Tutta la storia è una grassa bugia
Tutte le vite, per primo la mia
Litfiba, El Diablo
Nel percorso alchemico rappresentato negli arcani dei Tarocchi, dopo l’angelo della Temperanza viene il Diavolo – una prossimità che ho sempre trovato interessante.
In questo episodio racconto come andò la vicenda in cui credetti di aver vinto il Biglietto d’Oro per la Fabbrica di Cioccolato Decoloniale, e mi ritrovai di nuovo attaccata al tram, verso una destinazione che è ancora ignota.
La vicenda è romanzata e ricca di licenze poetiche, ma le citazioni sono esatte.
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La mattina dopo, l’aria è densa di nebbia e di un silenzio grigio che pare colato dalle colline.
Casanova e Caterina non sono ancora tornati — forse si sono persi lungo il torrente, o forse si sono solo fermati a ridere insieme, a fingere di non aver freddo. Io, invece, mi sveglio tardi, con il sapore di ferro della stanchezza ancora sulla lingua.
Sul tavolo, il computer è rimasto acceso. Dalla parete, lo schermo della TV lascia sospesa sul soggiorno la scena di un film messo in pausa a metà — The Day After Tomorrow.
Sam Hall/ Jake Gyllenhaal stava discutendo in macchina, col padre scienziato, del cattivo voto preso a scienze:
Jack Hall: I’m not angry. I’m disappointed.
Sam Hall: Do you wanna hear my side of it?
Jack Hall: Sam, how can there be two sides?
È strano.
Ricordavo di essermi addormentata sul finale di un altro film – Stalag 17. Con la bocca ancora impastata di sonno, mi chiedo quale forza misteriosa abbia lasciato lì quella domanda, aperta anche per me: può davvero esserci un’altra versione dei fatti?
È allora che sento bussare. Non un colpo solo, ma tre; precisi e fermi, di qualcuno abituato ad avere ragione senza fretta.
Apro la porta, e mi trovo davanti lui: un uomo né alto né basso, né giovane né vecchio.
Indossa un cappotto ministeriale — quel grigio che non è un colore ma una premessa — e tiene fra le mani una cartella sottile di pelle, lucida e screpolata insieme.
«Dottoressa Picchi?», mi dice, e mi pare che pronunci il mio nome con una leggera esitazione, come se lo stesse leggendo da un foglio.
«È per la Marie Curie. Una questione di dettagli amministrativi.»
Ha sulle labbra un sorriso che non arriva agli occhi, e il tono di chi sa di non poter essere respinto, perché rappresenta qualcosa di più grande, di più inevitabile.
Il distintivo appuntato sulla giacca riporta solo una lettera: K.
Dietro le mie spalle, la nebbia non si muove più.
K. non mi chiede di entrare: semplicemente, si accomoda in casa.
Posa la cartella sul tavolo, spostando appena il bicchiere e la carta della Temperanza. Si guarda intorno con curiosità metodica, come chi ispeziona un ufficio dopo un sisma.
«Mi scusi il disturbo,» dice con voce ferma ma gentile, «Ci sono alcune incongruenze procedurali da chiarire. Nulla di grave, per ora.»
Si siede.
Dal mio portatile parte un suono improvviso: una voce sintetica che inizia a leggere le ultime righe della mia mail della discordia.
Ogni parola è scandita come un atto d’accusa:
Yes, my dearest, researchers who struggle to survive tend to be angry all the time, although we express our anger differently.
Maybe tenured academics like you could start try to actually pay money for our labour or at least understand our occasional expressions of frustration, instead of squeezing us like lemons and expecting gratitude for the honour of giving you our free labour…
K. non si muove. Solo un sopracciglio leggermente alzato, come se fosse già tutto annotato.
E lì, uno alla volta, arrivano i miei Lari. Non come spettri, ma come riflessi nel vetro del mobile, nella cornice del quadro, nell’ombra sul muro.
La prima a parlare è nonna Margherita, lo sguardo azzurro rabbuiato:
«Margheritina, queste cose non si scrivono così. Si perde qualsiasi vantaggio negoziale.»
Mi difende nonno Guido, in giacca da diplomatico, che prende parola come in una riunione ministeriale:
«Eppure se non si parla chiaro, si finisce per rendere accettabili i soprusi. Ti ricordi la lettera infuocata che mandai ai cari Bormioli e Soldati, il 14 giugno 1965, quando dal Ministero mi vollero imporre il quinto trasferimento in otto anni?»
Nonna Margherita sospira. Nonno Guido riprende subito a parlare, con tono appassionato.
«Mi lamentai che si stava facendo di me “un commesso viaggiatore di propaganda culturale”, e, neanche troppo tra le righe, che mi si stava facendo passare avanti un raccomandato. Scomode o no, l’ambasciatore italiano in Irlanda, il mio diretto superiore, sostenne le mie ragioni. Non mi pare che la nostra Margheritina abbia fatto di peggio, eppure la sua diretta superiore ha tentato di distruggerle il progetto e la carriera.»
«Me lo ricordo bene,» replica nonna Margherita, la voce dolce come un veleno. «Ricordo anche che dopo quella lettera ti hanno comunque trasferito, e se ci è stata concessa un po’ di stabilità, è stato al prezzo di qualunque posizione di reale prestigio. Da allora in poi, ti hanno sempre tenuto ai margini.»
Nonno Giuseppe batte un colpo secco col pugno sul tavolo:
«Io dico che la ragazza ha ragione. Ma la rabbia non paga. Bisogna tenere la testa bassa, aspettare il treno giusto.»
Nonna Grazia ride piano:
— «Testa bassa? Io ho pregato contro la fame e ho vinto. Lei fa bene a parlare, anche se nessuno ascolta. Chi ha lingua, la usi viva.»
K. li guarda come se stesse ascoltando un consiglio d’amministrazione ultraterreno.
Poi apre la cartella.
Dentro c’è solo una copia stampata della mia mail e di quella con cui la mia supervisor si ritira dal progetto, formattate come un documento ufficiale: intestazione, timbri, margini perfetti.
«Ha espresso chiaramente la sua posizione,» dice. «E non è in discussione se lei abbia detto la verità o meno. Il problema, dottoressa, è che il linguaggio della verità non rientra nelle linee guida del Programma Quadro.»
Alzo lo sguardo.
«Quindi è questo il peccato? Dire la verità?»
K. sorride, ma con pietà studiata:
«Non proprio. Il peccato è credere che ci sia un luogo dove la verità è sufficiente.»
Dietro di lui, la trisavola Margherita — quella del manicomio di San Giacomo — mormora con voce calma:
— «Ascoltalo, ma non credere alle sue carte. È l’angelo della modulistica, non della salvezza.»
K. chiude la cartella.
La nebbia alla finestra si addensa, quasi avesse capito che in quella stanza si sta discutendo di giustizia.
«Dunque,» dice, alzandosi, «il problema è che tecnicamente il suo contratto di affiliazione onoraria non era un contratto di lavoro, per cui tecnicamente lei non è soggetta ad alcuno dei diritti che hanno i lavoratori.»
Lo interrompo.
«So bene questa cosa, tecnicamente. La prego di non trattarmi con condiscendenza.»
Lui alza un sopracciglio, ma mi lascia parlare.
«Il fatto che gli assegni di ricerca siano – di fatto – forme di affiliazione accademica prive delle tutele fondamentali del lavoro, in cui il/la supervisor ha la facoltà di interrompere il rapporto in qualsiasi momento a proprio insindacabile giudizio, mi è purtroppo ben noto.»
Scampoli di memoria dei miei precedenti scontri con supervisor del passato mi passano davanti agli occhi in rapida successione.
«Non sono una sciocca.
Il mio errore è stato di calcolo, non di ignoranza: mi sono fidata che la mia supervisor sudafricana – e l’intero suo dipartimento – fossero guidati da principi progressisti e liberazionisti che antepongono la tutela e la valorizzazione della persona umana rispetto alle istituzioni. Mi sono anche fidata che fossero all’avanguardia nel mettere in pratica principi di giustizia riparativa.»
Nonna Grazia mi porge un bicchier d’acqua, e io faccio una piccola pausa per berne un sorso.
«Mi aspettavo che nel peggiore dei casi avrei dovuto fare scuse pubbliche, e affrontare qualche corso di formazione, o andare dallo psicologo. E invece l’università sudafricana non ha attivato alcun processo di giustizia per risolvere il conflitto – riparativa o meno, mi ha semplicemente scaricato.»
Negli occhi di K. passa un barlume di qualcosa che potrei scambiare per compassione.
K. prende posto con la calma di chi è abituato a portare brutte notizie.
Si toglie finalmente il cappotto con un gesto misurato, lo appende allo schienale, e apre di nuovo la cartella di pelle.
«Allora, dottoressa Picchi,» cominciò, «vedo che la sua situazione è … complessa.»
«Solo se la si vuole complicare,» rispondo. «Io ho rispettato tutte le regole. Ho ottenuto una borsa europea, ho seguito le procedure, ho comunicato ogni passaggio. Sono gli altri che si sono ritirati, adducendo come scusa un dissidio che non aveva niente a che fare con i contenuti del progetto.»
K. annuisce, ma con quella cortesia che serve a non prendere posizione.
«Ha espresso correttamente la sequenza degli eventi. Tuttavia…»
Fa scorrere le dita su un foglio.
«…le istituzioni amano l’ordine più delle persone.»
Nonno Guido si aggiusta il nodo della cravatta, come se stesse per intervenire in un comitato:
— «L’ordine è una finzione, K. Mia nipote non ha creato disordine, ha solo chiesto trasparenza e rispetto.»
K. lo ignora, come si ignora un disturbo radio.
«Lei vuole proseguire con il progetto, dottoressa Picchi?»
«Sì. Ho già proposto tre nomi per nuovi supervisor. Gente che prende sul serio i propri impegni, spero, non che scompare. Non chiedo privilegi: voglio solo che il lavoro per cui sono stata selezionata possa cominciare.»
K. annuisce, e fruga brevemente nella sua cartella.
Fuori, un raggio di luce scivola sulla nebbia, tagliandola come un coltello.
Nonna Margherita sospira, fumando un’ombra di sigaretta immaginaria:
— «Ecco, vedi? La nostra ragazza non scappa. Si muove secondo la musica che le hanno dato, ma con il proprio ritmo.»
K. la guarda un istante, ammirato, poi torna da me.
«E dopo i tre anni?»
«Dopo i tre anni,» dico, «non ci sarò più nel loro sistema. Non voglio il posto fisso, non voglio fare carriera. Voglio consegnare il progetto finito, firmare dove serve, e poi… sparire. Lasciare che resti il lavoro, non io.»
La bisnonna Mina sorride:
«È la scelta giusta. Si raccoglie, si semina, e poi si va. Così fa la terra, così fa Dio.»
K. si alza lentamente.
«Allora direi che è tutto chiaro. Presenterò la relazione. Lei resta nei limiti del regolamento, ma ne sposta il confine. È una cosa che solo i vivi sanno fare.»
Prende la sua cartella e si avvia verso la porta. Prima di uscire, aggiunge con voce più bassa:
«E non si preoccupi, dottoressa Picchi. Quando svanirà, la memoria dei documenti resterà. È il massimo che l’amministrazione possa concedere all’eternità.»
Poi scompare nella nebbia.
Io rimango sola, con i Lari che si muovono piano intorno a me, come luci sotto il pavimento.
Nonno Guido mormora:
Hai parlato bene, Margherita. Forse troppo bene. Ma a volte la verità, se detta piano, è la forma più alta di diplomazia.»
Mi verso un bicchiere d’acqua.
La carta del Diavolo tremola sul tavolo, come se l’angelo della Temperanza, finalmente, avesse accettato di cedergli il posto.
Post Scriptum — Sul diavolo e sulla burocrazia
K. non è un personaggio inventato.
È l’ombra lunga di ogni sistema che pretende di regolare la vita umana fino a svuotarla del suo senso.
Porta il nome che Kafka gli aveva già dato, e il volto di chiunque si nasconda dietro formule, circolari e protocolli per non ascoltare più le persone.
In lui non c’è cattiveria: solo un meccanismo perfetto, e per questo disumano.
Quando bussa — sempre tre volte — non viene per condannare, ma per chiederti se sei ancora capace di scegliere da sola la tua voce.
Nel mio racconto, K. rappresenta l’incontro inevitabile con la banalità amministrativa del male.
L’unico modo per vincerla è parlare con i propri morti, ricordarsi da dove si viene, e poi andare avanti — a scrivere, a consigliare, a curare.
Perché, come diceva mio nonno Guido, “la verità detta piano è la forma più alta di diplomazia.”
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