La Torre è forse la carta più temuta degli Arcani Maggiori: parla di illusioni che crollano, di verità costruite come edifici troppo rigidi, di ambizioni scambiate per vocazioni.
In questo episodio la Torre diventa il modo per interrogare il mio rapporto con la mia Chiesa di appartenenza: l’Università. Un’istituzione in cui sono nata e cresciuta — sono figlia di un professore — e dentro la quale diventare a mia volta docente è stata a lungo un’aspirazione potente; tanto potente da farmi dubitare, oggi, che fosse davvero mia.
Per dare forma a questa tensione, metto in scena un dialogo fra Lucrezia Borgia e Girolamo Savonarola. Non come figure contrapposte, ma come destini speculari: entrambi legati alla figura di Alessandro VI, papa Borgia, e in modi diversi schiacciati dal suo potere.
Il falò delle verità che dà titolo all’episodio riprende e rovescia il falò delle vanità di Savonarola: non un rogo che purifica distruggendo, ma un incendio simbolico in cui a bruciare sono le verità irrigidite, quelle che diventano strumenti di dominio invece che di comprensione.
Il dialogo si trasforma infine in un corteo notturno, martiri e partigiani che attraversano Firenze. Non sono certa se il corteo stia seppellendo un passato, dando forza a un presente o aprendo un futuro. Forse — come ogni vera Torre che crolla — sta facendo tutte e tre le cose insieme.
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(Firenze, notte di tempesta)
La pioggia scende obliqua, tagliando le strade come schegge di vetro.
Il cielo sopra Firenze è di rame fuso.
Le campane tacciono — da ore, ormai — e il fiume Arno ha il respiro lungo degli animali prima del morso.
Attraverso Piazza della Signoria con l’ombrello rovesciato dal vento.
Davanti a Palazzo Vecchio la pietra vibra, come se sotto di essa ci fosse ancora un cuore che non ha smesso di battere.
Continuo a camminare; attraverso il mercato del Porcellino – stranamente deserto di bancarelle e di gente – Piazza della Repubblica, Via Strozzi. Passo davanti alla mia casa natale e costeggio via delle Belle Donne, l’antica strada delle lavoratrici del sesso, fino ad arrivare in Piazza Santa Maria Novella.
La attraverso ed entro nella basilica, andando dritta verso il chiostro, da cui filtra una luce fioca.
È lì che mi hanno detto di venire.
Entro.
L’odore è quello dell’incenso spento e dei libri bagnati. Seduti uno di fronte all’altra, ai lati di un tavolo di marmo, ci sono Lucrezia Borgia e Girolamo Savonarola.
Lei indossa una veste color panna, i capelli d’oro raccolti in una treccia pesante.
Lui, in tonaca nera, ha le mani giunte ma lo sguardo aperto, come chi ha già visto l’inferno e non se n’è spaventato abbastanza.
Sul tavolo, fra loro, arde una candela. Brucia dritta e muta, come un filo di dolore.
Lucrezia parla per prima, con voce bassa ma ferma:
«Mio padre è morto da secoli, e ancora lo giudicano. Ma nessuno ha mai chiesto a me quanto del suo peccato mi appartenga.»
Savonarola non risponde subito. Guarda la candela, poi esordisce secco: «Chi nasce nel palazzo del potere non può invocare l’innocenza.»
Lei sorride, con una dolcezza che non è difesa né affettazione.
«E chi nasce nel chiostro della virtù può? Il vostro Dio vi ha chiesto purezza, ma vi ha dato corpi che rifiutate. Io ho solo imparato a usare il mio senza fingere di non averlo.»
Un tuono rompe il silenzio.
Dal campanile arriva un bagliore bianco.
Un mattone si stacca e cade, senza rumore.
Savonarola alza gli occhi.
«Le torri crollano quando il peccato pesa più della virtù.»
Lucrezia scuote la testa.
«No, padre. Crollano quando il potere dimentica che anche le torri hanno fondamenta di carne.»
Mi volto verso l’ingresso: dietro di noi, la città tremola di luce e paura.
Mi sembra di capire, per la prima volta, che la torre da distruggere non è fuori, ma dentro ciascuno di noi.
Dentro me, dentro loro, dentro ogni edificio interiore costruito per difendere una verità sterile dalla realtà della vita.
La candela si è consumata quasi fino al marmo.
Fuori, i tuoni si sono fatti più radi, ma ogni lampo illumina il chiostro come un tribunale celeste. Lucrezia e Girolamo restano fermi, separati dal tavolo e da cinque secoli di incomprensione.
Savonarola prende un respiro lento, e inizia a recitare il suo vecchio sermone, con voce di febbre:
Adesso che non rimane molto tempo,
perché la menzogna affila le sue spade,
io mi rivolgo solo a Te, mio Dio…
Le parole cadono come pietre d’altare.
Fa che la mia voce sia libera,
fa che io mi tenga stretta la verità,
fa che la mia voce non divenga schiava,
fa che la mia voce non si abbassi a serva.
Ogni invocazione è una ferita aperta.
Salvami, Signore:
Salvami dal peggiore dei baratri:
la normalità, il mezzo tono, la moderazione, il compromesso.
Spazza via ogni misura che è solo una censura.
Perché il male non può essere gridato?
Perché un’accusa non può essere forte e chiara?
Perché all’ingiustizia si porta rispetto?
Quando arriva a “Solo alla verità chiedete di sussurrare. Il male no. Lui lo lasciate urlare.”, un colpo di vento spalanca le finestre.
Lucrezia non si scompone. Si alza, con la calma delle donne che hanno imparato a portare il peso dell’altrui purezza.
«Padre,» mormora, «la tua preghiera è splendida. Ma è una preghiera di chi non ha mai partorito un figlio, e non ha nulla da perdere.»
Savonarola la guarda, quasi scandalizzato.
«Il corpo è debole, signora. Tutta la rovina del mondo nasce dall’adorazione della carne.»
Lei sorride, come chi ha già perdonato un uomo che non può capire.
«Eppure Dio, dicono, si è fatto carne. Forse non per condannarla, ma per provarne la vertigine.»
Un tuono risponde, cupo. La pioggia scorre lungo le colonne del chiostro come lacrime di pietra.
«Tu parli come tuo padre,» brontola Savonarola, «di perdono e di potere insieme. Di grazia e di dominio. Ma santificare la mondanità porta inevitabilmente alla distruzione.»
«E tu,» replica Lucrezia, «parli come un uomo che teme la sua ombra. Vuoi salvarci dalla corruzione, ma il fuoco che invochi brucia anche i giusti. Non lo vedi, padre? Il tuo Dio non ti ha chiesto di purificare — ma di comprendere.»
Savonarola si alza, e la fiamma — o ciò che ne resta — si agita.
«Io non pretendo di comprendere ciò che Dio ha comandato, ma di giudicare secondo il Suo giudizio.»
«Ecco il tuo fallimento,» dice lei, quasi con tenerezza. «Hai voluto fare di Firenze un bastione di verità assoluta. Ma ogni torre è anche una prigione.»
Le parole restano sospese nell’aria come cenere. Poi, un fulmine squarcia la notte.
Dal tetto della basilica si stacca un pezzo di cornicione, che cade nel chiostro con un tonfo sordo.
Savonarola chiude gli occhi, sussurrando: «Il segno… è il segno!»
Lucrezia si avvicina al sasso caduto, posa la mano sulla pietra incrinata.
«No, padre. È solo il peso del tempo che chiede spazio per rinascere.»
Allora mi accorgo che il vero fallimento non deriva dal crollo delle nostre mura di difesa, ma dall’incapacità di ascoltarsi delle vulnerabilità che esse nascondono.
Sul chiostro si apre una notte calma, lucida come il retro di uno specchio.
La pioggia è finita, ma le strade di Firenze fumano ancora, come ferite che respirano.
Io, Lucrezia e Girolamo usciamo insieme — un’allegoria mal assortita di cielo, terra e inferno.
Sulla piazza, una folla ci aspetta.
Non di vivi, ma di ritornati: resistenti, contadini, monache, anarchici, santi stanchi. I loro volti sono lampade accese nella nebbia.
Davanti a tutti cammina il partigiano Bruno Fanciullacci, il passo elastico di chi è morto in corsa. Tiene in tasca un foglio, il suo ultimo volantino, e ride con l’aria di chi non ha mai chiesto perdono.
Accanto a lui, un uomo alto, con la barba di visione e una croce che sembra un aratro: il profeta del popolo David Lazzaretti. La sua voce è quella delle montagne, profonda e lieve insieme.
«Non temere, sorella,» mi dice, «nessuna torre si abbatte per caso. Io vidi il cielo spaccarsi sul monte Amiata, e credetti che Dio volesse scendere. Invece era l’uomo che doveva salire, con le sue mani ancora sporche di terra.»
E fra loro, scalza, i capelli bruciati dal vento e non dal fuoco, avanza Margherita da Trento, la compagna di Fra’ Dolcino, un penitenziagite appoggiato sulle labbra.
Non ha volto di martire, ma di donna che ha amato troppo per tacere. Porta con sé una cesta di brace viva, e la offre a ogni passante, come pane.
«Dissero che morii sul rogo,» sussurra, «ma io non brucio: ardo. La mia fede era un corpo, e il mio corpo una preghiera. Se il mondo non capì, non fu colpa del fuoco, ma della paura di toccarlo.»
Lucrezia le prende la mano — due donne divise dai secoli e dal diverso destino, eppure unite da una simile colpa: aver amato e affermato se stesse senza chiedere permesso a nessuno.
Girolamo Savonarola abbassa lo sguardo, come chi riconosce in quel contatto la propria mancanza di compassione.
Il corteo si muove verso il lungarno.
Le bandiere si aprono, rosse, scure, consunte. Una canzone si alza, prima sommessa, poi poderosa:
Bruceremo i palazzi e le regge,
bruceremo le chiese e gli altari,
con le budella dell’ultimo prete
impiccheremo il papa e il re…
Ma nessuno brucia nulla.
La fiamma è nella voce, non nelle mani.
È una liturgia di ribellione e di resurrezione insieme.
I morti marciano come nel Quarto Stato:
davanti ci sono, col passo deciso, il partigiano Bruno;
Lazzaretti che brandisce la croce;
Margherita da Trento con la sua cesta di brace;
e accanto a lei, Lucrezia, che sorride come chi sa che la grazia è più forte della storia.
Io li seguo, sentendomi né viva né morta, lungo il fiume Arno, che riflette le luci dei lampioni e delle torce come un vangelo liquido.
Firenze non trema più: respira. E nel respiro della città si mescolano le voci — dei santi, dei ribelli, dei poeti — fino alla fine della canzone, urlata come una sola gola:
Piuttosto che vivere così,
meglio morire per la libertà!
Lazzaretti si ferma a metà del ponte Santa Trinita e alza la sua croce, che ora brilla come un’antenna.
«Fratelli!» grida, e la sua voce corre lungo l’Arno. «La Torre non è caduta! È diventata un faro!»
Margherita da Trento aggiunge con garbo, senza sorridere:
«E la sua luce, finalmente, ha imparato a non sentirsi più in colpa di esistere.»
Una stella cadente squarcia il cielo. Savonarola la segue con lo sguardo, e per la prima volta sembra felice di tacere, senza paura.
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