Sputiamo su Carl Schmitt non è una provocazione gratuita: è un gesto simbolico di diserzione, in omaggio a quel che Carla Lonzi fece con Hegel.
Per molto tempo, come accade a molti di noi, ho abitato — spesso senza nominarla — una concezione della politica e dell’anima fondata sulla distinzione amico/nemico di Carl Schmitt. Una grammatica efficace – o non vi sarebbe fondata la politica moderna – eppure brutale e intrinsecamente violenta.
Non solo perché Schmitt fu un giurista nazista (e lo fu senza ambiguità), ma perché il suo pensiero funziona solo producendo esclusione e guerra permanente — dentro e fuori di noi.
Al suo posto, scelgo di immaginare una politica fondata sul principio filosofico dell’eudemonia – una “felicità” intesa non come assenza di perturbazione o di conflitto, ma come buona relazione con il proprio daimon.
L’eudemonia che propongo qui non è privata né spiritualista: è profondamente politica.
Rifiuta il nemico come categoria fondativa, non per ingenuità, ma perché nessuna giustizia può nascere dalla disumanizzazione sistematica dell’avversario.
Il Giudizio cui è dedicato questo episodio non condanna e non assolve: ricompone, e chiama una nuova coscienza. Non separa i puri dagli impuri, ma restituisce parola a ciò che è stato espulso in nome dell’ordine.
Questo principio costituisce il cuore teorico ed emotivo di tutta la serie Amaro con gli spettri, di cui questo episodio vuole rappresentare il vero grande finale.
L’episodio successivo non sarà infatti una chiusura, ma un’apertura, verso nuovi viaggi e nuovi racconti.
Episodio precedente: –> Episodio XX: L’onore dei Picchi
Firenze si sveglia di colpo, come se avessero acceso un interruttore nell’aldilà.
Prima una tromba — lunga, spaventata, come se qualcuno avesse sbagliato spartito.
Poi un’onda di campane, tutte insieme: Santa Croce, Sant’Ambrogio, la Badia. Persino le campanelle delle biciclette risuonano all’unisono.
Il Lungarno trema. Le auto inchiodano. Una colomba cade dal nido e impreca in vernacolo: maremma sigillata in un tombino!
Dal cielo una voce metallica, gracchiante come un megafono comunale che ha bevuto troppo, ripete:
«IL GIUDIZIO! IL GIUDIZIO!
VISUALIZZARE LA PROPRIA COSCIENZA E STARE IN FILA!»
La gente attorno a me non capisce se ridere o correre.
Qualcuno vede un morto, qualcuno vede il vicino — e confonde le categorie. Una signora urla che la suocera la sta inseguendo col pigiama dell’87. Un turista tedesco sviene per eccesso di goticità.
E poi lo vedo.
Un uomo sul bordo del fiume. Vestito con un mantello color ruggine, la barba corta, gli occhi come due candele accese in una cripta. In una mano tiene il cellulare (Google Maps aperto, ovviamente). Nell’altra… la sua testa.
Cammina con distacco elegante, come fosse abituato al caos che lo circonda:
«Scusate, gente, è in corso un giudizio universale, sempre la solita confusione organizzativa…»
Quando incrocia il mio sguardo, fa un cenno come di saluto informale ai vecchi amici:
«Vieni? Se ti fermi qui ti giudicano quelli del Comune.» (sottinteso: orrore peggiore della morte)
Io non domando altro. Lo seguo.
Mentre risale rapido Costa San Giorgio, con i miei polmoni che lo seguono protestando, le pietre sembrano pulsare sotto i suoi passi —come se riconoscessero il peso della storia. La testa, però, sembra soffrire la velocità:
«Più piano, Miniato! Sono ancora attaccata con lo sputo dei cherubini!»
Allora capisco: è proprio lui. Il primo martire della città.
Quello che, una volta decapitato, prese la sua testa e andò a vivere sopra Firenze, come un eremita che non vuole scocciatori.
Il principe armeno si ferma un istante, si sistema meglio il collo, e mi guarda con l’aria di chi la sa lunga:
«Non preoccuparti per le campane. Non è un giudizio sugli altri.
È su di te. E quel tipo di tribunale… vuole testimoni affidabili.»
Detto questo, riprende a camminare. Io gli vado dietro: scarpe che scivolano sui sampietrini, cuore che fa da metronomo dell’universo.
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Ci incamminiamo verso la sua basilica, San Miniato al Monte, che in lontananza sembra un gigantesco altare pronto all’autopsia dell’anima.
Mentre saliamo, il mondo perde la sua logica diurna. Le cose si staccano dalle loro ombre, e le ombre si arrampicano sui muri come gatti neri in ritardo su un appuntamento.
La prima creatura che incrociamo è un uomo in giacca elegante, valigetta in pelle, casco ancora allacciato.
Ha lo scooter acceso sotto di sé — ma le ruote non toccano terra. Il mezzo fluttua a mezzo metro dal selciato, come una star improvvisata del trasporto urbano.
Con un’espressione esasperata da pendolare del Purgatorio, l’uomo grida verso l’alto:
«Scusi, signor giudice! Posso almeno parcheggiare? Ho il contrassegno residenti in tasca!»
Il vento fa oscillare il suo scooter come un pendolo che misura un tempo diverso da quello del mondo.
Svoltiamo l’angolo, e appare una suora.
Corre.
Corre dentro la salita come chi sta fuggendo o cercando qualcosa. Ha indosso una tuta da jogging grigia, sulla quale è rimasto solo un pezzo di velo, come monito di un voto dimenticato.
Ha l’aria di una che faceva running anche da viva, ma ora la vedo passare attraverso un palo della luce, come fosse nebbia in forma umana.
Ogni tanto si ferma, si guarda intorno come se avesse perso un gruppo di amiche invisibili. Poi riparte, a falcate lunghe e silenziose.
Miniato la saluta togliendosi la testa in un gesto cavalleresco. Lei risponde con un cenno del rosario, che brilla per un istante come una stella.
Poco più in là, un cane e un gatto — il primo chiaro come un ricordo sbiadito, l’altro nero come il sonno profondo — giocano a rincorrersi. Ma c’è un dettaglio: il cane non lascia impronte. Il gatto sì.
A ogni cambio di direzione, il cane lo trapassa — un balzo attraverso il corpo, come se fosse acqua di mezzanotte.
Il gatto mi guarda con una lentezza studiata. Miagola una parola che non conosco, forse latino medievale, forse un insulto gentile. Poi riprendono la loro corsa verso un cespuglio pieno di lucciole che appaiono agitatissime.
Miniato commenta con la calma di chi ha visto ben peggio:
«Quando si apre il cielo, il confine tra vivi e morti dimentica la password.»
Alzo di nuovo gli occhi verso la basilica. La facciata sembra respirare. Il mondo trema e ride insieme: un giudizio che non punisce, ma ricorda.
Varcata la soglia della chiesa, il buio non è semplicemente tale. È un’oscurità che ascolta.
La cripta sotto San Miniato odora di pietra antica, cera consumata, e acqua stagnante che non ha mai conosciuto il sole.
San Miniato posa la sua testa su un gradino, come un casco temporaneamente inutilizzato,
e mi fa cenno di scendere nella cripta.
Le scale si stringono — un’apnea nella terra, e quando arriviamo giù, l’aria vibra di luce lattiginosa. Una serie di affreschi medioevali fissa la morte con professionalità: martiri, santi, teste recise trattate come fiori recisi.
Miniato schiocca le dita: «Non siamo qui per guardare indietro. Siamo qui per ricordare ciò che hai dimenticato.»
E allora uno degli affreschi… si stacca dalla parete.
Prima le linee del volto,
poi le mani,
poi il busto in tweed.
L’uomo emerge come una diapositiva che si mette in 3D: occhiali da intellettuale stanco,
taccuino sottobraccio, sguardo da psicologo scettico e padre benevolo insieme.
«Ti presento Julian Jaynes», dice San Miniato, «professore, autore de Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Esperto in cervelli che parlano troppo.»
Jaynes si aggiusta gli occhiali con la pazienza di chi ha insegnato a menti recalcitranti:
«Vedi, Margherita… quella che chiamiamo coscienza è una costruzione relativamente recente. Prima, erano le voci dei morti – o degli dèi – a guidarci. A quei tempi, quello che Socrate e Philip Pullman chiamavano daimon non era una metafora della filosofia: era una percezione reale. Una compagnia costante.»
Cammina in cerchio attorno a me, sfiorando l’aria come se fosse carta da leggere:
«Il tuo problema non è che senti una voce. Il tuo problema è che ne senti troppe: l’università, le istituzioni, i direttori, i geni del male amministrativo…»
Si ferma per fissarmi con dolcezza armata:
«Quello che chiamano delirio non è un guasto. È una guerra civile interna tra il daimon che vuole farti vivere e le autorità introiettate che vogliono farti obbedire a costo della tua vita.»
Miniato annuisce come un prete che ha finalmente trovato l’omelia giusta. Jaynes inclina la testa (quella sua, ancora ben attaccata), e continua:
«Vedi, Margherita… quando la politica decide che tutto è amico o nemico, inevitabilmente ci contagia. La stessa logica si infiltra dentro: ciò che ami in te stessa diventa l’Amico, e ciò che temi in te stessa diventa il Nemico. E allora non c’è più cura, non c’è più guarigione: c’è solo guerra civile nell’anima.»
Fa tre passi indietro e spalanca le braccia:
«È per questo che ti volevano pazza. Perché chi integra la propria ombra diventa indisponibile al comando.»
San Miniato aggiunge, con l’ironia di chi ha camminato tenendosi la testa in braccio:
«Carl Schmitt è stato uno stratega brillante. Ma non aveva capito la cosa essenziale: non sempre chi ti ferisce è nemico. E non sempre chi ti abbraccia è amico. E spesso, il nemico più feroce è quello che ti costringi a zittire.»
Jaynes mi guarda come si guardano i sopravvissuti:
«Tu parli apertamente col tuo daimon. Ci dialoghi. E questo ti rende pericolosa.»
Miniato sorride:
«E siccome sei pericolosa, due signore là sopra non vedono l’ora di sputare con te su Carl Schmitt.»
Io lo fisso. Miniato si tocca il collo — per abitudine — e conclude:
«Il Giudizio, qui, non divide. Ricompone.»
Jaynes mi porge un anello nero e un bracciale rosso:
«Quando li indosserai, saprai distinguere la voce del tuo daimon da quella del giudice interiore. E sarà l’inizio della eudaimonia, la parola greca per felicità: che significa semplicemente buon-daimon, perché questo semplice, vecchio principio identifica la felicità con la pace interiore.»
Nella mia mano, gli amuleti che Jaynes mi ha donato ardono come piccoli soli, mentre Miniato rimette in sesto la testa.
«Andiamo. È ora di incontrare chi ti ha insegnato ad amare prima ancora di nascere.»
Sul piazzale di San Miniato al Monte, il Giudizio non ha trombe né fuoco. Ha due sedie pieghevoli e un panorama migliore di qualsiasi show possa offrire Netflix.
Sedute l’una accanto all’altra, come sempre, come mai, ci sono mia nonna Margherita, con un tailleur color perla, l’eyeliner tirato come un duello vinto, e una postura che è già un verdetto; e nonna Grazia, con il rosario tra le dita, e lo sguardo che misura la distanza tra il vizio e la redenzione. Ai suoi piedi c’è una borsa da cui spuntano due ferri da uncinetto e un mestolo di legno – armi improprie e benedette.
Tra loro, appoggiato al parapetto, c’è un ragazzo biondissimo.
È troppo bello per stare tranquilli. Il vento gli muove i capelli come una profezia senza data, mentre mi guarda con un sorriso stanco, quello dei ragazzi trasformati in icone contro la loro volontà.
«Sai,» mi dice, «è pericoloso essere così belli. Chi ha potere ti desidera… e poi ti punisce per il desiderio che prova.»
Un lampo gli passa negli occhi; un ricordo del Lido di Venezia e di febbre e fame altrui.
Nonna Margherita gli passa una caramella alla menta. Lui ride, riconoscente.
Lei si volta verso me, con quella lucidità gentile che sa più del mondo di quanto il mondo sappia di sé:
«Margherita, amore… il più grande inganno della vita è crederci liberi mentre recitiamo un personaggio scritto da altri.»
Nonna Grazia annuisce forte: «L’importante è non fare peccati, ma se li fai… almeno falli per amore!»
Il ragazzo bellissimo la indica con rispetto:
«Vedi? Qui l’amico e il nemico non sono categorie di sopravvivenza. Qui conta chi ti vuole vivo e intero, e chi, invece, desidera solo divorarti»
Io sento un nodo sciogliersi da qualche parte, dietro lo sterno. E penso che forse il Giudizio non serve a dividere, ma a riconoscere chi ha saputo amare senza diventare schiavo del ruolo assegnato.
Dopo che il Ragazzo Bellissimo ha parlato del prezzo dell’essere desiderati, nonna Margherita si sistema l’eyeliner invisibile — gesto da spada che torna nel fodero — e mi punta l’indice con affetto minaccioso:
«Il femminismo sbaglia una cosa, Margheritina mia: pensa che gli uomini siano intelligenti quanto noi. E non lo sono.
Vanno trattati come bambini… ma senza far loro vedere che li stai trattando da bambini, se no si offendono. E poi piangono come generali col tè delle cinque.»
Nonna Grazia si fa un segno di croce un po’ più veloce del necessario, ma non osa contraddirla: i mestoli sanno riconoscere i bisturi quando li vedono.
Il Ragazzo Bellissimo soffia un risolino, di quelli capaci di far cadere un impero:
«Credimi, lo so bene. Sono morto perché nessuno mi ha protetto dal desiderio dei grandi uomini.»
A quel punto, nonna Margherita si alza leggermente, come se stesse inaugurando un’ambasciata nell’aldilà:
«Ricordatelo, amore mio: anche i burocrati, anche i docenti più arcigni, anche i direttori che si irrigidiscono… sono solo scimmie spaventate che provano a sembrare dèi. Tu invece sai di essere un animale narrante: e chi sa narrare la propria storia è sempre un passo più avanti di chi prova solo a difendere la propria gabbia.»
Il sole di San Miniato si accende un po’ di più. Come se annuisse. Come se fosse d’accordo.
Entriamo di nuovo nella basilica, e il silenzio si fa più vivo.
Il mosaico dorato del Cristo Pantocratore non è più un’immagine: respira. Le tessere si inclinano, come scaglie di una creatura che si sveglia.
San Miniato, ancora decapitato ma compìto, si mette di lato — non è lui a giudicare, non oggi:
«Io introduco. Ma non sentenzio. Ognuno si giudica da sé. Questo è il processo dei vivi.»
Il pavimento vibra leggermente. L’antico Zodiaco al centro della navata comincia a ruotare, lento, come un astrolabio ubriaco.
Uno a uno, i segni si accendono: il coraggio dell’Ariete, l’equilibrio della Bilancia, la doppiezza dei Gemelli, l’orgoglio del Leone, il dolore dello Scorpione, le acque profonde dei Pesci…
I testimoni si accomodano sulle panche, mentre da una colonna spunta l’inconfondibile profilo di K. — l’angelo della modulistica — giunto a certificare la regolarità del rito.
Io resto in piedi sullo Zodiaco che gira sotto le mie scarpe. La mia ombra sembra dividersi in tre sagome: la bambina che sono stata, la donna che sono, la vecchia che forse sarò.
Il Pantocratore guarda giù. Non come un Dio che vuole farti paura, ma piuttosto, come un fratello maggiore incredulo:
«Allora, Margherita Picchi: questa è l’unica domanda che conta: come hai trattato il tuo demone?»
Jaynes apre un libro ed esclama: «Il suo demone non è un nemico. È la parte della mente che parla dal lato dove non c’è parola.»
Nonna Grazia annuisce: «E se lo zittisci… quel silenzio ti ammazza.»
Nonna Margherita invece punta il dito verso l’alto: «Sputare su Carl Schmitt, Margheritina mia, significa questo: giurare che non accada mai più che tu dichiari nemica la tua parte più vera.»
San Miniato riprende: «Siamo qui per decretare se sei colpevole di esserti abbandonata al Giudizio degli Altri – che è l’unica eresia dell’anima libera.»
Il Ragazzo Bellissimo si avvicina, occhi di mare quieto: «Siamo stati amati come specchi, non come persone. E questo ci ha quasi tolto il senno.»
Jaynes sorseggia incenso (non chiedetevi come): «Il giudizio sta per cadere. Ma qui è diverso: non si valuta se sei buona o cattiva. Si valuta se sei integra.
Il Pantocratore inclina il capo. «Margherita, la domanda è una: Tu sei dalla tua parte?»
Silenzio. L’immenso silenzio prima della parola vera.
Poi… si sente un rumore come di battito d’ali. Grosso.
Una scimmia (sì: una scimmia!) entra dalle porte spalancate e si mette al centro della navata,
guardandomi come si guarda una sorella ritrovata.
Nonna Margherita sorride:
«Vedi? Non sono dèi. Sono scimmie spaventate. E per tenerle a bada, bisogna saper raccontare una buona storia.»
La scimmia si siede con un gesto molto umano. Si gratta l’orecchio, mentre prende un libro consunto da un leggio posto davanti all’altare. Lo alza, mostrando la copertina:
Carl Schmitt — Der Begriff des Politischen
Jaynes sospira: «Eccolo. Il catechismo del sospetto. Il manuale del dividi te stessa.»
San Miniato si toglie la testa e la posa con reverenza sul pavimento: «In questo tempio si riconcilia ciò che è stato separato. Ma prima: si sputa.»
Nonna Grazia si schiarisce la voce: «Figlia mia: non si sputa a caso. Si sputa contro ciò che divide l’amore.»
Nonna Margherita prende la mira come una pistolera: «Questo è per tutte le volte che ti hanno fatta sentire nemica di te stessa.»
Il Ragazzo Bellissimo, che ha conosciuto il veleno del desiderio altrui, stringe il libro con mani tremanti: «E questo è per tutte le vite sacrificate all’immagine.»
La scimmia mi porge il libro.
Mi pesa fra le mani. Non come carta: come legge.
Come disciplina. Come diagnosi.
Il Pantocratore non ci osserva dall’alto. Si è avvicinato. Mi guarda negli occhi — come se fossimo pari.
«Allora, Margherita Picchi. Tu scegli l’integrazione o la guerra civile dell’anima?»
Io sorrido appena, con una stanchezza che somiglia alla speranza:
«Sputo sull’idea che in noi ci sia un nemico.»
E lo faccio.
Lo shpù risuona sulla pagina come un sigillo spezzato.
Non è violenza. È liberazione.
Un vento si alza nella basilica. Lo Zodiaco smette di girare. Miniato rimette a posto la testa: «Il Giudizio è questo: riaccogliere tutto ciò che eri stata costretta a combattere.»
Il Pantocratore mi porge una mano, calda di umanità: «Va’. E racconta questa storia ai vivi.»
Le nonne mi abbracciano, una per parte. Il Ragazzo Bellissimo mi bacia la fronte. Jaynes rientra nell’affresco, soddisfatto.
Io faccio un inchino — esagerato, teatrale, liberatorio – e finalmente, cala il sipario.
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