In questo episodio tento un incontro difficile: quello con figure che, per storia personale e politica, ho collocato abitualmente nel campo dei “nemici”.
Ho preso ispirazione dall’arcano del Sole per esplorare il tema dell’onore e del dovere, non come valori astratti o istituzionali, ma come esperienze incarnate, spesso tragiche, quasi sempre ambigue.
Nel racconto compaiono tre bravi militari, la Regina Vittoria, turisti tedeschi e fantasmi di famiglia. L’obiettivo non è elogiarle né condannarle queste figure, ma integrare luci e ombre in un chiaroscuro che non smetta di cercare giustizia pur cessando di fingere innocenza.
Questa storia racconta di come per quanto non possiamo scegliere – se non di rado – i ruoli che la vita ci assegna, ci resta piena libertà di scelta sul come interpetrarli.
A fare da fondamento teorico a questo racconto c’è una posizione molto critica nei confronti della concezione bipolare della politica oggi dominante, basata su Carl Schmitt (e quindi sulla distinzione amico/nemico), che avrà ulteriore sviluppo nel prossimo episodio.
Episodio precedente: Episodio XIX: Lunatica
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.
(Ugo Foscolo, Dei sepolcri)
Il carro di Viperetta plana sulla terrazza fiesolana di San Francesco come una mongolfiera, tutta rumore di ventole e scintille di zucchero.
Sento la gravità tornare nelle ossa: è sempre un po’ maleducata, la Terra, quando ti riprende.
Deleuze scende per primo, aggiustandosi il colletto con disappunto filosofico. «Attenta ai ruoli,» mi dice. «Sono gabbie eleganti.»
Guattari gli fa eco soffiando via la polvere lunare dagli occhiali: «E all’onore. È l’eroina del controllo sociale.»
Viperetta mi ravvia rapidamente i capelli, con un gesto che è saluto e avvertimento insieme:
«Ben tornata sulla Terra, Mantide. Non dimenticarlo mai: quando ti chiedono di essere brava, ti vogliono soprattutto obbediente.»
Strizza l’occhio, tira una leva, e il carro si avvita verso il cielo come un origami impaziente.
Resto sola con il freddo della pietra e la vista di Firenze che si sveglia. Il Sole, lento come una vedetta a fine ronda, sta salendo all’appello.
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Decido di entrare nella chiesa di San Francesco per un fare un giro dei suoi chiostri; ho bisogno di passi lenti, e di pietre che non giudicano.
Mentre siedo in meditazione accanto a un albero d’olivo, intravedo, sull’altro lato del piccolo chiostro, tre figure sedute come monumenti al contrario: vivi nella postura ma fermi come bassorilievi.
Sono tre carabinieri.
Li riconosco subito — non dagli alamari, ma dallo sguardo da chi ha preso decisioni irreversibili. I loro nomi sono scolpiti nel marmo, qualche decina di metri più in basso:
Alberto La Rocca.
Vittorio Marandola.
Fulvio Sbarretti.
Li chiamano i martiri di Fiesole.
Quelli che si consegnarono ai nazisti al posto di dieci civili e finirono fucilati per essersi fatti partigiani.
Mi guardano in silenzio, con quell’espressione mezzo diffidente mezzo paterna che i militari riservano ai civili quando i civili stanno pensando troppo forte.
Uno di loro, forse Alberto, mormora: «Non farci santi.»
L’altro aggiunge: «E neanche idioti.»
Il terzo scuote la testa: «È stato onore. Ma l’onore è una trappola che a volte funziona, ed altre ti ammazza.»
Mi irrigidisco.
«Credo nel gesto che avete fatto,» dico. «Ma non nel mondo che ve lo ha chiesto, né nella vostra divisa.»
Alberto accenna un sorriso: «Benvenuta nella luce, allora. Dove anche i buoni, a guardar bene, fanno un po’ paura.»
Un raggio di Sole taglia il chiostro in due: luce e ombra, equamente ripartite.
Loro siedono esattamente sul confine.
Sento che non devo restare troppo: questo non è un luogo per prendere medaglie, né per fare troppe domande.
Mi alzo il bavero della giacca e ringrazio in silenzio. Faccio per andarmene, quando uno dei tre dice piano, quasi una supplica:
«Qualunque cosa tu faccia… Fa’ le tue scelte — non quelle che qualcuno, dal suo luogo sicuro, chiama dovere.»
Li guardo negli occhi e non vedo propaganda. Solo giovinezza che ha fatto tutto quello che poteva.
Ed è allora che capisco: non si sceglie sempre il proprio compito storico. Anzi, ciò accade molto di rado. Ma possiamo sempre scegliere come interpretare il ruolo che ci hanno affidato; seguendo la sceneggiatura non per obbedienza, ma per amore di ciò che merita ancora di essere difeso.
.
Fuori, il Sole è più alto.
Sento i tre carabinieri avvicinarsi alle mie spalle come una scorta silenziosa, timida e orgogliosa al tempo stesso.
«Ti accompagniamo per un pezzo di strada,» dice Alberto. «Poi sei tu che ci lasci indietro. Non possiamo oltrepassare i confini di Fiesole»
E così iniziamo la discesa. Quattro paia di gambe in fila: io davanti, e loro — i tre martiri gentili — che vegliano sulle mie spalle.
Il Sole lascia ombre lunghe sulla Via Vecchia Fiesolana dietro di noi, mentre Firenze ci aspetta in fondo al pendio. La strada è una lingua di pietra ripida che precipita stretta e scivolosa verso la città, con un’aria da “non distrarti o rotoli fino al Duomo”.
Cammino piano, con i tre carabinieri che marciano silenziosi dietro di me, come se proteggessero la retroguardia da chissà quale imboscata.
A metà di una curva ripida, compaiono due ciclisti tedeschi: caschi cromati, baffoni biondi, biciclette lucide come armature del futuro, tute tecniche perfettamente aderenti — il prototipo dell’efficienza germanica in gita.
Mi incrociano. Mi osservano. Misurano:
Rischio di impatto? nessuno. Rischio di imbarazzo? medio.
E allora, uno dei due alza il dito indice, e dice con aria solenne:
«Attenẓiöne!»
Indica per terra, davanti a me.
Una cacca di cane, ben centrata sul mio passo imminente. Un ordigno organico pronto a compromettere gravemente la mia dignità.
Mi blocco. Guardi giù. Sospiro, sorrido, e ricambio la cortesia:
«Danke schön!»
Dietro di me, sento i martiri di Fiesole irrigidire i muscoli: il riflesso condizionato di chi ha visto il nemico da vicino.
Ma poi — uno di loro accenna un sorriso, breve e sorprendentemente umano:
«Anche gli invasori… sanno fare del bene, quando vogliono.»
Gli altri due annuiscono, come si fa davanti a un paradosso che la luce ti obbliga a vedere.
I due tedeschi salutano con un cenno militare involontario e riprendono la loro scalata, forti dei loro quadricipiti e della loro cortesia internazionale.
Io proseguo la discesa con passo più leggero, evitando con cura le trappole scatologiche del destino.
I tre carabinieri mi seguono, più rilassati, quasi divertiti.
E penso che forse la storia è fatta di tragedie, certo, ma anche di minuscoli atti di attenẓiöne! che impediscono a noi, i vivi, di scivolare di nuovo nel peggio.
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Alla svolta di Villa Medici, la strada si apre quel tanto che basta per far respirare una panchina solitaria.
Seduta sopra la pietra, una donna giovane — troppo giovane per la gravità del suo nome —
dipinge acquerelli.
Il verde degli ulivi e il grigio-oro del pomeriggio di Firenze si mescolano sulla carta, come emozioni che ancora non hanno imparato la politica.
Accanto a lei, una piccola radiolina gracchia un vecchio jazz, una di quelle trombe gentili che ballano con il silenzio.
I tre carabinieri, fino a quel momento fieri e disciplinati, si irrigidiscono come statue sotto venti contrari.
Vittorio sputa a terra la parola: «Ecco, vedi cosa succede quando si dà il potere a una donna di stirpe tedesca: l’Impero Britannico!»
Io alzo un sopracciglio. Sul “tedesca” potrei anche essere tentata di annuire — quel retaggio nel sangue lo conosco bene — ma sul “donna” mi sale un ruggito dietro i denti.
«Oh su, caro mio… non l’ha scelto lei il suo destino. L’hanno disegnata così: come voi siete stati arruolati — nessuno vi ha mai chiesto se fosse un buon giorno per crepare.»
Alberto lo zittisce con un colpo di gomito nel costato: «Stai calmo. Se nasci erede, giochi la partita che ti danno… finché riesci a non morire della carta sbagliata.»
E lì mi torna tutta la storia, come un’immagine che si sviluppa in camera oscura:
Una bambina chiusa in un palazzo, ultima speranza di una dinastia in via d’estinzione.
Educata al trono come un monaco tibetano alla meditazione. Una vita addestrata, non vissuta. E poi, quando tutti attorno a lei cadevano… lei è rimasta in piedi.
«Ha giocato le carte che le hanno dato,» dico «E non ha perso la partita.»
I martiri si guardano tra loro. Sembra che non vogliano concederle troppo. Ma non possono negarle il merito di essere sopravvissuta al suo ruolo.
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Mi stacco da loro e faccio qualche passo avanti.
La ragazza dipinge concentrata, il volto illuminato da un Sole che ne rivela l’assorta bellezza.
Prende una pausa. Poggia il pennello sul bordo della scatola dei colori. Si sistema un ricciolo ribelle dietro l’orecchio con la grazia incorporata di chi non ha mai avuto il permesso di essere spettinata in pubblico.
Alzo la voce quel tanto che basta a non spaventarla: «Buongiorno, Maestà.»
Lei si volta.
Io la guardo, e mi manca il fiato.
Non ha la faccia austera delle statue: ha gli occhi vivi di una ragazza che magari, da qualche parte nel cuore, avrebbe preferito correre scalza tra gli ulivi invece di regnare su mezzo mondo.
Mi sorride con timidezza incredibilmente umana.
«Mi chiamo Vittoria,» dice. «Non so ancora se diventerò regina.»
Seduta sulla panchina, mi sorride appena — un sorriso che non pretende niente — e poi fa un gesto impercettibile: un dito sulle labbra, tacere.
Alza appena la radio. Dalla grana della vecchia cassa esce una canzone che non conosco, lenta e dolce come una nostalgia ubriaca, che canta di Gin and Coconut Water — una melodia che profuma di oceano inventato e serate clandestine.
Poi, con la naturalezza di chi distribuisce conforto, mi porge una canna arrotolata in un foglio di giornale.
«Per non pensare troppo,» dice. «O per pensare meglio.»
Prendo la canna, faccio qualche tiro, e sento il mondo un poco più morbido nei bordi.
Le nuvole sopra Firenze si sciolgono in pastello. Gliela rendo con un piccolo cenno di grazie. Lei annuisce come una regina che non pretende riverenze: è solo una ragazza che ha imparato a governare anche i silenzi.
Mi alzo — è il momento di andare — e mentre rimetto la giacca, lo sguardo scivola più giù, verso la curva.
I tre carabinieri che mi avevano accompagnato fino a lì stanno in piedi, immobili, ma guardano non me: il loro occhi puntano al basamento della panchina, dove sono scolpite, in una piccola lapide scelta come una parola, le foto in bianco e nero della mia famiglia.
S’ingegnano a fare il gesto più semplice e più strano che potrei aspettarmi: il saluto. Non un saluto militare di propaganda, ma un inchino rispettoso.
Guido e Giuseppe — i miei nonni, vivi solo per me e per gli occhi che sanno riconoscerli — sono lì come in un ritratto che respira.
I carabinieri si chinano e sussurrano appena: «Onore», e il suono è meno cupo di quanto temevo. Poi, con un movimento che sembra organizzato da un coreografo invisibile, i tre si voltano verso il cielo.
Uno scatto, una piccola benedizione; si rimettono in piedi, salutano ancora, e si avviano verso l’alto come se dovessero riprendere servizio altrove.
La voce di Viperetta li richiama con un colpetto di mano; loro sorridono, pigliano quota, e si dissolvono come fumo benedetto verso il blu.
«Dobbiamo tornare su,» dice un Alberto sempre più evanescente, serio ma con un’ombra di ironia che pare dirci – «abbiamo finito la nostra ronda qui.»
Resto immobile un istante, e poi mi rivolgo ai nonni, come se fossero lì sull’erba accanto alla panchina e non solo nella mia memoria.
Guido si sistema il giornale che non ha, guarda la radio, e poi mi scruta con quel sorriso da diplomatico che ha sempre avuto: mezzo comprensivo, mezzo irriverente.
Giuseppe si gratta la nuca, la postura da capotreno che non ha mai smesso di servire orari e umori. Si alzano — nella testa li sento camminare realmente — e vengono a sedersi accanto a me.
«Allora,» dice Guido, come se dovessimo tornare a una delle nostre conversazioni sul treno, «che ti hanno detto i tre bravi ragazzi?»
«Che l’onore può essere una trappola,» rispondo.
Giuseppe scuote la testa, ma gli occhi gli brillano: «L’onore è una cosa semplice: ti dice come muoverti quando non hai alternative. Ma tu — Margherita — non sei fatta per vivere solo di alternative già pronte.»
Li guardo, e mi viene da ridere — una risata che è mezzo pianto e mezzo sollievo. «Io sono anarchica,» dico. «Questo è l’unico programma di governo che posso attuare.»
Guido fa un cenno d’intesa, come se lo avessimo scritto sul bordo di un taccuino segreto: «Allora sii anarchica. e ricorda: giustizia e ordine non coincidono. Giustizia significa tenere insieme i pezzi rotti in modo che non feriscano altri.»
Giuseppe aggiunge, più brusco e affettuoso: «E ricorda anche che il dovere non muore se lo metti da parte per un po’. Si riposa e torna utile quando serve davvero. Noi abbiamo imparato così: non per obbedienza, ma per non lasciare i vivi senza cura.»
Parliamo di ruoli che non si scelgono, di come i padri e le madri ci affiggono eredità che pesano come mantelli impermeabili, di come alcuni di noi li portino indosso fino a morirne e altri li ripieghino in tasca e scelgano di vivere.
La conversazione è lenta; ogni parola è un passo sul sentiero. Mi spiegano la loro idea di onore: qualcosa che non riguarda l’ideologia, ma il servizio — un servizio che perde senso quando diventa esclusivo, quando si chiede a qualcuno di morire per far vivere i privilegi degli altri.
«Quindi?» chiedo alla fine, con la voce che trema appena.
Guido prende il mio braccio e me lo stringe, con la sicurezza di chi ha aggiustato valigie e cuori. «Ti seguiamo un pezzo di strada,» dice. «Fino a casa. Poi torniamo alle nostre pietre.»
Ci mettiamo in cammino, io davanti con i nonni a fianco, i loro passi che fanno compagnia come metronomi familiari.
La Via Vecchia Fiesolana ci inghiotte un po’ di più: ulivi, cancelli, muri che raccontano un secolo. Le parole che abbiamo scambiato rimangono appese in aria come semi che aspettano terra.
A un tratto, guardo indietro: la panchina è vuota, la radiolina ha smesso di suonare, e la figura di Vittoria si è già confusa con la luce del tramonto. I tre carabinieri sono scomparsi oltre le nuvole. C’è silenzio, ma è lo stesso silenzio che ascolta quando la verità non ha bisogno di urlare.
Cammino con i nonni che mi accompagnano, e sento che, per quanto i nostri ruoli ci vengano dati da altri, esiste sempre lo spazio — piccolo, aspro, bellissimo — in cui decidere come portarli.
E io scelgo di portare il mio con la mano aperta, anziché con il pugno chiuso.
“Sappi, Sancho, che un uomo non è più di un altro, se non fa più dell’altro. Tutte queste burrasche che incontriamo sono segnali che presto in cielo tornerà il sereno e le cose miglioreranno, perché non è possibile che male e bene siano eterni, e quindi di conseguenza, siccome il male è durato a lungo, il bene starà sul punto di arrivare.”
(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte)
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