Questo episodio nasce da un episodio di cronaca: mentre ero in visita a Napoli, un volo Sharm el-Sheikh – Roma è stato dirottato a Capodichino per un guasto tecnico. Nessun ferito, molta paura — a bordo, oltre ai soliti turisti, c’erano giornalisti e membri del team di Giorgia Meloni appena tornati da un summit su Gaza.

Ho provato a immaginare: e se invece di un WizzAir deviato fosse stata una corvetta italiana catturata da Khayr ed-Din Barbarossa?

La Ruota della Fortuna mi ha suggerito il resto: una carta che parla di scelte improvvise e instabilità radicale, per un racconto che mescola secoli e personaggi, realtà e fantasia. Sulla nave finiscono Leone l’Africano, Casanova, Marco Aurelio, Papa Borgia, e Alberto Magno — per dare spunto a una riflessione che vuole parlare di come si può sopravvivere ai conflitti, e immaginare nuove via di uscita dalla storia che si ripete.

È un episodio che parla di guerra e di gioco, e di possibilità di negoziare che cosa resta umano quando il mondo crolla attorno a noi.

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Non appena mi lascio alle spalle la stazione di Pompei, la pioggerellina che ha accompagnato il mio pellegrinaggio si dissipa.  Il treno è semivuoto, per mia fortuna, e il viaggio è rapido; a Napoli Centrale, l’odore di salmastro misto a frittura arriva al mio naso prima ancora che le porte del vagone si aprano.

Esco sovrappensiero dalla stazione, finché un uomo in abito chiaro, turbante di lino e occhi d’ambra, attira la mia attenzione. Spicca fra la folla, mi guarda, e sorride come chi sa di essere atteso.

Quando vede che mi giro ad aspettarlo, mi viene incontro e comincia a parlare, con voce pacata e un italiano arcaico appena velato da un accento straniero.

«Signora dei sogni difficili,» mi dice, «il mare ti reclama. La Regina Isabella è pronta. Batte ancora bandiera italiana, la stessa sfoggiata contro i Bey di Tunisi e Tripoli, ma a bordo non parlano tutti la stessa lingua.»

Mi porge un biglietto piegato in quattro. Non c’è scritto un nome, solo un simbolo: una ruota a otto raggi, tracciata con inchiostro d’oro.

«E chi è il messaggero mandato a reclamarmi?» chiedo, cercando il suo sguardo.

«Un amico dei confini, che nacque musulmano, fu battezzato cristiano e morì viaggiatore. Ho avuto vari nomi, ma quello che più facilmente potresti avere udito è quello di Leone l’Africano

Sgrano gli occhi, piena di ammirazione: questo è l’uomo che fu capace di raccontare l’Islam e l’Africa all’Europa del Rinascimento, * e che ora mi rimanda al mare.

«Dobbiamo andare,» dice, «la fortuna gira, ma non aspetta.»

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Quando arriviamo al molo, la Regina Isabella oscilla leggera, come un animale in gabbia. Non si vede ancora nessuno a bordo della nave che fu chiamata il “gioiello dell’ingegneria borbonica”. Sento solo il mare, e quella ruota dorata che pare risplendere nella mia tasca.

Mentre io e Leone l’Africano ci avviciniamo alla corvetta, non si scorge anima viva sul molo di Napoli, immerso in un chiarore d’ambra e sale che sembra sospeso tra due mari.

Ci incamminiamo lungo il pontile, e le assi scricchiolano come ossa di una creatura antica. Da lontano, la corvetta sembrava addormentata — ma sulla tolda, tra le ombre, si vedono muoversi figure armate. Alcune portano turbanti rossi, altre danno mostra di lunghe barbe che il vento del mare fa vibrare come alghe.

«Chi sono?» chiedo. «Non saranno per caso…»

Leone annuisce. «Proprio loro: i figli del vento di Algeri. È un ritorno dal fondo del tempo.

Dicono che Khayr ed-Din Barbarossa e i suoi fratelli abbiano preso il comando, dopo aver abbordato la nave ieri notte, al largo di Creta, mentre rientrava dal porto di Sharm el-Sheikh. Tutti i passeggeri sono ora ostaggi del grande ammmiraglio ottomano. Ma —» si interrompe un attimo, per guardarmi dritto negli occhi,

«— non sono solo mercanti o turisti. A bordo ci sono persone che contano, e non solo in denaro. Persone che erano lì non per le bellezze del mare o del deserto, ma per il summit dove si è discusso il destino di Gaza.»

Il mare intanto cambia colore, come se avesse percepito la nostra conversazione.

«E io che c’entro?» chiedo.

Leone sospira. «Voi siete qui perché, come me, conoscete una lingua che altri dimenticarono. La lingua dei negoziatori e dei profeti, di cui c’è un immenso bisogno in questa congiuntura storica.»

Saliamo sulla passerella, mentre mi chiedo quale sia questa congiuntura storica.

Il suono del legno bagnato sotto i piedi, il silenzio teso della ciurma, l’odore di spezie e fumo di moschetto: tutto sembra suggerire che il tempo si è ripiegato su sé stesso. Sulla poppa si increspa ancora, incredibilmente, la bandiera tricolore, animata da un rantolo di vento africano.

Il ponte di coperta appare come un’arca improbabile, metà relitto e metà teatro.

Una folata di vento si alza di colpo; la bandiera tricolore si gonfia come un respiro trattenuto troppo a lungo, e i prigionieri — se così si possono chiamare — appaiono nella luce declinante, ciascuno di loro portando con sé un secolo diverso.

Un giovane Giacomo Casanova spicca nel piccolo gruppo come un diamante nel buio. Seduto su una cassa di spezie, ha le mani legate ma la schiena diritta, con l’aria di chi considera ogni catena un preludio a una delizia, e lo sguardo da confessore complice.

Quando ci vede, sorride con quel sorriso che è stato capace di sedurre mezz’Europa e una dozzina di conventi:

«Signora, non temete di perdere la testa in mezzo a tutta questa fortuna che gira?» mi dice, senza guardarmi davvero.

Sta invece osservando i miei piedi, come per capire come tengo l’equilibrio. È lì, d’altro canto, che cominciano le cadute.

«Se siete venuta a negoziare,» aggiunge senza sollevare lo sguardo, «vi consiglio di cominciare dal vino. Nessuno è ragionevole da sobrio.»

Poco più avanti, in piedi controvento, c’è l’imperatore romano Marco Aurelio. Il suo mantello di porpora è consunto e rigido di salsedine, ma il portamento resta quello di un sovrano che ha visto crollare troppi imperi per agitarsi ancora. Ha le braccia incrociate dietro la schiena, e le sue sopracciglia non si muovono neanche quando una spruzzata d’acqua salata gli arriva in pieno viso.

Appoggiato al parapetto, in posa elegante e l’aria annoiata, vediamo Papa Alessandro VI, il Borgia in persona, più largo che alto, avvolto da un profumo di mirra e peccato che riesce a superare perfino il tanfo del porto. Ha il naso appuntito, le mani lunghe e guantate, e lo sguardo di chi ha già assolto sé stesso da qualunque peccato gli capiti di commettere dopo cena.

«Figlia mia,» mi dice, guardandomi di sbieco, come a misurare la mia riottosità. «Il mare è come la politica: ti prende a schiaffi quando meno te l’aspetti. Sono tempi strani quando i pirati temono Dio più della forca.»

Non mi resta che rivolgerli un accenno di inchino. «Mio signore,» gli rispondo — «forse hanno solo imparato a negoziare meglio.»

Poi un gemito metallico rompe il rumore del mare.

 

Un po’ in disparte, in una gabbia sospesa da una corda grossa come un polso, c’è il teologo medievale Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino e santo patrono degli scienziati.  

Oscilla come un pendolo umano, mentre la barba gli cade in ciocche aggrovigliate sul petto; nonostante l’evidente aura di carisma che lo avvolge, sembra una gallina da esposizione.

Stringe al petto un fascio di carte bagnate — appunti, formule, forse preghiere — e ogni volta che la gabbia oscilla lui strilla, tra un singhiozzo e un’imprecazione:

«Anatema! Tutto questo è un sogno del demonio! E voi, voi tutti mi avete maledetto! Io, che studiai gli angeli e le stelle!»

Una corda cigola, e lui grida ancora più forte: «Se cade questa gabbia, cade metà della scolastica occidentale!»

La ciurma ride, e ogni volta che il ponte beccheggia, la gabbia ondeggia con il povero sant’Alberto, facendolo sembrare una pignatta vivente, odorosa d’incenso.

Un pirata dalla pelle color cuoio, con una benda nera sull’occhio sinistro, sta seduto accanto alla gabbia. Ride di una risata metallica, mentre all’orecchio scintilla un orecchino a forma di croce copta.

«Io dico che dobbiamo buttarlo a mare, questo Giona!» urla. «Porta tempesta, ve lo giuro! Da quando l’abbiamo preso, il vento è pazzo e il vino sa di ferro!»

È Willy l’Orbo, leggendario per aver servito cinque corti e nessuna patria.

Leone l’Africano, accanto a me, alza la mano per riportare un po’ di calma.

«In mare si può gettare l’oro, ma non la sapienza,» esclama con voce ferma. «Buttare a mare un filosofo è come bestemmiare il vento. E un prete tedesco… quello sì che attira davvero le tempeste.»

Willy fissa sant’Alberto con l’unico occhio, «Ma lui … lui sì che se lo meriterebbe questa volta.»

Alberto Magno lancia un urlo indignato, mentre la gabbia ondeggia.

Attorno a noi il mare ringhia, le vele sbattono, il legno scricchiola sotto i piedi.

E in mezzo a questo caos, Khayr ed-Din Barbarossa ci osserva dal cassero come un presentatore di un perverso gioco a premi: ha un sorriso da predatore, le braccia conserte, e gli occhi che studiano ciascuno di noi come una pedina da giocare.

La Ruota della Fortuna, capisco, sta già girando.

Willy gira su di me l’unico occhio, poi scoppia a ridere.

«Allora è responsabilità vostra, il Giona. Per ora resta vivo, come vogliono la signora e il leoncino. Ma sappiate che se il vento gira a scirocco, sarete voi due che gli terrete compagnia fra i pesci!»

Leone mi guarda di sottecchi, e per un istante mi pare di intravedere un lampo d’intesa tra di noi, come se avessimo condiviso cento viaggi prima di questo.

Nel frattempo, poco distante, Casanova comincia a intonare un ritornello veneziano; il Borgia sgrana un rosario da cui pende un dente d’oro, rapito in un’espressione mistica che non gli si addice; mentre Marco Aurelio mormora parole incomprensibili, ad occhi chiusi, come se meditasse sulla follia eterna del genere umano.

Sopra di noi, nel cielo immobile, un gabbiano lancia un grido che suona come un presagio.

 

Il ponte è un teatro che scricchiola, l’aria sa di ferro e di mare vecchio. Leone l’Africano mi accompagna tra le corde, le vele gonfie, le voci che si scontrano. La notte è già densa, come se ci fosse troppo pensiero dentro. Alberto Magno è rinchiuso sottocoperta, e ogni ora che passa gli mangia un po’ di speranza.

«Se non lo tiriamo fuori subito,» dice Leone piano, «rischiamo di farne un martire e quindi un simbolo. E i simboli non muoiono mai.»

Casanova ci ascolta, accarezzando un pugnale come fosse un ventaglio, e sorride. «Già. I simboli si bruciano per scaldare i racconti, ma risorgono inevitabilmente dalle loro ceneri.»

Io li guardo entrambi. «Non possiamo lasciarlo marcire lì. E non possiamo combattere tutti. Serve un piano, qualcosa che suoni abbastanza folle da sembrare geniale.»

Casanova inclina il capo. «Un diversivo, insomma.»

«Un diversivo che gli salvi la pelle,» dico. «Ecco l’idea: mandiamolo via come emissario, come messaggero di pace. Lo mandiamo dal genovese Andrea Doria, l’avversario storico di Khayr ed-Din Barbarossa, con una proposta che nessuno prenderà sul serio, ma che suoni giusta, umana, e al contempo provocatoria. Una via d’uscita.»

Leone annuisce, lentamente. «Una mossa antica. Mandare il più compromesso a parlare col nemico, e nel farlo salvarlo dalla lama.»

«Sì,» rispondo, «e possiamo riempire la pergamena di qualcosa che somigli a una visione. Non un trattato politico: un gesto di compassione.»

Mi fermo un momento. Il mare ha sempre qualcosa da dire, e quando tace, bisogna ascoltarlo.

«Devo confessarti una cosa, Leone,» dico poi, «mi sono stancata della guerra eterna. Delle guerre che non finiscono perché nessuno vuole che finiscano davvero.

Guarda la Palestina: si sta sbriciolando la gente, non le mappe. Oggi i palestinesi non hanno voce. Non hanno scelta. È follia morale. E anche gli israeliani stanno pagando un prezzo altissimo: si stanno trasformando in un popolo di fanatici terrorizzati, armati da un esercito genocida mascherato da forze di difesa.»

Alla parola “genocida”, Casanova alza un sopracciglio. L’Africano non si muove – ma vedo tremargli un piccolo muscolo sulla guancia.

«Qui in Italia questa guerra sta già distruggendo il nostro discorso pubblico: cresce l’islamofobia, cresce l’antisemitismo. Due facce della stessa medaglia: lo stesso suprematismo bianco che ha bisogno di un nemico da disumanizzare per sentirsi vivo. Ma è lo stesso veleno. La stessa paura. La bianchezza che divora tutto, inclusa sé stessa.»

Leone mi fissa, muto, come chi riconosce nella disperazione una lingua che ha parlato anche lui.

«Ammettiamolo: tutti vogliono “il dialogo”, purché non costi niente. Ma non funziona così. Un cessate il fuoco costa soldi. Un corridoio umanitario costa soldi. La ricostruzione costa soldi. E soprattutto… dare vita alla speranza costa soldi. Sempre.»

Sento gli occhi dei due uomini su di me: non giudicano, non approvano, non ancora — misurano le mie parole.

«Io direi ad Andrea Doria questo,» continuo, «che se non può più difendersi una terra, si difendono le vite. Quantomeno, deve essere data loro una scelta che non sia quella fra la morte e la miseria tra le rovine o la morte e la miseria in un campo profughi. Perché questa non è vera scelta.

Per cui la mia proposta è questa: vogliono che se be vadano? E allora almeno che si dia a ogni palestinese, uomo, donna, o bambino, un visto universale. Che sia permesso loro di ricominciare dovunque vogliano, comunque vogliano, e dando loro i mezzi per farlo. Perché quando puoi muoverti liberamente, puoi respirare. E quando respiri, puoi pensare. Per cui insieme al visto, che siano dati a ciascuno duecentocinquantamila euro.»

La nave sembra inclinarsi di un millimetro.

«Duecentocinquantamila perché è il budget della mia Marie Curie.» Faccio un sorriso amaro. «Quella che ho già vinto, sì… ma non so se arriverà mai, per decisioni che non dipendono da me, né dalla qualità del mio lavoro.»

Un gabbiano strilla sopra di noi; Casanova apre la bocca per parlare, ma lo fermo, perché già so dove vuole andare a parare:

«È una follia? Sì. Certo che lo è. Ma è una follia proporzionata: sapete quanto spende l’Europa in barriere, armi, droni, sorveglianza?

Molto di più.

L’ovvia risposta che daranno è quella che danno sempre: “non ci sono i fondi”. Ma è una falsità. I fondi ci sono sempre — solo che li usiamo per altro.»

Il mare fa un boato, come se approvasse.

«Il punto, poi, non è solo il denaro. È ciò che il denaro significherebbe. “Abbiamo fallito, abbiamo tradito, vi abbiamo tolto terra, acqua, aria, futuro. Non possiamo ridarvi quello che vi è stato tolto, ma possiamo darvi una possibilità.”

Nessuno merita di morire in un recinto. Qualcuno resterebbe, qualcuno andrebbe via, ma almeno potrebbero scegliere cosa fare di se stessi e di se stesse. Se scegliere di restare nella terra natale sconfitta, o vivere in un esilio che contenga una reale opportunità. E la scelta, signori miei, è la prima forma di dignità.»

Casanova ha smesso di sorridere. Mi guarda come si guarda un oracolo che parla fuori tempo. Poi sospira.

«Un’idea così assurda,» dice piano, «che potrebbe sembrare la parola di un santo o di un pazzo. E dunque perfetta per lui.»

«Per Alberto,» aggiungo. «Esatto. Lo mandiamo con questa follia. Che dica ad Andrea Doria che è il messaggio di Dio, della ragione, dell’umanità, non importa. Purché ci creda, purché esca vivo.»

Scendiamo sottocoperta. Alberto è pallido come una luna chiusa. Gli spiego il piano con voce ferma. «Tu andrai da Andrea Doria. Gli porterai una proposta di pace: un riscatto per tutti gli ostaggi, e insieme un’idea — la libertà come opportunità, non come concessione.

Digli che il mondo non regge più il peso del sangue, che la dignità degli esseri umani vale più delle bandiere. Non parteggiare per nessuno, chiedi solo pietà per tutti. Ti prenderanno per folle, ma i folli spesso attraversano le porte che i saggi chiudono.»

L’Alberto mi guarda attonito. Poi dice: «E se non torno? E se mi deridono?»

«Allora almeno avrai mostrato a qualcuno che è possibile quantomeno sognare di non odiare.»

Casanova gli mette una mano sulla spalla. «E ricordati: quando non sai cosa dire, taci. Il silenzio, usato con grazia, è più eloquente di mille trattati.»

Gli diamo una pergamena, un mantello, un anello di Leone con un sigillo che non significa nulla ma sembra importante. Quando lo vedo salire sulla scialuppa, penso che stiamo spedendo nel buio la nostra ultima scintilla di fede — quella nella parola come rifugio, non come arma.

Mentre la barca si allontana, Casanova mormora: «Hai visto? Le idee più folli sono quelle che si salvano da sole. Come gli uomini.»

Io guardo l’acqua e rispondo: «O come i popoli che imparano a scegliere la vita invece del martirio.»

Sul ponte della Regina Isabella il vento porta un odore di ferro e tabacco. Negli alloggi del capitano, Willy l’Orbo ha dispiegato il tabellone di un gioco: El Grande. Una mappa della Spagna del Quattrocento, regioni colorate, piccoli omini di legno che sembrano pronti a farsi la guerra.

«È una specie di Risiko,» spiega, guardando la mappa, «ma invece di rubarsi gli stati o ammazzarsi a vicenda bisogna… ammonticchiarsi gli uni sugli altri. Vince chi riesce a conquistare la maggioranza nel maggior numero di territori. Davvero un bellissimo gioco di guerra.»

Il maggiore dei Barbarossa — barba rossa davvero, occhi che scintillano di brama — annuisce: «Questo non è un gioco di pietà.» Il mediano, che tiene il punteggio con una penna d’oca spezzata, aggiunge ridendo: «Porta i coltelli in tavola!»

Casanova si liscia la giacca e muove i suoi caballeros con eleganza teatrale, mentre Marco Aurelio osserva la mappa come se fosse una campagna reale. Papa Borgia bara senza farsi scoprire, infilando un omino di troppo a Toledo. Io — giocatore azzurro — scelgo a sentimento, senza contare.

All’inizio punto tutto su Granada, attratta dal suo nome, dalla memoria di un’ultima frontiera tra Islam e cristianità. Ma quando arriva il conteggio, scopro di avere la maggioranza soltanto in Catalogna. «E va bene,» dico ridendo, «mi prendo Barcellona e lascio Siviglia, che tanto me l’hanno soffiata all’ultimo.»

Non vinco, ma ho messo in campo più omini di tutti. Le carte che “ammazzano” pedine — epidemie, rivolte, intrighi di corte — le ho prese tutte io.

«Perché?» chiede a un certo punto il grande Khayr ed-Din, incuriosito dalla mia scelta.

«Perché la mia priorità non era vincere la partita,» rispondo. «Era salvare quanta più gente possibile fra le mie truppe. Ho perso in punti, ma ho vinto in vita.»

Un silenzio breve. Poi il Barbarossa ride, spostando un suo caballero su Navarra: «Allora tu giochi come il mare: non per la conquista, ma per il gusto di muovere la marea. Mi piace.»

Leone l’Africano osserva la scena con la sua calma profonda, la voce bassa: «È la differenza tra dominio e presenza. Il dominio teme il vuoto; la presenza lo abita.»

Le pedine continuano a muoversi, ma qualcosa è cambiato: il gioco non è più una guerra per i territori, bensì una danza di densità e prossimità. Un Risiko ribaltato, dove il potere non è nel colpire, ma nel coesistere — accumularsi senza distruggersi, duellarsi senza ferirsi.

Io mi guardo intorno, fiera del mio piccolo esercito azzurro: ammassato, confuso, vivo.

«Alla fine,» dico, «non c’è differenza morale tra il fuggire o il restare. L’importante è non sparire.”

 

 

 

 

*Al diplomatico berbero al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan (c. 1494-1554), che fu realmente catturato come schiavo a largo di Creta e poi venduto al Papa Medici Leone X, da cui prese il nome, è attribuito giustamente il merito di aver contribuito in modo significativo alla creazione dell’immaginario europeo sull’Africa nella prima età moderna. Meno spesso si ricorda che questo immaginario presentava stereotipi sulle genti dell’Africa che non oggi non possiamo esitare a definire razzisti. Ad esempio, la Barberia è definita la parte più civile dell’Africa perché le sue genti sono bianche e come tali governano “per ordine di ragione e di legge”, laddove gli uomini dell’Africa sub-sahariana sono “senza ragione, senza ingegno e senza pratica”.

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