Questo episodio nasce da un’esperienza reale: un ricovero in psichiatria avvenuto un paio di mesi fa, in conseguenza di un grave attacco d’ansia seguito a un evento traumatico.

Non è un resoconto clinico né una denuncia diretta.

È un racconto fantastico costruito sul modello narrativo del viaggio sulla Luna, dove Ariosto nascose il senno di Orlando. Un giorno, forse, ne scriverò in modo accademico e realistico; finora, solo la distanza del mito e dell’allegoria mi ha permesso di guardare a quell’esperienza senza esserne travolta.

Scrivere Lunatica è stato quindi prima di tutto un gesto di sopravvivenza.

Credo che esistano limiti profondi — e spesso non nominati — nei modi in cui la nostra società affronta il disagio psichico: limiti che trasformano la cura in contenimento, il linguaggio in etichetta, la complessità umana in diagnosi amministrabile. 

Questo testo non pretende di spiegare la follia, né le storture dei reparti psichiatrici. Cerca piuttosto di restituire un po’ di dignità e di bellezza a chi attraversa territori che la normalità preferisce non guardare. È un gesto di cura della memoria, ma anche di alleanza verso “lunatici” più sfortunati di me, che sono ancora intrappolata nel sistema.

Se Lunatica esiste, è perché raccontare è stato — ed è — uno dei pochi modi che conosco per tornare sulla Terra senza rinnegare ciò che ho visto sulla Luna.

 

Episodio precedente: Episodio XVIII: A riveder le stelle

 

…ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n’era in quel loco.

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, XXXIV, 84)

 

 

Il cielo sopra Firenze non è ancora nero, ma denso e blu come l’inchiostro prima che asciughi.

La città dorme, e dalle colline arriva solo il fiato leggero del vento. Penso che la preghiera sia finita, che le stelle tacciano. E invece – nell’aria qualcosa si muove.

Dal punto più alto del cielo, dove l’Orsa lambisce la cupola del Brunelleschi, una scia di luce si piega, si attorciglia, e infine disegna un carro — un mezzo strano, come costruito da un bambino con materiali rubati a un sogno.

Ha il telaio di una bicicletta, i fanali di un tram, le ali di un uccello metallico e il motore di una macchina del caffè. Nel muoversi manda scintille che odorano di ozono e di zucchero bruciato.

E sembra in effetti uscito da un libro per bambini ribelli, perché sulla prua del carro c’è proprio lei: Viperetta, la bambina che volle la Luna e si prese un’intera costellazione.

(Antonio Rubino l’aveva mandata nello spazio nel 1919. Aveva tentato di trasformarla in fanciulla rispettabile – ma lei, a quanto pare, non era più tornata.)

È vestita di stracci regali, una sottana di tulle cucita con le mappe stellari e una giacca di velluto rosso rubata a un prestigiatore. Tra le dita tiene un cannocchiale sgangherato e un aquilone di carta, e ride come se il cielo fosse un parco giochi.

Non vola — piuttosto governa il suo carro magico, con sapiente perizia.

È la piccola regina dei passaggi, la guardiana dei sogni che rifiutano di entrare in terapia.

Ai suoi lati, seduti come due frati meccanici, ci sono i filosofi dellAnti-Edipo Gilles Deleuze e Félix Guattari.

Il primo, magro e ossuto, fuma un sigaro che sa di biblioteche e nebbia parigina:
gli occhi gli scintillano di teorie mai finite. Il secondo, più largo e inquieto, gesticola con passione, come se ogni parola fosse un motore che deve ripartire.


Sono i Dioscuri dell’inconscio, fratelli d’ingranaggi e di visione, due metà di un solo pensiero diviso in desiderio e concetto.

«L’universo è una fabbrica,» dice Deleuze, «ogni idea è una vite che vuole ruotare.»

«E ogni follia,» aggiunge Guattari, «è un bullone allentato che chiede di essere suonato, non stretto.»

Deleuze socchiude gli occhi e conclude: «La schizofrenia è un motore. È la realtà interiore che non sopporta la velocità che le viene imposta.»

Il carro scende piano, sfiorando le torri di Palazzo Vecchio come un lampione errante.

Le sue ruote tracciano cerchi di luce sulla nebbia, e un suono basso — un misto tra il ronzio di un generatore e un canto gregoriano — riempie l’aria.

Resto immobile, incapace di capire se sto sognando o se sono stata convocata.

Il carro si ferma a pochi metri da me; Viperetta mi saluta con un gesto ampio, e la sua voce mi arriva come un’eco d’acqua:

«Ciao Margherita! Hai pregato bene, stanotte. Le stelle hanno ascoltato. Ma la Luna… la Luna vuole la sua parte.»

Deleuze si piega in avanti, con l’aria di un confessore ironico:

«Hai perso qualcosa lassù, lo sai? Una piccola ampolla di senno. Ci è arrivata per errore.»

Guattari sorride, mostrando i denti bianchi come chicchi di riso:

«Niente paura. Noi siamo esperti in riparazioni psichiche. E poi, sulla Luna, i pazzi non sono malati. Lo sono gli psichiatri, come ben si sa.»

La bambina stringe fra le mani una leva di rame e grida: «Allora, sali o no? Il viaggio è gratis, ma la guarigione si paga in coraggio!»

E in quel momento sento che non posso restare a terra. L’aria attorno a me vibra, si fa leggera, quasi liquida.

Tendo la mano, e Viperetta me la afferra con la forza di un gancio da circo.

Il carro risale, e con lui tutta la notte. Firenze si rimpicciolisce, la collina di Fiesole s’illumina, e il mondo — il mio mondo — diventa una biglia azzurra che rotola via.

«Benvenuta a bordo,» dice Deleuze, accendendo un’altra teoria.

«Rotta per il Reparto Lunare,» aggiunge Guattari.

«Dove si cura il dolore con le maree,» conclude Viperetta, «e si restituisce il senno a chi ha avuto il coraggio di perderlo.»

 

Il carro sale senza scossoni nell’aria liquida della notte, come un ascensore morbido. Firenze si accartoccia sotto di noi; le sue luci diventano lucciole e poi briciole di pane nel buio.

«Non guardare giù,» mi dice Viperetta, «la Terra soffre di gelosia.»

Guattari comincia a smontare e rimontare una valvola del carro come fosse un cuore meccanico:
le idee gli colano dalle dita come olio. Deleuze osserva il firmamento: sembra che stia leggendo la notte come un indice analitico.

Il silenzio cresce, ma non pesa. È il silenzio delle sale d’attesa, delle decisioni che stanno per diventare destino. Dà il sollievo della quiete giusto un attimo prima della tempesta.

D’improvviso, il cielo cambia densità. Non è più aria: è vetro. Eppure il carro ci passa dentro, con la facilità con cui attraverserebbe una bolla di sapone.

Davanti a noi compare un enorme portale circolare, sospeso nel nulla. Luccica come metallo sterilizzato. Al centro, un’insegna:

 

DOGANA DEL SENNO
(ingresso pazienti / uscita sopravvissuti)

 

Due guardie siedono ai lati: sono infermieri-centauri, metà uomini metà cavalli bianchi, con cartellini appuntati alla criniera.

Sfogliano cartelle cliniche con zoccoli agili.

Uno dei due alza lo sguardo e mi fissa, come se mi riconoscesse: «Tu sei quella della genealogia complicata.»

«Sono quella che è tornata,» dico.

Lui annuisce. «La prova è la stessa della tua antenata,» aggiunge.

Sul monitor accanto a lui, spiccano una data (1927); un nome (Margherita); una diagnosi (isteria melanconica); un esito (non dimessa).

Mi si gela la nuca.

Viperetta mi stringe la mano forte forte: «Ascolta. Lei non è morta per follia. È morta perché nessuno ha creduto che potesse uscire.»

Guattari appoggia una mano sulla mia spalla: «Ricorda. La malattia non è nella mente. È nella gabbia.»

Deleuze sorride appena: «E oggi, la porta è aperta.»

La guardia-centauro recita come un rito: «Per entrare, devi accettare volontariamente di essere chiamata pazza. Per uscire, dovrai dimostrare di essere ancora te stessa.»

Mi porge un braccialetto bianco, con una piccola Luna disegnata al centro.

 «Per l’identificazione,» dice.

La mia mano trema un po’, ma si chiude sicura.

 «Accetto.»

Il centauro digita qualcosa. Un bip, e una porta scorrevole si apre. Ne esce una luce che sa di disinfettante e di sogni perduti.

Prima di varcare la soglia, sento un sussurro alle spalle: come un vento caldo, come una benedizione contadina.

«Stavolta, sì che ce la farai.»

Mi volto: per un istante, dietro di me, il volto della trisavola — lo stesso mio profilo, più antico — mi sorride.

E poi sparisce.

Io respiro. E faccio un passo oltre la soglia.

La porta si chiude alle mie spalle con un sospiro metallico. L’aria qui è densa di suoni leggeri: il fruscio delle lenzuola, il bip sommesso delle macchine, il rumore della Luna che pensa.

Su un letto vicino alla finestra, avvolta in una coperta verde ospedale, c’è Barbara.

Ha un viso che sembra dipinto dalla luce. Sopracciglia perfette, lo sguardo limpido, e sulle labbra un sorriso — quel sorriso strano che appare solo a chi ha sfidato l’abisso, e, per ora, è tornato.

Ride spesso. Ride sempre. Perché è molto depressa.

La sua risata è come un vetro che si incrina al rallentatore: non rompe, ma fa male da ascoltare.
La guardi e sai che quel riso è una maschera che non copre niente. È una resa elegante. Un “sono ancora qui, e che ci posso fare”.

Quando le dico “scusa se mi muovo di notte, non voglio svegliarti”, lei risponde:

«Tranquilla. Quella prima di te mi svegliava perché urlava per terra in una pozza del suo piscio.»

E ride.

A me si stringe lo stomaco. Lei, invece, è gentilezza pura: il tipo di persona per cui hai paura, perché il mondo se la mangia viva.

Sull’angolo del comodino, una foto: una donna con lo stesso sorriso storto, gli stessi occhi come mare in tempesta.

La mamma. Bella. Sorridente. Sotto litio. Come una luna spezzata che regge il cielo per la figlia.

Barbara gioca con un elastico tra le dita. Mi guarda, senza pietà ma con verità:

«Se la vita continua a mancarmi, ogni tanto mi tuffo. Solo che stavolta… boh. Ero ubriaca. Forse non volevo davvero volare.»

Non dice “morire”.

Dice volare.

E io penso che c’è una differenza enorme tra chi cade per sbaglio, e chi cade perché il mondo gli ha tolto la terra da sotto i piedi.

E penso che quando sarà il mio turno di andarmene, vorrei farlo piroettando.

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Non dormo, per cui mi alzo e vado a fare un giro.

La Luna ha corridoi che odorano di disinfettante e sogni interrotti.

Ne seguo fin dentro una stanza quadrata, piccola e senza colori. Sul muro, un cartello: AREA FUMATORI.

Ci sono due sedie, un posacenere d’acciaio, e un aspiratore che fa il possibile contro la disperazione che brucia insieme al tabacco.

Lui è seduto per terra, con la schiena curva e la sigaretta che gli trema tra le dita.

Giovanissimo.

Troppo giovane per avere rughe nella voce.

Sulle braccia, sulle gambe, ha cicatrici circolari: piccoli soli spenti sulla pelle.

Sono le braci di tutte le notti in cui qualcuno avrebbe dovuto tenergli la mano e non l’ha fatto.

Non alza lo sguardo quando entro. Ma so che sa che ci sono:

«Fumare non mi fa bene,» mormora.
«E allora perché lo fai?»
«Perché almeno il fumo non mi picchia.»

Sbatte la cenere a terra, invece che nel posacenere. Un atto minuscolo di libertà, in un luogo dove “cura” è sinonimo di deprivazione dell’autonomia personale.

Mi dice il suo nome, ma il Reparto Lunare lo riscrive subito: Il Ragazzo delle Braci.

Era in comunità. Ha spaccato tutto.

Gli hanno fatto un TSO.

Dice la parola come si direbbe “esilio”.

Gli chiedo se ha paura. Sorride con un lato solo della bocca: «Ho paura se smetto di averne.»

Poi si volta. E finalmente mi guarda.

C’è un’intera costellazione di non-detti nei suoi occhi. Il tipo di follia che la Terra chiama pericolosa, ma la Luna chiama onestà.

Viperetta gli passa una gomma da masticare al posto di una sigaretta. Lui la prende. Le mani gli tremano, ma meno.

Io non dico nulla. Loro non chiedono nulla.

E in quell’istante capisco: la follia non è un’evasione dalla realtà.

È un amore deluso per la realtà. Troppo grande per restare chiuso dentro un corpo.

Questi due, Barbara e il Ragazzo delle Braci, non sono “pazienti”: sono profezie incarnate di ciò che il mondo rifiuta di nominare.

Ed è qui, fra loro, che io devo recuperare il mio senno.

Sulla Luna non esistono orologi. Il tempo è una ferita che respira.

Rientro dalla sala fumatori con ancora addosso l’odore acre dei silenzi bruciati; attraverso un piccolo salotto, illuminato da una lampada che sembra sospesa nel vuoto.

Su una poltrona c’è una donna accartocciata su sé stessa, una statua che trema. Ha le mani strette intorno alle ginocchia, la testa piegata come una foglia che ha paura di cadere.

Si chiama Hind.

La sua pelle ha il colore dell’ambra scaldata dal deserto, e i capelli scuri incorniciano un volto che è stato bello, forte, fiero — e lo è ancora, anche mentre crolla.

Piange senza suono. Solo il corpo parla: vibra, si spezza, chiede aiuto.

Le labbra sussurrano frasi in italiano e in arabo, intrecciate: una preghiera, forse, o una maledizione d’amore.

Viperetta mi bisbiglia all’orecchio:

«È salita dalla Sicilia su una scopa fatta di disperazione. Voleva andare a picchiare il marito. Ma l’hanno fermata prima che potesse farlo.»

Una ordinanza restrittiva la protegge da lui — e allo stesso tempo la imprigiona nel suo vuoto.

“Il mio corpo vuole la bottiglia,” mormora Hind. “Ma la mia anima vuole la spada.”

Le vene del collo sono tirate come corde di violino. Il suo tremore non è debolezza: è il sintomo di una battaglia in corso.

Sulla parte opposta del divano c’è un ragazzo mulatto — biracial, mi correggo mentalmente, per non aggiungere ferite alle ferite.

È immobile, composto, come un monaco senza monastero.

Quando incrocio il suo sguardo, mi fa un cenno impercettibile di silenzio:

«Pensa. Ma non dire niente.»

La sua voce è una strategia, non un gesto. Protegge la gola, come un animale braccato.

Più tardi capirò: la Chiesa vuole zittirlo, forse perché ama in modo sbagliato per i loro dogmi,
forse perché ha visto o detto ciò che non doveva.

È nascosto qui. Sulla Luna. Dove l’invisibile trova un luogo.

Hind solleva la testa.

I suoi occhi — lucidi, enormi — sono due lune nere che non hanno paura di nessuno.

Mi guarda, mi scruta, mi sceglie.

«Tu non sei come loro,» dice. «Tu non hai paura dei demoni. Io li ho sposati, i demoni.»

Le sorrido con tutto il fiato che ho. Lei annuisce, come se quel sorriso fosse un’arma.

E penso: è impossibile non amarla.

Perché c’è una bellezza feroce nelle donne che si rialzano dal fondo con i pugni ancora chiusi.

Viperetta mi afferra il polso: «Vieni. Non possiamo fermarci su un trauma solo.»

La guardo un’ultima volta:

Hind si asciuga le lacrime con la mano che trema e guarda avanti.
Non in alto.
Non in basso.
Avanti.

Come una vera beduina.

Come una donna che sopravvive, anche quando dubita di volerlo o poterlo fare.

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Cinque giorni passarono come passano i temporali:

lasciando pozzanghere, aria più respirabile, e una certa sfiducia verso le previsioni del tempo.

Non racconterò — ancora — ciò che accadde in quelle centoventi ore lunari: le urla di mezzogiorno, i farmaci che chiudono i matti nella loro pelle, i discorsi sul mondo che brucia e sul perché il fuoco si ostina a seguirti nelle vene.

Lo farò quando sarò pronta.  Per ora, ecco l’ultimo atto.

Ero seduta nella stanza delle visitatrici, con il referto già stampato:

Reazione di adattamento con ansia. Ideazione paranoide in corso di risoluzione. Paziente dimissibile. Nessun criterio per TSO.

Chiaro come la Luna. Ma la Terra spesso è opaca.

Lo psichiatra — che chiameremo Il Custode delle Etichette — mi osservava come si osserva un pacco sospetto.

— “Ah! Ma quindi lei è di sinistra!”

Lo guardo. Sorrido come una creatura che ha appena ricordato di avere i denti.

— «No. Veramente sono anarco-comunista.»

Lui aggrotta le sopracciglia, cerca un’altra casella dove mettermi.

— “Ah! Ma quindi lei è femminista!”

— «Preferisco: gender jihad

Le sue pupille si dilatano. Un microscopico tremito della penna.

— “Come, scusi?”

— «Sì. Sa: sono islamica.»

Ed eccolo lì: l’attimo in cui negli occhi di un’autorità scatta l’allarme PERICOLO SOCIALE.

Quell’espressione è una porta che si chiude, e io la spingo con ironia: aperta.

Fu allora che la vedo: mia madre.

Entra come una cavallerizza istruita dalla pazienza, il mantello di chi ne ha viste troppe, e l’amore come arma bianca appuntita.

— «Lei adesso viene a casa. E non mi rompete i coglioni.»

Traduzione amministrativa: si affida alla madre.

Il centauro-portinaio della Dogana del Senno ci osserva mentre oltrepassiamo la soglia. La sua voce è una sentenza benevola:

— «Identificazione confermata: la Mantide.»

È il soprannome che mi hanno dato i compagni del reparto. Il più bel complimento della mia vita. Perché la mantide non impazzisce mai da sola: porta con sé il suo dolore alla luce e lo morde.

Sulla Luna resta chi ha ancora bisogno di maree. Io torno sulla Terra, ma non torno indietro.

Mi volto un’ultima volta. Barbara mi fa un cuoricino con le dita. Hind mi manda un bacio dritto negli occhi. Il Ragazzo delle Braci solleva due dita in segno di pace, e il monaco senza monastero chiude le mani: una preghiera a cui non serve voce.

La porta si chiude alle mie spalle. Il cielo resta aperto davanti.

E la mia diagnosi finale è:

Sono viva.

E piena dell’irrefrenabile, inconfondibile gioia di una vita che si libera. 

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