Con questo episodio metto da parte le grandi vicende storiche per parlare di faccende familiari: delle storie che ci hanno formato, dei fili che ci precedono e ci attraversano.
È un racconto che parla di storie taciute, nomi negati, figli riconosciuti a metà, amori non detti, ferite che continuano a chiedere voce.
È ispirato alle cosiddette costellazioni familiari, rilette tuttavia secondo la mia lente metodologica.
Protagonisti sono i Lari, gli spiriti domestici della tradizione latina, che rappresentano ciò che portiamo nel nostro inconscio: le eredità che non abbiamo scelto, le vite precedenti che (forse) abbiamo attraversato.
L’episodio si svolge nel Monferrato, dove il paesaggio sa più cose di me sul passato della mia famiglia. E nella quiete di una casa di campagna, finalmente, i miei antenati prendono parola, per ricordarmi che nessuna identità nasce da sola.
L’approccio metodologico che uso qui è alla base anche del mio servizio di consulenza radici familiari, un percorso in cui accompagno chi lo desideri a leggere la propria storia come testo aperto: un intreccio di voci, simboli e memorie che attendono solo di essere reinterpretate e rimesse in scena.
Episodio precedente –> Episodio XIV: La Corte dei Miracoli
Il treno lascia lentamente il porto di Genova, tagliando il buio con le sue luci intermittenti.
I binari scorrono sotto di noi come vene metalliche, e il mare, nel ritirarsi alle nostre spalle, riflette un luccichio che sembra l’ultima eco del caleidoscopio della Corte dei Miracoli.
Siedo accanto al finestrino, il giaccone sulle ginocchia.
Casanova si è tolto il cappello, come in segno di rispetto per il mistero domestico che stiamo per affrontare.
Caterina di Ferdinando de’ Medici tiene in mano una carta dei tarocchi — la XIV, la Temperanza — e la fa dondolare lievemente tra le dita, con la delicatezza di chi già ne conosce il segreto.
«Vi sono due coppe in questo arcano,» dice lei, «una per la madre, una per la sorella. Il padre, invece, è solo la forza di gravità che fa scorrere il liquido dall’una all’altra.»
Casanova alza un sopracciglio, divertito. «In fondo, anche la famiglia è un esperimento. Solo che nessuno scrive mai il protocollo.»
Il treno si infila in una galleria. Per un momento restiamo al buio, e si sente solo il rumore delle ruote sui giunti: un battito cardiaco di ferro nella distanza.
Quando riemergiamo, le colline del Monferrato dormono sotto una nebbia che sembra latte. Caterina posa la carta sul tavolino e mormora:
«È in questa luce che si distinguono i figli cosiddetti legittimi dagli altri. Quelli riconosciuti portano il nome, gli altri il peso della sua mancanza, come un’ombra sul cuore.»
Io la guardo.
«E tu, Caterina? Quale coppa hai ricevuto?»
Lei sorride, enigmatica come una statua col cuore ancora vivo.
«Entrambe. Ma non alla stessa temperatura.»
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l treno si arrampica verso l’entroterra, attraversando campi già umidi di nebbia. Nel vagone, le luci si abbassano; il rumore ritmico delle ruote ci accompagna come un tamburo discreto.
Caterina tiene ancora in mano la carta della Temperanza, ma ora la guarda come si guarda un referto medico.
«Non sono mai stata madre,» comincia. «Eppure, un figlio mi ha perseguitata per tutta la vita. Non il mio: quello di un’altra.»
Casanova, con un gesto sorprendentemente dolce, tira fuori una fiaschetta dal taschino e le versa un dito di brandy. È il suo modo di mostrare compassione.
«Si chiamava Giacinto,» continua Caterina. «Figlio di Camilla Faà di Bruno, contessina del Monferrato. Mio marito Ferdinando la sposò in segreto, per gioco o per passione. Le fece un figlio e poi la rinnegò.»
La voce le si incrina appena, come una cucitura che tira.
«Io arrivai dopo, come la pace dopo il saccheggio, con il compito di legittimare il ducato e sterilizzare il passato.»
Si ferma, osservando la fiamma riflessa nel bicchiere.
«Camilla fu chiusa in convento. Scrisse sedici pagine — solo sedici — le prime parole d’una donna italiana sulla propria vita. Immagina: per parlare della propria vita, dovette diventare monaca. Io, invece, divenni moglie per tacere della mia.»
«E il bambino?» chiedo.
«Mandato a Mantova. Giacinto di Gonzaga, figlio del nulla. Gli diedero un’abbazia per addomesticarlo. Se lo portò via la peste – o il veleno, secondo chi scrive la cronaca. Ferdinando non volle mai legittimarlo. Diceva che era per rispetto a me. In realtà, era per paura di sé.»
Segue un silenzio teso. Fuori, un albero solitario scorre nel buio come una sentinella.
«Sai, Margherita,» riprende Caterina con voce bassa, «quando ho saputo della tua sorella nascosta, la figlia che tuo padre non ha voluto farti conoscere, e che hai incontrato solo al suo funerale… ho pensato che forse siamo tutte madri e sorelle di bambini abbandonati. Ogni storia che non viene riconosciuta ci chiama, in cerca disperata di una levatrice.»
Casanova, con un sorriso malinconico, aggiunge: «E ogni menzogna paterna ci rende fratelli, con o senza cognome.»
Io guardo la carta sul tavolino. L’angelo della Temperanza versa ancora l’acqua, e per un istante mi pare che le due coppe — oro e creta — siano le due facce della mia famiglia: una esposta alla luce, l’altra nel silenzio.
Il treno si ferma ad Acqui Terme con un sospiro lungo, come un animale che trova finalmente il sonno.
L’aria sa di ferro bagnato e di foglie umide: l’autunno ha steso sul Monferrato una cortina di nebbia e silenzio gentile.
Caterina e Casanova scendono per primi.
Lei è avvolta in uno scialle di lana grigia, lui ha indosso un mantello troppo leggero per la stagione. Si scambiano un’occhiata complice: quella di chi non ha bisogno di parole per decidere la direzione.
«Andiamo al torrente,» dice lui. «Dicono che l’acqua dell’Erro parli meglio quando non c’è la luna.»
«E che dica la verità,» aggiunge Caterina, sistemando un fermaglio nei capelli.
Io fingo di non capire. Li guardo allontanarsi nella notte, le ombre fuse in una sola, i passi che si intrecciano come fili antichi.
Mi incammino verso la mia casetta di campagna, nascosta tra filari di viti e boschetti di castagni e noccioli.
La chiave scricchiola nella serratura come una voce antica che ancora mi riconosce. Dentro, l’odore è quello del legno vecchio e delle vicende sospese.
Apro la cena a sacco – una mela, un pezzo di formaggio, un panino che sa di treno, – e accendo il televisore.
C’è Stalag 17: uomini intrappolati in un campo di prigionia, che si studiano, si tradiscono, si salvano a turno. Li guardo come se parlassero di me.
Fuori, il vento muove appena le vigne, e da lontano, forse dal torrente, arriva un’eco di risa.
Mi tiro la coperta sulle spalle.
La carta della Temperanza è sul tavolo, accanto al bicchiere vuoto.
E nel momento esatto in cui William Holden inizia la sua fuga, penso che anche noi — i vivi, i morti, i riconosciuti e gli abbandonati, gli Isacco e gli Ismaele — stiamo cercando, ognuno a suo modo, una via di fuga per uscire dal nostro campo di prigionia.
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Sul finale del film il campo esplode in neve e fumo, e io resto immobile, con la mela mezza mangiata in mano. Lo schermo si spegne con un sibilo, e nella stanza cala un silenzio che non è solo mio.
All’inizio li sento come un fruscio, un cambio d’aria — poi capisco che sono loro.
I miei Lari.
I custodi del tempo e del sangue, che vivono fra le travi e le stoviglie, e che non mi hanno mai abbandonata, neppure quando partivo senza salutare.
C’è Guido, mio nonno, elegante anche in guerra: traduttore per i tedeschi e informatore per i partigiani. Fu lui a salvare la stazione di Cantalupo, ingannando entrambi i fronti e il destino.
Ha come sempre un giornale in mano, la pipa in bocca, e un sorriso da diplomatico che sa di whisky e segreti tenuti bene.
Accanto a lui, nonna Margherita, minuta, bionda e diabolica nel suo imperituro fascino.
Fu lei la vera artefice della carriera del marito, ammaestrando generali con la sola forza del suo sguardo. Si vendicava delle corna con grazia da attrice francese — flirt non consumati, ma accuratamente pubblicizzati.
Mi sorride complice: «Cara, la dignità si porta come un profumo. Mai troppo, ma che resti nell’aria.»
Poi arriva Giuseppe, l’altro nonno — quello del dado fatale. Scommise mia nonna Grazia e vinse.
O forse fu lei a lasciarsi perdere, per vincere in altro modo.
Lui finì a fare il capotreno, anche se sognava la chimica e le alchimie. Credo che le sogni ancora: lo si capisce da come guarda le ombre del camino, cercando formule d’amore e libertà.
Lei trovò nella parrocchia l’unica via di fuga dalla segregazione domestica.
Dietro nonna Margherita si tengono per mano i suoi genitori, Giovanni e Pina: litigano ancora, ma ridendo, perché come cantava Jacques Brel, c’é voluto del vero talento per invecchiare senza diventare adulti.
Lui ha un mazzo di carte in mano e una chiave inglese in tasca, lei ha in volto il suo sguardo sempre severo, capace di trapassare il vetro delle finestre e trovare tracce del domani nel ieri.
È da loro due che mia madre ha ereditato quella sua inconfondibile serietà ironica, che non molla mai e sotto sotto ride di tutto e tutti.
Infine arriva Mina, la madre di nonno Guido, contadina immortale, cui il destino ha portato via due mariti e un figlio, ma mai la fede, capace di farle oltrepassare in salute la soglia dei novantacinque anni.
Quando la giovane nuora le gridò: «Cosa preghi, quel Dio che ti ha tolto tutto?», lei rispose, come chi sa il segreto della vita: «Ma io sono ancora qui!»
Poi c’è un’ombra più lontana, quasi un chiarore nel corridoio: la trisavola Margherita, quella del manicomio di San Giacomo. Morta in un letto d’Alessandria, nello stesso ospedale dove, circa un secolo dopo, mi hanno vaccinato contro la febbre gialla.
Mi sorride con una calma che è benedizione: «Tu sì che ce la farai, erede mia. A me hanno tolto la parola, tu la userai per tutte noi.»
Resto seduta a lungo, circondata dai loro sussurri. Fuori, il vento muove le viti, e mi pare che ogni foglia sia un nome. Allora alzo il bicchiere e dico piano, come si fa in famiglia:
«Bentornati, miei cari. La casa è sempre vostra.»
Il silenzio si fa denso, come un vetro che separa i vivi dai loro custodi.
I Lari restano, discreti: nonna Grazia attizza il fuoco, nonno Guido aggiusta l’orologio fermo, nonna Margherita posa una mano sulla sua spalla, la trisavola omonima sorride di profilo, già pronta a svanire.
Sembra che tutti aspettino qualcosa, un segnale dal mondo dei respiranti.
E infatti, dal portatile, arriva un piccolo suono metallico — pling.
Una luce azzurra taglia la penombra. È una mail dall’Unione Europea.
Il tempo trattiene il fiato.
Io lo lascio andare.
«Domani», mormoro. «Adesso no. Ci sono loro. E io devo riposare.»
I Lari annuiscono, quasi impercettibili. Il portatile si oscura di nuovo, come un lago che smette di incresparsi.
Mi distendo sul divano. Nonna Margherita si siede accanto a me, mi accarezza i capelli con un gesto che conosco da sempre, e inizia a cantare piano:
«È una matassa di seta,
che più preziosa non c’è…»
Non ricordo come continua.
Perché mi addormento prima che lo dica.
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