Questo episodio è ispirato alla Giustizia, un arcano che non parla di punizione ma di misura, di pensiero critico, di equilibrio precario tra forze che non coincidono mai del tutto. È la Giustizia che non giudica dall’alto, ma tiene in piedi il mondo misurando relazioni, pesi variabili, atti e conseguenze.
Come guida e interlocutrice ho scelto Margherita Hack, materialista lirica e scienziata dei cieli, che mi accompagna in un dialogo sulla natura relazionale della realtà, sulla fragilità di ogni certezza e sull’idea che “giusto” non significhi “vero”, ma coerente con le relazioni che lo generano.
Una Giustizia senza trono e senza spada: solo sartie, a reggere il nostro fragile albero maestro contro le tempeste.
(Episodio precedente –> Episodio XI – I pirati barbareschi
Una notte senza luna stende sul ponte della Regina Isabella una coperta di mare e stelle.
L’acqua è di uno strano color mercurio che riflette ogni scintilla di luce. Le vele dormono, e la nave avanza lenta, come se stesse misurando se stessa.
Mi appoggio al parapetto ad annusare il vento, che porta da nord-est un profumo di ferro e temporale. Dalla stiva si sente qualcuno accordare una chitarra, e un frammento di canzone mi risale alla memoria: “perché questa lunga notte, non sia nera più del nero.”
Un passo dietro di me.
«Una seratina di nulla per farsi domande sull’universo, eh?»
Mi volto. È Margherita Hack, scalza, in giacca di tweed e gonna scura, i capelli come un campo magnetico. Nelle mani tiene una tazza di smalto con sopra un sorriso di Stregatto, e dal taschino spunta un quadernino pieno di scarabocchi stellari.
«Tu di solito stai tra le galassie,» dico. «Che ci fai quaggiù tra i pirati?»
«Anche la giustizia è un corpo celeste,» risponde. «Solo che ruota più lentamente.»
Il vento sussurra tra le sartie. La Hack si siede su un mucchio di corde arrotolate, accende una sigaretta, poi la spegne subito — «non si fuma in osservatorio, anche se è in mezzo al mare» — dice, e mi guarda.
«Ho letto la mail che hai mandato a quel tuo amico fisico. Carina la faccenda degli spettri negli impulsi elettrici e dei geni che rispondono nei suoni. Mi piace, sa di quantistica domestica, e ha una buona base nell’epigenetica.»
Sorride con quell’ironia affettuosa che taglia e consola nello stesso tempo.
«Vedi, omonima mia Margherita, se tu mi chiedi chi ti risponde al lancio dei dadi, quando gridi agli dèi e ai fantasmi, ti direi: nessuno. Ma se mi chiedi cosa ti risponde, ti direi: il campo. Tutto risponde, tutto il tempo. Solo che la maggior parte della gente ha spento l’audio.»
Mi fissa.
«Tu evidentemente ce l’hai alzato un po’ troppo.»
Poi, come per alleggerire, canticchia:
Ho sentito urla di furore
di generazioni, senza più passato, di neo-primitivi
rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi…
«Battiato.», aggiunge, con la secca pignoleria della scienziata che non dimentica mai di citare la sua fonte. «Shock in my town. La cantava come un profeta sotto acido. Lì c’è tutto: l’umanità che cerca un segnale, e quando lo trova, si spaventa.»
Fa una pausa, poi continua:
«Ma non è Dio, è solo la realtà che pulsa. Un po’ come quando osservi una stella lontana: quello che stai guardando e che sta rispondendo alle tue domande è tecnicamente un evento passato, e chiedersi cosa stia accadendo lì adesso, nel tempo presente, non ha molto senso.»
Faccio un passo verso di lei. «Quindi secondo te non è un dialogo?»
Hack scuote la testa, i capelli vibrano come un’antenna. «No, non nel senso stretto: piuttosto, è un’interferenza, o una risonanza. Tu emetti, il mondo risponde.»
Guarda il cielo, poi aggiunge:
«Il problema non è dare un nome a chi di parla nel vento, altra Margherita. Il problema è se impari la grammatica di ciò che senti. Perché quello che chiami spirito potrebbe essere solo il modo in cui la tua mente sincronizza le onde — il grande Wi-Fi cosmico, diciamo. Se lo capisci, non hai bisogno di esorcisti. Ti basta un telescopio.»
Mi avvicino con cautela, come si fa quando il ponte oscilla.
«E quindi… non è comunicazione?»
«Sì e no.» La Hack si stringe nelle spalle, un gesto che sembra misurare la gravità terrestre.
«Vedi, per comunicare bisogna essere almeno in due. Ma per risuonare basta essere al mondo. Ogni cosa è un campo: tu, io, la nave, la pioggia in arrivo. Quando cambi stato — emotivo, elettrico, mentale, fisico — il campo cambia con te. Non c’è nessuno che ti risponde: è la relazione che si ricompone.»
Poi aggiunge, con quel tono brusco che sa essere tenerezza:
«Solo che voi umani avete questa mania di personalizzare le onde. Se arriva un segnale lo chiamate destino, o spirito del nonno, o E.T… Invece è solo il mondo che fa il suo lavoro.»
Le vele sospirano. Una stella si accende dietro una nuvola.
«Ma allora,» chiedo, «che senso ha cercare un ordine? Una direzione? Una Giustizia? Cosa resta se tutto è solo vibrazione?»
Hack sbuffa. «Bimba, non confondere instabilità con assenza di senso.»
Si alza, si spolvera la gonna, poi punta l’indice verso l’albero maestro, come stesse indicando una costellazione invisibile.
«La Giustizia non è un’entità stabilita una volta per tutte. È una condizione di coerenza. Una relazione che resta in piedi finché le parti coinvolte si tengono in equilibrio. Appena una tira troppo, tutto si spezza.»
Si tocca il taschino, estrae il quadernino, lo sfoglia.
«La tua vita, la mia, questa nave, l’universo… sono tutte reti di relazioni. E le relazioni non hanno un centro: hanno solo nodi.
Possiamo chiamare Giustizia lo stato ideale di equilibrio in cui i nodi si tengono e sostengono l’albero; se qualcosa si strappa, è necessario intervenire, non in nome di un astratto principio morale, ma al semplice scopo di mandare avanti la nave e non farla affondare.»
Mi viene spontaneo sedermi accanto a lei sulle corde. Il ponte oscilla appena, e lei ride.
«Tu sogni un cosmo equo,» dice. «Io mi accontento di un cosmo leggibile. Anche solo per qualche secondo.»
Chiude il quadernino con un gesto secco.
«Sai qual è la vera ingiustizia cosmica? Che gli esseri umani insistono a pensare di essere osservatori neutrali. Eppure non esiste osservatore esterno. Mai. Ogni volta che guardi qualcosa, la stai già modificando.»
Mi stringo le ginocchia al petto. «Questo mi fa paura.»
«Normale. La certezza è una dipendenza come un’altra.»
Sorride. «Ma puoi disintossicarti.»
Il vento cambia direzione. A poppa, qualcuno starnutisce in veneziano.
«Dimmi una cosa,» prosegue Hack. «Quando hai scritto quella mail al tuo amico fisico — quella in cui parlavi degli spettri nei segnali elettrici — cosa cercavi? Verità o compagnia?»
Esito. «Forse entrambe.»
«Ecco,» dice. «Quella è Giustizia: non la verità assoluta, ma la relazione corretta tra due incertezze. L’uguaglianza non è una virtù morale: è una condizione quantistica. Le cose sono uguali perché sono tutte provvisorie, e perché i criteri di realtà che usiamo per comprendere il mondo sono necessariamente molteplici. Il resto è sciocca rigidità metafisica, la stessa malattia dell’umano che sostiene che fra spirito e materia, emozioni e pensieri, moralità e realtà fisica vi siano “salti” di realtà. Non è così.»
Alza lo sguardo verso il cielo che si sta coprendo.
«E poi c’è quell’ossessione vostra per l’esistenza.»
Mi volto di scatto. «In che senso nostra?»
«Vostra degli umani vivi, dei filosofi, dei teologi; quella che mostrano talvolta anche i gatti, che vogliono essere guardati mentre mangiano.»
Si sistema il tweed. «Vi chiedete sempre: “ma questa cosa esiste davvero?” Ma l’unica risposta corretta è che l’esistenza di qualcosa dipende da chi la sta guardando e da come la guarda.»
«Quindi se nessuno guarda…?»
«Allora la domanda non ha senso.» Ride.
«Voi siete ancora convinti che l’esistenza sia un attributo. Invece è un rapporto. Un evento. Una comparsa temporanea in una certa cornice.»
Le vele si gonfiano di un refolo improvviso. Le sartie cantano.
«Per questo la Giustizia non è mai definitiva,» aggiunge. «Non c’è mai un punto in cui puoi dire “ecco, ora ho pesato tutto”. Cambia il contesto e la misura si azzera. Come i valori delle particelle: niente è assoluto, tutto è relativo. Ma non nel senso stupido del relativismo morale — quello è un errore da matricole. Relativo vuol dire che è la relazione, non la sostanza, a dare realtà alle cose.»
La guardo: sembra una costellazione incarnata. O forse è solo l’abitudine a vederla come mito.
«E allora come si vive?» domando piano. «Se tutto ondeggia, se tutto è instabile… come si fa a non cadere?»
La Hack si alza, si avvicina al parapetto, allunga una mano verso l’orizzonte.
«Si vive così,» dice. «Tenendo la barra, non la rotta. Cercando l’equilibrio, non la verità. Osservando le conseguenze delle nostre azioni su di noi e sugli altri, non la loro coerenza con un astratto giudizio morale.»
Poi, con un’occhiata che è più dolce di qualunque legge cosmica:
«La Giustizia non è l’ordine perfetto: è la cura delle relazioni. Il resto sono illusioni da tribunale.»
Si volta verso di me.
«Ora vieni. Facciamo un test di stabilità quantistica.» Indica le sartie. «Arrampicarsi un pochino non ha mai fatto male a nessuno.»
E lì capisco che la notte di mare non è nera: è trasparente, come tutto ciò che esiste solo per relazione.
Un’inquietudine mi attraversa e glielo dico: “Sai, altra Margherita, ho ricevuto un invito da un gruppo di streghe per andare a un Sabba in Slovenia; intendono pregare per il crollo della Chiesa e dell’Impero, e ne ho timore, perché sono tante e sono potenti. »
Esito, temendo che mi rida in faccia, ma non lo fa: si limita a inclinare un po’ il capo.
«Temo che il loro odio, se concentrato e coltivato, possa produrre risonanze negative, come le chiameresti tu. Temo possa far danni che se le entità in cui credono non esistono, proprio perché loro ci credono.»
«Ah!» — esclama la Hack, con quella sua voce roca e ironica da vecchia leonessa:
«Ma ti pare normale, Margherita, andare a un sabba in Slovenia per far crollare la Chiesa e l’Impero? E che siamo, ancora al Medioevo? Io i sabba li lascio ai poeti e alle streghe di Salem, non ai cervelli in funzione.»
Poi si sistema la giacca, accende un’altra sigaretta, e mi dice più piano:
“Se però la cosa ti inquieta, avvicinati senza unirti: va’ nella mia amata Trieste, che credimi, è ideale. Vai lì, e osserva in che direzione va il vento. E se proprio vuoi un consiglio: portati qualcuno che sappia ridere. In un Sabba senza ironia si finisce per credere alle proprie illusioni.”
In quel momento la notte, che fino a un momento prima pareva un manto impenetrabile di oscurità, comincia a sbiadire ai bordi.
Dal mare arriva l’odore d’alga e di ferro, e sulla nave addormentata si muove una brezza che ha la voce di una qibla lontana. Da una moschea invisibile — o forse da un sogno — si leva il suono inconfondibile del richiamo alla preghiera del fajr.
La Hack guarda l’orizzonte che lentamente scolora, poi mi fa un cenno con la mano — come se volesse misurare l’inclinazione della notte.
«Vedi?» dice piano. «La paura dei crolli è solo un modo per ricordarti che sei fatta di nodi, non di muri. Se qualcosa si spezza, tu senti la vibrazione. Ma non è un presagio: è il campo che ti chiede di riequilibrarti.»
Rimango zitta. Mi accorgo che sto trattenendo il fiato.
«Quanto alle streghe e ai loro sabba,» continua con un mezzo sorriso, «non sono loro il problema. Sono le risonanze che scegli tu. Vai pure dove ti porta l’inquietudine, ma non confondere il vento con una volontà. La realtà non vuole niente: risponde. Sempre.»
Tocca le sartie con due dita, come per farle suonare. Il legno vibra, tenue.
«La Giustizia è questo,» dice. «Tenere il mondo in accordo quel poco che basta a non farlo cadere. Il resto sono storie che vi raccontate per non ammettere che avete paura dell’incertezza.»
Le vele si gonfiano appena, come un respiro.
La Hack si volta verso di me, e per un istante non sembra più un mito: solo una donna che ha guardato abbastanza cielo da capire che nulla resta fermo, e che va bene così.
«Adesso vai a dormire, Margherita. Domani il campo sarà un altro. E tu con lui.»
Si allontana verso l’albero maestro, inghiottita dalla luce grigia dell’aurora.
Io resto sul ponte, a sentire la nave che si assesta, lenta, nella sua misura. A oriente, il cielo si apre in una sfumatura d’acciaio e rame.
Resto ferma un momento, sentendo che tutto, per un istante solo, si tiene: i vivi e i morti, i credenti e gli atei, la ragione e la fede.
Poi il vento cambia, e comincia un nuovo giorno.
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