Colei che ci ha creati e distrutti più volte di quante si possa contare.»
Poi, con passo teatrale, sale su un frammento di colonna e comincia a intonare — con quella voce che vibra tra il peccato e la preghiera — la sua vecchia serenata:
«Deh vieni alla finestra, o mio tesoro,
deh vieni a consolar il pianto mio;
se neghi a me di dar qualche ristoro,
davanti agli occhi tuoi morir vogl’io.
Tu ch’hai la bocca dolce più del miele,
tu che il zucchero porti in mezzo al cor,
non esser, gioia mia, con me crudele:
lasciati almen veder, mio bell’amor!»
L’aria sembra rispondere.
Una folata di vento si alza dal mare, portando con sé odore di sale e di giglio, e dalle rovine del tempio di Venere sale un luccichio — come un riflesso d’alba su una superficie d’acqua.
Poi, lentamente, la luce prende forma. È lei.
Nuda e velata allo stesso tempo, come nel sogno di Botticelli.
I suoi capelli si muovono da soli, le conchiglie ai piedi si aprono come se respirassero. Ogni goccia di pioggia si ferma a mezz’aria, sospesa, per non toccarla.
Don Giovanni fa un passo avanti e si inchina, ma non osa parlare. Venere sorride, dolce e ironica insieme — lo guarda, poi guarda me.
La sua voce è musica, ma non di flauto né di cetra: è il suono stesso del desiderio. Con dolcezza, inizia anche lei a cantare
E io subito replico, con un lampo negli occhi, sottovoce:
«Certo, certo… il capirà.»
D’improvviso sento il sangue farsi vento, e prima ancora di rendermene conto, sto già seguendo la scia di profumo e luce che Venere lascia dietro di sé.
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La pioggerellina di Pompei cade sottile, come un inciampo del cielo. Noi tre — io, Don Giovanni e Venere — camminiamo tra le pietre, le viti che si arrampicano sulle colonne spezzate, i mosaici che tremano di ricordi.
Don Giovanni vuole invocare Giove:
— “Un po’ di autorità maschile non guasta mai, suvvia.”
— “Maschile un piffero,” rispondo io. “Lascialo riposare quello, che di lampi e corna ne ha già fatte abbastanza.”
Venere ride piano, un’eco di conchiglia:
— “Lui è sempre convinto che comandare significhi essere amato.”
Alla fine ci accordiamo sul Genius Augusti: imperiale e autorevole, ma dal gender ignotu.
Don Giovanni, naturalmente, pretende di cominciare lui, ma lo blocco:
— “Canti sempre tu, ora tocca a me.”
E intono, con un po’ di teatro milanese nel cuore, Ho visto un re di Enzo Jannacci.
Un re che piangeva seduto sulla sella
piangeva tante lacrime, ma tante che
bagnava anche il cavallo!
Venere e Don Giovanni fanno il coro, un po’ sgangherato ma tenero:
“ Povero re!
– E povero anche il cavallo!”
E così continuiamo, cantando e ridendo, fino all’ultima strofa:
l fatto e` che noi villan…
Noi villan…
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam,
Il silenzio che segue è talmente profondo che perfino Don Giovanni — per una volta — tace.
Io allora aggiungo un commento:
— “Ecco il tuo problema, caro il mio genio: hai voluto far fare a Ottaviano sia il Rex che l’Augur. Imperatore e Papa nella stessa testa. Ma vedi com’è poi finita la famiglia? Germanico avvelenato, Caligola pugnalato dai suoi pretoriani, e quel bel soggetto di Nerone come sigillo della dinastia – Ti è parsa una bella fine?”
Venere sospira, e il suo respiro profuma di rame e mirto: — “Chi mescola il fuoco del potere e l’altare finisce sempre in cenere.”
Don Giovanni però non rinuncia alla battuta: — “Beh, io almeno in cenere ci vado da vivo e per decisione mia.”
Io gli do una gomitata affettuosa e rispondo: — “E allora ridi pure, Re di niente, che la Madonna ti aspetta con la scopa in mano.”
La risata che segue è antica e nuova insieme, come se da ogni pietra uscisse un fantasma divertito.
D’un tratto, una colonna si spacca in silenzio e ne esce un soffio di calore. Non è fiamma né vento — è un respiro di sabbia e zolfo.
Il Genius Augusti si manifesta, ma non ha volto umano. È un djinn, uno spirito di fuoco antico, con gli occhi pieni di monete fuse.
La voce non la emette: ciascuno di noi la sente dentro il proprio petto.
— “Io non sono dio, né re. Sono ciò che resta quando il potere brucia. Seguite la fiamma, finché non vi farà ridere di nuovo.”
Ci guida giù per via del Lupanare, tra archi scrostati e pitture oscene che ora sembrano icone, mentre un corteo di donne ci viene incontro.
Non sono spettri — ma donne vive, in carne e sangue. Le lavoratrici del sesso di Napoli, con le gonne arrotolate e i capelli come lampade accese.
Hanno sentito che la Madonna ci aspetta, e vogliono andare con noi.
— “Noi pure vogliamo parlarle,” dice una con voce roca. — “Non per chiedere perdono. Per farle capire.”
Io le guardo, e Don Giovanni si ferma a metà passo. Venere, che le riconosce come figlie, sorride di traverso.
— “E che caso volete presentarle?” chiedo.
La più anziana alza il mento:
— “Il caso nostro. Che non siamo né sante né puttane. Che il mestiere è mestiere, e la dignità non è grazia ma diritto. Noi siamo per il sistema alla neozelandese, capisci? Niente più sfruttatori, niente più padroni. Contratto, salute, rispetto. E niente ipocrisia. Se Dio c’è, non può aver paura dei nostri corpi.”
(Una parentesi per chi legge: in Nuova Zelanda, nel 2003, il Prostitution Reform Act ha depenalizzato il lavoro sessuale e riconosciuto i diritti di chi lo esercita — salute, sicurezza, libertà di scelta. Una legge che ha sostituito la morale con la dignità. Forse la Madonna, se è Madre, saprà capire.)
Intanto Don Giovanni canticchia piano, con un’aria quasi malinconica:
La chiamavano Bocca di Rosa
metteva l’amore, metteva l’amore,
la chiamavano Bocca di Rosa
metteva l’amore sopra ogni cosa.
Le donne lo fulminano con lo sguardo, con tale durezza che pure quel fiero libertino è indotto a tacere.
Una gli si avvicina e gli risponde, dolce ma ferma:
— “Con questa storia del fare le cose per amore, signore, ci avete fregato milioni di donne. Amore, amore…. e ce la fate pagare cara questa cosa. Ci uccidete la capacità contrattuale delle donne, che così finiscono per subire i rapporti con voi, anziché negoziarli da pari a pari.”
Il djinn emette un crepitio che sembra un applauso, o forse un vento. Ci indica un vicolo in discesa, dove l’aria si fa più chiara, quasi argentata.
— “Là giù,” sussurra dentro le ossa. “Là vi attende la Donna che non giudica. Ma non vi avvicinate se portate ancora vergogna.”
Io tiro su il cappuccio della felpa e dico: — “Allora siamo pronti. Qui nessuno si vergogna più.”
Venere ride.
Le prostitute si uniscono a noi, in un corteo strano, bellissimo — tra risa, inciampi e il profumo del vino che qualcuno ha rubato per benedire la via.
Don Giovanni chiude la fila, canticchiando gli ultimi versi di Bocca di Rosa, con un tremito che pare sincero:
“E con la Vergine in prima fila
E bocca di rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano.”
Il djinn ci segue in forma di luce mobile, e Pompei, per un attimo, sembra tornare viva —
non la città sepolta, ma quella che rideva di sé prima che venisse sommersa dall’ira del cielo.
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Piove appena quando varchiamo il portale del Santuario di Pompei.
L’interno è deserto, lucido di cera e d’incenso. La luce filtra dalle vetrate come da un’acqua ferma: blu, oro, rosso sangue.
Le prostitute restano fuori, sotto il portico; accendono candele nei tappi di bottiglia e, con voci impastate di vino e pianto, improvvisano un coro.
Venere si inginocchia davanti all’altare, ma non prega: canta.
Non canta in latino, né in italiano; canta una lingua che sa di ferro e sale, e che pure tutti comprendiamo.
I am my mother’s savage daughter…
I will not cut my hair, I will not lower my voice…
La sua voce riempie la navata come vento tra le pietre. Le donne fuori rispondono, ripetendo i ritornelli come onde che ritornano alla riva.
Io sento un nodo in gola: mia madre e tutte le madri del mondo stanno in quel canto, con le mani sporche di sangue e di merda.
Don Giovanni, accanto a me, abbassa per la prima volta lo sguardo, mentre dal fondo della chiesa si alza un bagliore.
Il dipinto della Madonna non si muove, ma comincia a vibrare come se vi scorresse un fiume di luce. La voce di Venere si fa più alta, e il coro esplode:
We are our mother’s savage daughters
The ones who run barefoot
Cursing sharp stones
We are our mother’s savage daughters
We will not cut our hair
We will not lower our voice
All’apice del coro, Don Giovanni sorride.
— “Ecco,” dice piano, “questa è l’unica donna che non posso ingannare.”
Poi, senza rumore, fa un passo avanti verso il dipinto. Il bagliore lo avvolge: un istante è lì, l’istante dopo non più.
Venere tace, io mi volto: dove c’era lui rimane solo un’eco, un profumo di fumo dolce e zolfo, e forse una risata.
Non so se la Madonna l’abbia portato all’inferno o in paradiso. Forse lo ha solo condotto a capire. Forse è lo stesso luogo.
Fuori, la pioggia è cessata. Le prostitute raccolgono le candele e ridono come bambine.
Io e Venere usciamo. Il cielo sopra Pompei è d’un grigio chiarissimo, e da qualche parte, dentro di me, sento che un vecchio canto materno si è finalmente addormentato.
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