A Zeus che ha avviato i mortali
a essere saggi, che ha posto come valida legge
‘saggezza attraverso la sofferenza (pathei mathos)’.
Anche nel sonno stilla davanti al cuore
un’angoscia memore di dolori:
anche a chi non vuole arriva saggezza.

— Eschilo, Agamennone

 

 

Questo episodio parla di white guilt  (“senso di colpa bianco”), o meglio, di white shame  (“vergogna bianca”).

L’ho scritto durante un attacco di febbre alta, e me ne sono accorta solo dopo, quando la temperatura è scesa e il testo è rimasto lì, come una cartina al tornasole.

Parla degli strumenti conoscitivi e critici che ho appreso nel corso dei miei viaggi in Sudafrica, modi di ascoltare il trauma che non erano miei. Strumenti appresi dagli archivi, dagli attivisti, e anche dalle sangoma – le sciamane di formazione zulu – che mi hanno insegnato saperi che non si imparano nei libri.

Da allora mi chiedo: è lecito usare quello che ho appreso? È lecito guadagnarcisi da vivere? O è quel furto che chiamano appropriazione culturale?

L’unica risposta che — per ora — riesco a darmi, è che posso usare quegli strumenti soltanto finché ne ricordo l’origine, e finché li utilizzo per contribuire a fare giustizia alle conseguenze del colonialismo oggi. Più facile a dirsi che a farsi, certo, ma le intenzioni restano importanti.

In questa storia, la carta dell’Appeso rappresenta chi resta sospeso sotto di noi — spesso invisibile, eppure inevitabile.

Il riferimento a Loreto nel titolo è un invito a trovare e capovolgere il colonizzatore nascosto in ciascun* di noi – metaforicamente, si intende.

 

Episodio precedente –> Episodio XII: Le sartie della giustizia

Sto sognando, credo.

Nel sogno, la mia cuccetta è immersa in una luce che non sembra provenire da nessuna parte precisa — un’alba interiore, come sospesa fra due mondi. Il termometro sul comodino segna una cifra rossa, ma il mio corpo non trema più: è in bilico.

Giacomo Casanova, impeccabile anche nel sogno, siede accanto al mio letto; ha una mano guantata appoggiata sul cuore e l’altra che gioca con la piuma di un ventaglio.

«Ah, mia cara,» dice, con il suo tono da commedia veneziana, «la febbre è la più onesta delle amanti. Ti toglie ogni finzione e lascia soltanto ciò che realmente arde, una volta che la carne si è arresa.»

«La carne è una scimmia stanca, Giacomo,» borbotto, troppo debole per sorridere davvero. «La vita è solo un videogioco, che il corpo gioca senza averlo scelto; e Dio — se esiste — è il ritmo che detta il tempo. Il resto è libero arbitrio da joystick difettoso. Qualunque scelta tu faccia, il finale del livello è lo stesso per tutti: presto o tardi, in pace o nei tormenti, la scimmia muore.»

Lui ride, compiaciuto, come se avessi recitato per lui una battuta scritta secoli fa.

Un attimo dopo, la tenda del letto si muove con un fruscio liquido, e nel varco appare una figura che sembra fatta di ambra e nebbia insieme.

La luce le si impiglia nel velo. Quando parla, la voce è bassa e ferma:

«Non deridere chi cerca il ritmo, libertino. Io l’ho perso, e ho danzato fuori tempo tutta la vita.»

Casanova si alza con un inchino perfetto. «E chi abbiamo l’onore di accogliere in questa stanza?»

La donna alza il velo che le nasconde il volto.

È Caterina di Ferdinando de’ Medici, la sposa mancata di un principe inglese morto troppo presto, poi sventurata duchessa consorte di Mantova e Monferrato.

Ha gli occhi stanchi di chi ha attraversato troppi corridoi di corte per credere ancora nella neutralità del destino.

«Non so se sono viva o morta,» dice, «so solo che sono ancora prigioniera delle aspettative di palazzo, e porto addosso storie che non ho scelto. So anche che la febbre, a volte, è l’unico modo per sentirle parlare.»

Mi passa un panno fresco sulla fronte, come una sorella gentile abituata al comando.

«Tu non hai una febbre qualsiasi,» continua, fissandomi. «Hai la febbre dei mistici, o dei colpevoli: gli zulu la chiamano ukuthwasa. Quella che ti costringe a guardare da dove vengono i tuoi strumenti… e a chi rispondono.»

Casanova finge di ignorarla.

«Filosofia e febbre, che binomio delizioso! Nulla al mondo è più erotico. Ma ditemi: se il mondo è un videogioco, chi lo ha programmato?»

«Forse nessuno, forse il mondo stesso,» provo a rispondere, fra uno sconquasso di tosse e l’altro. «Forse non c’è un programmatore, solo una sinfonia che si scrive da sé. Io provo solo a suonare a tempo. Quando sbaglio nota, il corpo si ammala.»

Caterina annuisce.

«L’Appeso vive così: sospeso tra un mondo e l’altro, capovolto finché non vede ciò che gli altri evitano. Il rovesciamento è la sua medicina. È l’attesa scomoda, a testa in giù, che diventa conoscenza. Ma ricordati: anche chi danza con il ritmo del mondo ha bisogno di riposo. E rammenta pure che le visioni non si coltivano come un orto: si accolgono come la pioggia.»

Casanova, pensieroso per la prima volta, mi sistema il cuscino con un gesto sorprendentemente sobrio.

«Io continuo a preferire il vino e il gioco agli esercizi spirituali. Ma mi chiedo ora se il bruciar d’amore che ricerco io sia poi così diverso da quello del mistico.»

Caterina sorride — un sorriso antico, fatto di misericordia e furore.

«La febbre è un rito. Ma solo se non dimentichi da quale genealogia proviene. Altrimenti è solo un incendio.»

La stanza trema lievemente, come in una mareggiata. Le candele ondeggiano, il mio respiro vibra nell’aria.

E nel loro sguardo incrociato — un libertino sempre in fuga e una duchessa sfortunata — vedo la stessa cosa: un dolore comune, e la vertigine di chi sa che non esiste visione innocente.

L’aria della notte è tiepida e densa come miele. Le candele si consumano lentamente e la fiamma ondeggia a ogni respiro, a ogni mio colpo di tosse.

Sul comodino c’è un mazzo di carte che Casanova ha portato da Venezia, mentre Caterina tiene in grembo un sacchetto di ossa e conchiglie. Due mondi si osservano da dietro veli diversi, curiosi e guardinghi come amanti che ancora non si sono toccati.

Casanova tamburella le dita sulla coscia, guardando Caterina con fare sornione.

«Dicono che la febbre è il fuoco che purifica,» mormora, «ma a me sembra solo che bruci ciò che si ama di più.»

Caterina sorride piano, senza mostrare i denti. È bellissima — non di quella bellezza che si espone, ma di quella che si rivela solo a chi ha peccato abbastanza da meritarsela.

«La febbre è un rito,» dice. «Una porta. Ma solo se ne conosci il linguaggio.»

«Una lingua nuova?» domanda Casanova, sollevando un sopracciglio.

«Oh, Giacomo…» fa lei, posando la mano sulle conchiglie. «È più antica di noi tutti.»

Le conchiglie tintinnano tra le sue dita. Io le riconosco: sono simili a quelle che una sangoma aveva fatto scivolare nelle mie mani anni prima, durante una notte d’estate a Cape Town.

Mi aveva detto: Non fare domande agli spiriti se non sei disposta ad ascoltare il dolore da cui nascono.

Il ricordo mi attraversa come una lama tiepida.

Caterina inspira piano. «Vuoi conoscere le regole della necromanzia zulu, Giacomo?»

La sua voce non chiede: avverte.

Casanova si abbandona contro lo schienale, teatrale come sempre.

«Se vengono da voi, Duchessa, potrebbero anche venire da Lucifero stesso: le ascolterei comunque.»

Lei chiude gli occhi un istante, poi recita con una calma che non appartiene a questo mondo.

«Prima regola: il sangue è il filo che lega i vivi ai morti. Le reincarnazioni esistono, sì — ma contano solo se riconosci il tuo lignaggio.

Secondo: per spezzare una maledizione devi tornare al punto di partenza e replicare la tragedia in farsa.

Terzo: ogni buona azione paga un tributo al male, e ogni cattiva al bene.

Quarto: le carte dei bianchi mentono, perché nascondono i bastardi. E così trovare il trauma costa più fatica che ignorarlo.»

Casanova la guarda come un attore che ha appena ascoltato la battuta regina di un dramma nuovo.

«È una teologia di mercanti e comici,» dice infine. «Molto più sincera di quella dei preti.»

«Perché i mercanti conoscono il valore del debito,» ribatte lei. «E i comici sanno ridere dei santi. Io li considero profeti entrambi.»

Mi volto appena verso di loro. La febbre mi fa ondeggiare i contorni delle cose, eppure li vedo chiarissimi: due anime che si studiano, in bilico tra ironia e desiderio.

Deglutisco, con la gola asciutta. «Ma queste regole… non sono tue.»

Lei si volta lentamente verso di me. Lo sguardo è dolce, eppure non concede scampo.

«Nessun sapere nasce senza ferire qualcuno,» dice. «Ma il più pericoloso è il sapere che si finge innocente. Tu, come me, hai imparato questi strumenti da mani che hanno sofferto. Non puoi usarli senza ricordare da quali ferite provengono.»

«E se sbaglio?» chiedo.

«Allora,» dice Caterina, «la febbre te lo ricorderà.»

Solleva una conchiglia, la fa brillare nella luce delle candele.

«Gli zulu non temono la genealogia del dolore, e non la rifuggono come facciamo noi bianchi: la interrogano finché non risponde. È l’unico modo per non trasformare i morti in ornamento o in terrore.»

Casanova gioca con una carta tra le dita — il Matto. «E questo, Duchessa, dove lo mettiamo nelle tue regole?»

«Il Matto è il bastardo,» risponde lei. «Il figlio non voluto delle carte dei bianchi. Il trauma che non si vuole nominare, l’origine che si finge di non avere.»

«E dunque tu credi nei bastardi.»

«In qualche modo, io stessa sono un bastardo,» dice Caterina, con una voce che rivela una tenerezza improvvisa. «Figlia di un sogno di corte e di una carne che si è stancata troppo presto. Ma almeno l’ho riconosciuto, il mio trauma. È così che non mi comanda più.»

Casanova sorride, inclinando il capo. «Io, invece, ho cercato tutta la vita di liberarmene. Forse è per questo che il diavolo non mi prende mai del tutto sul serio.»

«Il diavolo non prende sul serio chi non lo rispetta,» ribatte lei. «E tu, Giacomo, lo tratti come un compagno di bisca. Forse dovresti decidere di guardare in faccia i tuoi fantasmi, anziché ignorarli.»

Lui ride, ma non risponde. Prende la mano di Caterina, con gesto naturale e delicato. Il silenzio che segue è pieno, intimo, e io sento il mare in lontananza come se respirasse dentro il mio stesso corpo.

La candela si spegne con un ultimo guizzo, consumata, e nel buio che resta li sento ridere piano.

Una risata breve, gentile, che non appartiene più né ai vivi né ai morti.

La febbre allenta la presa come fa un animale che, dopo un morso, si ritira nell’ombra a osservare l’effetto. 

Decido di uscire: non so se mi farà bene, ma sento che devo muovermi. E c’è un documentario sul campo profughi di Moria, al PARC (Performing Arts Research Centre), che mi hanno raccomandato di vedere.

Il bus per il cinema passa dal Parco delle Cascine, e nel percorso l’aria si fa pesante.

Sotto gli alberi si allineano tende sgangherate, coperte, bracieri improvvisati; corpi che sembrano dormire e corpi che si muovono fra le ombre. Il mezzo si riempie di silenzi, di odori, di occhi che non si guardano.

Quando il bus si ferma al semaforo, vedo un uomo tenere un bambino in grembo e cantare a bassa voce, senza melodia, come per non dimenticare la lingua di sua madre.

Mi sistemo la sciarpa, come a proteggermi; ma so che non è dal freddo che mi sto difendendo.

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Arrivo in sala appena in tempo, mentre le luci si spengono e il documentario comincia.

Sul muro bianco appaiono le baracche del campo profughi di Moria: plastica, fango, miseria.

Le voci degli intervistati sono scosse, come se viaggiassero attraverso una fitta geografia del dolore.

Parlano dell’incendio del 2020, del fuoco che correva fra le tende come una bestia affamata. Parlano di come l’inferno possa assumere una forma amministrativa. Nei nuovi campi “umanitari”, le recinzioni brillano come bisturi: tutto è così pulito da sembrare una sala s’aspetto per una procedura di cancellazione.

Uno degli intervistati dice, con voce quasi neutra:

«Hanno trasformato la prigione in un carcere, e la paura in procedura.»

Riconosco in quella frase la perfezione dell’orrore: il dolore normalizzato, convertito in linguaggio amministrativo. La banalità del male, che firma il nulla osta per la disumanità.

Sento Caterina e Casanova seduti accanto a me — io li vedo, gli altri no. Lei, con le dita sottili, si copre la bocca, come per trattenere la nausea. Lui fuma nervosamente, una sigaretta che non produce cenere.

«Questa è la nuova Europa,» sussurra, «una Venezia senza acqua. Solo muri.»

«No,» ribatte Caterina, «questa è la vecchia Europa che si rifà sé stessa, mascherata da democrazia. Sempre le stesse catene, solo tirate a lucido.»

Lo schermo continua a scorrere: file di container bianchi, uniformi, silenziosi, come se l’umanità ci fosse entrata solo per errore.

Sento la gola stringersi, e non so se è febbre, o vergogna.

Che diritto ho di parlare dei morti, penso, quando fatico a sopportare lo sguardo dei vivi?

Quando la proiezione finisce, nessuno applaude. Usciamo nel buio sospeso della sera, mentre le Cascine odorano di fumo e foglie marce.

Poi — dal fondo del piazzale – si ode una voce, che cresce in un coro.

Una ventina di uomini, forse di più, stanno cantando.

Non è un canto per gli spettatori. È un canto per gli assenti.

Alcuni battono le mani a tempo, qualcuno piange, qualcuno guarda in alto come se aspettasse una risposta dal cielo.  Cantano un vecchio blues: Ten Million Slaves, di Otis Taylor..

Sitting down here, fallout shelter…
Think about the slaves, long time ago…

Le parole si alzano nel freddo e diventano un ponte. E capisco, con la certezza che hanno solo le visioni, che non sono solo i vivi a cantare.

I morti — i sommersi, i respinti, i bruciati — si uniscono al coro. Le loro voci hanno il suono del mare che inghiotte, delle rotte terrestri che macinano, dei campi che bruciano e dei deserti che gelano.

Caterina mi si avvicina senza toccarmi: «Vedi? Non serve invocarli. Sono già qui. Quel che dobbiamo fare è ricordarli.»

E Casanova aggiunge con voce spezzata: «Abbiamo giocato con i morti troppo a lungo. Ora tocca a loro tirare i dadi.»

Guardo il fiume Arno in lontananza: scuro, immobile, un’enorme pupilla che riflette senza giudicare.

Per un attimo Firenze intera mi sembra appesa a testa in giù, come la carta dell’Appeso. La città dei bianchi illuminati, sospesa sopra un abisso di vergogna che regge le sue fondamenta.

Quando il canto si spegne, nell’aria rimane una nota lunga, sottile, come una corda che vibra anche quando nessuno la tocca.

E allora comprendo: l’Appeso non è il martire che ci contempla dall’alto del Paradiso, ma chi è trattenuto sotto — chi sostiene l’edificio del mondo con le braccia legate dietro la schiena.

Integrare l’Appeso significa integrare questa genealogia del dolore. Eppure noi tutti, troppo spesso, preferiamo nascondere il dolore dietro una nuvola di ipocrisie, terrorizzati all’idea di doverlo affrontare.

L’ultimo a smettere di cantare è il fiume.

Io resto lì, immobile, senza più il coraggio di alzare gli occhi né quello di abbassarli, chiedendomi se sia questo è il prezzo del vedere.

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