Questo episodio è un esercizio di giustizia riparativa, con la partecipazione straordinaria di Thrix Macrinnalch.
Il punto di partenza è il titolo.
La prima volta che ho scritto queste parole è stato in tono tagliente (“te e la tua corte dei miracoli!”), durante uno stupido litigio sui social. E quelle parole hanno fatto male.
A me è dispiaciuto — perché la corte dei miracoli, in realtà, mi piace — ma quando le parole tagliano, la buona intenzione non basta a ricucire lo strappo.
Un paio d’anni dopo, Thrix ha ripreso le stesse parole (pare dimenticandosi la fonte) per farne il titolo di un progetto editoriale bellissimo: un album da colorare “per esorcizzare lo stigma, decostruire il bullismo e sovvertire e riappropriarsi dell’insulto”.
Mi sono commossa. Era la prima volta che qualcun* usava delle mie parole sbagliate per farne una cosa giusta. Gliel’ho detto, ne abbiamo parlato, e l’amicizia si è ricucita.
Con questo racconto ho provato a restituire il favore, almeno in parte. E credo di esserci riuscita, perché dice che le sia piaciuto moltissimo.
Nella storia — ispirata all’Arcano Senza Nome, che amo chiamare Jolene — Thrix affianca l’ammiraglio Andrea Doria nell’assegnare una serie di destini riparativi alla banda di colonizzatori presa in ostaggio tre episodi fa, cui si aggiungono un paio di special guest.
La Regina Isabella beccheggia al largo di Portovenere, come un animale stremato dopo giorni di caccia.
Sulla coperta restano gli echi dell’ultimo tumulto: la liberazione di Alberto Magno, messo su una scialuppa con una proposta di pace per Andrea Doria; la partita a El Grande che aveva trasformato pirati, imperatori e papi in scolari di un’improbabile etica della sopravvivenza; la visita notturna di Margherita Hack, con le sue domande difficili; e il sogno febbrile dell’Appeso alle Cascine.
Ora la nave sembra deserta, fuorché me e i miei due compagni.
Sono seduta a gambe incrociate sul ponte di comando; Leone l’Africano scruta l’orizzonte poco distante, mentre al mio fianco c’è Casanova che si pulisce le unghie con un coltello da intaglio, come se fosse in un boudoir veneziano.
«È finita?» gli chiedo.
«Niente è mai finito, mia cara,» risponde, guardando le sue cuticole come fossero più importanti dell’equilibrio geopolitico del Mediterraneo. «Al massimo si ricomincia da un’altra parte.»
Leone annuisce verso la costa: «Genova ci aspetta. E con essa il prezzo delle nostre scelte.»
Poi aggiunge, con quel suo tono che sembra sempre venire dal retrobottega del destino:
«Gli ostaggi che dobbiamo liberare non sono polvere da scrollarsi di dosso. Le loro colpe non ci esimono dalla compassione: ogni vita maneggiata chiede una restituzione.»
La parola restituzione mi risuona addosso come un colpo di remo.
Nell’aria si alza un vento improvviso, del tipo che apre porte tra i mondi.
Le vele si gonfiano, la Regina Isabella prende velocità, e non appena la prua supera l’onda successiva, sul ponte inferiore compare Willy l’Orbo. Ha in testa una bandana bianca, e un uccello malandato appollaiato sulla spalla.
È un piccione zoppo, con più pulci addosso che piume, e lo sguardo di chi conosce più versioni della verità di quante sia prudente ascoltare.
«È ora,» gracchia.
Io lo guardo stupita.
Willy non si scompone, e si limita a dire, come se la cosa fosse perfettamente ragionevole:
«È arrivato un messaggio da parte di Jolene. Non mi guardare così, sai di quale Signora sto parlando. Ha seguito i lamenti degli ostaggi fin qui. Dice che la Corte dei Miracoli ti convoca.»
Il piccione mi fissa con un occhio nero come un foro nel cielo.
«Hai lasciato dei debiti indietro,» dice. «E i morti non hanno più pazienza.»
Leone si irrigidisce. Casanova drizza la schiena come se avesse appena sentito pronunciare il nome di una vecchia amante.
Tutti sanno cosa significa essere convocati dalla Corte: non è un giudizio penale, è un incontro allo specchio. Un riesame dei fili che hai mosso, tirato, spezzato o ignorato.
È una giustizia che non si accontenta di un verdetto: vuole disfare e rifare legami.
«Dove siamo convocati?» chiedo.
Willy indica la costa. «Al Palazzo di San Giorgio, a Genova. Nel ventre della città che il Barbarossa non prese mai, se non nel nome dato alle mura.»
Il piccione svolazza sulla ringhiera, gonfia il petto e aggiunge, con un tono che non ammette replica:
«E non tardare. Altri ostaggi sono arrivati prima di te. Ora tocca a noi capire che cosa farne.»
Poi spicca un volo storto verso il porto, lasciando cadere una piuma iridescente sulla mia mano.
Davanti a noi appare il porto di Genova: solenne, aperto eppure inaccessibile, scolpito nel vento come un presagio.
La Regina Isabella si accosta, silenziosa, al Palazzo di San Giorgio – che il mare lambisce ancora, fedele come un cane o infido come un dio – e ci prepariamo a scendere.
Siamo in otto: io, Leone, Casanova, Papa Borgia, Marco Aurelio, Caterina di Ferdinando de’ Medici, Willy l’Orbo, e il più giovane dei Barbarossa, vestito di broccato e dai baffi impomatati, emissario del grande Khayr ed-Din.
Sui gradoni del molo, due leoni di marmo sorvegliano il nostro arrivo. Nel cielo, un lampo apre in due la nuvola che copre il sole: più che un fenomeno atmosferico, sembra un sigillo che infine si spezza.
Non appena mettiamo piede sulla banchina, il Barbarossa incrocia le braccia sul petto e mormora qualcosa in arabo — un versetto coranico, forse un giuramento, o forse entrambi.
Leone l’Africano solleva lo sguardo, scrutando ogni angolo come un manoscritto antico; mentre Casanova si ravvia i capelli con gesto teatrale.
«A Genova,» dice, «perfino la Morte si trucca prima di apparire.»
Lentamente, dai portici alle spalle del palazzo avanzano due figure avvolte in mantelli neri, il volto coperto da maschere veneziane.
La fattura doveva essere stata squisita, un tempo, ma ora le piume sono fradice, le perle annerite dal sale, e i veli incollati alle guance come lacrime dimenticate.
Giunti davanti a noi, si tolgono la maschera. Sotto il bianco crepato del gesso emergono due volti antichi:
Sono Mauro ed Eleuterio, martiri del mare, contesi per secoli fra Genova e Venezia – fratelli giurati sul ponte di una galera, prima che le stesse catene li trascinassero a fondo in due acque diverse.
Ora tornano insieme, vestiti di luce e di salsedine. Le loro mani, ancora segnate dai ferri, brillano come rami di corallo. Si dice che il loro sangue, disperso nell’Adriatico e nel Tirreno, abbia insegnato ai pesci a non temere le frontiere.
Stiamo per parlare, quando una voce femminile squarcia l’attesa:
«Amori miei! Siete in ritardo come sempre!»
Dalla carrozza più sgangherata del porto – un miracolo di ruote stortignaccole dipinte in fucsia e turchino – scende zia Thrix, Regina incontrastata della scena queer genovese.
I capelli rosa le ricadono sulle spalle come un incendio domestico, il vestito è un altare mobile a Frida Kahlo: cuori trafitti, cervi che piangono, mani che pregano senza Dio. Agli angoli degli occhi ha incollati due smeraldi, e sulle labbra un sorriso che sa di rum e misericordia ruvida.
Quando l’eco della sua voce si spegne, Genova cambia tono.
Le ombre dei portici si animano, e ne emerge una Corte dei Miracoli freak, un carnevale di anime che hanno riscritto la propria forma:
- ungayguaro dalle pupille d’ambra e il passo felino,
- unleopardorso che ride come un temporale,
- unatravestita depravata con ali di struzzo e un rosario spezzato,
- unazorra y mucha honra che fuma in un bocchino d’avorio,
- unarovinafamiglie in stivali di cuoio e giacca di pizzo,
- unterrone ricchione col petto villoso e un orecchino a croce,
- e uncompagno con la figa, che tiene tra le mani un tamburo e batte il ritmo del destino.
«Benvenuti alla Corte dei Miracoli,» annuncia zia Thrix, «dove nessuno si salva e nessuno si perde.
Qui persino la Morte si concede una risata prima del bacio.»
Allora capisco che la traversata è appena cominciata, e che Genova non è solo un porto, ma un teatro.
E il sipario, appena sollevato, odora di mare, di vino e di resurrezione.
Sul fronte del porto il cielo si fa color rame.
Il mare tace. Persino le barche smettono di cigolare, come se stessero trattenendo il fiato.
Silenziosa, la folla queer ci circonda come un cerchio di fiamma multicolore.
Non c’è traccia d’odio nei loro sguardi, solo attenzione – che è più spietata dell’odio – qualcosa che mette ancora più a disagio la piccola banda di colonizzatori che i pirati barbareschi hanno strappato alla loro arroganza, ai loro dogmi, alle loro pretese ti dominio.
La zia Thrix si avanza, il vestito frusciante come un sipario, e si pianta davanti a noi, fissando gli ostaggi uno ad uno, con l’aria di chi non si fa impressionare da qualche barba aristocratica.
«Benvenuti al Giudizio Riparativo,» dice, scandendo le parole come fossero la formula iniziale di un rito.
Mauro ed Eleuterio prendono posto ai suoi lati, come due santi laterali di un altare che non vuole conversioni ma verità.
Poi si sente una persiana spalancarsi, e dal balcone del Palazzo di San Giorgio si sporge un uomo in armatura, il volto pallido e severo, lo sguardo che ha visto troppi secoli.
È Andrea Doria, l’ammiraglio immortale, signore di mare e di tradimenti, custode di patti che nessuno osa più leggere. Alza una mano, guantata di ferro, e la sua voce — roca come una vela strappata — si diffonde sulla darsena:
«Sappiate,» dice con voce che pare scolpita nella pietra, «che non siete davanti a un tribunale umano. Qui non si punisce: si ripara. E ogni debito, se riconosciuto, può essere sciolto.»
Thrix sorride, come se aspettasse proprio quel momento. Doria continua:
«È tempo di restituire al mare ciò che gli è dovuto. In cambio delle vostre ombre erranti, io offro quattro nomi: tre sono guide per le vostre missioni, il quarto l’ostaggio che Genova offre in pegno alla Morte.»
Con perfetto tempismo, dal portone del palazzo avanzano quattro figure, ognuna preceduta da un riflesso diverso del mare.
Il primo della fila è Lawrence d’Arabia, alto e febbrile, con la kefiah che sventola come un vessillo dimenticato. Ha le mani sporche di sabbia e di sogni infranti, e negli occhi il deserto che non conosce padroni.
«Io ho firmato alleanze tra il vento e l’Impero,» dice, «ma il secondo non riconosce trattati, e pensa solo a se stesso; e io ho finito per tradire chi avevo giurato di proteggere.»
Dietro di lui, zoppicando appena, avanza Richard Burton, l’esploratore e traduttore, quello che portò le Mille e una Notte in Europa e la febbre dell’Oriente nei cuori puritani.
Ha la barba lucida di sudore e la voce stanca di troppi idiomi. «Io ho offerto parole di saggezza,» sussurra, «e insieme la loro perversione. Ho fallito a Damasco, e lasciato che troppi segreti andassero perduti.»
A seguire il duo è Nina Simone, in un abito viola tempestato di stelle. Cammina scalza sulla pietra bagnata, ogni passo un tuono, ogni respiro una promessa.
«Non ho bisogno di essere salvata, né ho colpe da espiare, credo» dice; «ma sono qui per cantare per chi ancora ci prova.» Porta appesa a tracolla una tastiera consunta, lucida di sale.
Seminascosto dietro di loro cammina Cristoforo Colombo, in catene. Ha il volto pallido sotto l’abbronzatura, gli occhi spenti, il mantello che odora di muffa e vergogna. Tiene in mano una bussola incrinata, che punta sempre verso di lui.
«Credevo di scoprire un mondo,» dice piano, «ma ho solo perduto la mia umanità.»
Andrea Doria posa su di lui una mano di ferro: «e adesso, per salvarci dall’estinzione, bisogna prima riparare al peccato originale della modernità: il tuo primo viaggio.»
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Zia Thrix inclina il capo, i capelli rosa mossi dal vento. «Bel bottino, ammiraglio. Ma non si barattano anime con icone.»
Andrea Doria sorride, e dietro il sorriso scricchiola il ghiaccio dei secoli.
«Non cerco anime. Cerco storie che respirino ancora. Questi quattro sanno cosa l’umanità ha dimenticato: il deserto, il desiderio, il ritmo e il rimorso.»
Leone l’Africano s’inchina. «E noi, cosa chiedi di noi? Siamo già morti più volte di loro.»
Il vento si alza. Le onde battono contro il molo come tamburi.
«Voi siete il pegno,» dice Doria. «La garanzia del futuro. Un patto per salvare la specie dalla febbre che ha acceso la terra. Un gioco di specchi e di eredità.
Un tuono risponde dal largo, e per un istante tutti — santi, amanti, esploratori e mostri — si sentono parte dello stesso respiro.
Andrea Doria apre il registro dei destini, mentre zia Thrix gli porge una penna di pavone.
Marco Aurelio riceve una corazza di nebbia e un biglietto ferroviario per il Nord.
La sua missione è raggiungere il Vallo di Adriano, dove William Wallace ancora urla Freedom! ai secoli e alle rovine. Dovrà convincerlo che la libertà, per sopravvivere, ha bisogno di imparare la disciplina della tenerezza.
«Parleremo di filosofia, non di guerra,» promette l’imperatore, e il suo sguardo si perde già oltre l’orizzonte, tra le brume e i fantasmi delle legioni.
Il Borgia e Leone l’Africano ricevono in dono un documento sigillato con ceralacca blu e un biglietto ferroviario per Roma.
Devono infilarsi nel labirinto del potere italiano e provare a innestare un po’ di logos nel cuore di un governo che confonde la provvidenza con la pubblicità, e la cura con la sorveglianza. Nel frattempo — per carità divina e ironia umana — si occuperanno anche di quella certa borsa Marie Curie che mi riguarda:
«Ci penseremo noi,» dice Leone, «la saggezza è il nostro mestiere.» Il Borgia sogghigna: «E anche la diplomazia.»
Lawrence d’Arabia e Richard Burton, accompagnati dai Barbarossa, ricevono una pergamena che odora di sabbia e cannella. La loro destinazione: Gaza. Dovranno portare là non un’arma ma un linguaggio, e contribuire a costruire un dizionario comune per i vivi e i morti, prima che finiscano a divorarsi a vicenda.
Burton scrive già appunti: “La pace è un dialetto del coraggio.” Lawrence aggiunge: “E del rimpianto.”
Willy l’Orbo riceve un cappello a larghe tese e un rosario di conchiglie.
È il più restio, il più ambiguo, finché scioglie il mistero della sua identità: sotto la barba posticcia e la benda sull’occhio c’è Silvio Berlusconi, sopravvissuto a se stesso, ora condannato al limbo delle celle del Palazzo di San Giorgio.
Zia Thrix lo fissa attraverso lenti a forma di cuore.
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«Lo voglio io, il Berlu», annuncia, «ma lo voglio reincarnato in forma di bambina».
Un mormorio si diffonde tra gli astanti e gli ostaggi, come se la richiesta sia al tempo stesso sacrilega e giusta.
«Una bambina?» chiede Doria, serrando le labbra.
«Sì, figlia di rifugiati eritrei in una township sudafricana. La più disagiata possibile, grazie. Voglio vederlo imparare la vergogna e la grazia insieme. Voglio che conosca la fame, ma anche il canto.»
Nina Simone, che era rimasta fino ad allora in silenzio, annuisce lentamente.
«Per assisterla, le darò la voce», dice. «Una voce che possa trasformare l’eco della menzogna in un grido d’amore. Ma il resto — la sopravvivenza, la casa, la lotta quotidiana della povertà — dovrà impararlo da solo.»
Io rilancio, mezzo ridendo, mezzo seria:
«Mettiamolo in Italia; con tutti gli eritrei che ci sono, almeno se la gioca in casa. Vediamo se riesce a salvarsi nel paese che ha contribuito a rendere cieco.»
La zia Thrix ride, quella risata roca che sa di Buridda e sale da trucco, e di un mondo antico che è sopravvissuto a tante fini del mondo da aver perduto il terrore della morte, ma non il rispetto dovuto ad essa.
«Allora è deciso», conclude. «Che nasca così: con la pelle d’ebano, la voce di Nina, e la memoria di chi un tempo pensava di essere immortale.»
Quando tocca a Colombo, l’assemblea si fa più silenziosa.
Doria lo guarda a lungo, come un padre che sa che deve offrire un figlio in sacrificio al mare.
«Ti concedo la Céleusta», dice infine, «un gommone di sei metri per due e quaranta, come quelli che oggi solcano il Mediterraneo. È leggera, ma stabile. Ti ho preparato l’essenziale: una bussola magnetica, una radio a manovella, due taniche da venti litri d’acqua, una vela d’emergenza in dacron, un motore fuoribordo da sei cavalli, sei razioni di cibo secco e un GPS con batterie solari. Avrai anche una rete da pesca e un telo riflettente, per il sole e per il freddo. E una Bibbia, se vuoi. Devi arrivare fino in Perù a chiedere il tuo perdono – senza garanzia che ti sarà concesso.»
Colombo annuisce, accarezzando la Céleusta come un tempo toccava la Santa María.
«Che strada devo fare?» chiede.
«Seguirai gli alisei, come allora. Scenderai fino a Capo Verde, poi ti lascerai portare verso ovest. Ti guideranno le stesse stelle che tradisti.
Se il vento ti è amico, potrai toccare prima Barbados, poi attraversare il mare dei Caraibi fino a Colón, alla soglia di Panama. Lì finirà il tuo viaggio per nave — dove il mondo si divide in due oceani, come due coscienze. Il resto dovrai farlo a piedi, attraversando il Darién: nessuno sconto, su questo.»
Colombo sorride, un sorriso stanco ma lucido. «Allora questa volta scoprirò l’Occidente per davvero. Non più per prenderlo, ma per chiedergli perdono.»
E così sale sulla Céleusta, la sua piccola arca grigia, che scivola via nelle acque del porto come un respiro trattenuto.
Dietro di lui, sulla riva, qualcuno mormora: «Che il mare sia gentile con te, ammiraglio – ancora una volta.»
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Infine resto solo io, con Casanova e Caterina de’ Medici.
Loro ridono, io sospendo il respiro. La nostra rotta è il Monferrato, terra di vigne, nebbie e confidenze.
La missione che ci hanno affidato è gentile: c’è un certo Giacinto di cui discutere, e forse un nuovo Eden da inventare, se il tempo ci sarà clemente.
La zia Thrix chiude il registro con un colpo di ventaglio, mentre Andrea Doria si pietrifica di nuovo, nella sua armatura di sale.
E il mare — finalmente — riprende a respirare.
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