Questo episodio è una soglia.
Con la serie di racconti Amaro con gli spettri ho attraversato un territorio di cura: gli episodi sono nati come un esperimento di autoterapia del trauma attraverso lo storytelling, il dialogo con fantasmi di famiglia, qualche personaggio di fantasia, e figure storiche di diversa fama.
È stato un viaggio notturno, necessario, a tratti doloroso, che aveva come posta in gioco una cosa sola: tornare abitabile a me stessa.
L’arcano del Mondo, a cui è dedicato questo epilogo, non chiude davvero nulla. Ricompone. Integra. Rimette in circolo.
Per questo Il mondo in una città non è un finale, ma un passaggio: tiene insieme ciò che si è concluso e ciò che sta per cominciare.
Trieste – città di confine, porto franco, luogo barzakh tra lingue, imperi, vivi e morti – diventa qui il luogo concreto dove assumere nuova postura, e passare dal lavoro sul trauma come discesa interiore, al viaggio nel mondo, come attraversamento delle alterità.
Da questa soglia prende avvio la prossima serie, dedicata ai Diari (de)coloniali di viaggio: racconti di ricerca, movimenti, incontri, e scontri.
Se Amaro con gli spettri è stato un gesto di sopravvivenza, questo episodio simboleggia non una guarigione definitiva, ma una direzione ritrovata.
Non la fine del viaggio, ma il momento in cui si riparte, si riprende ad attraversare il mondo con un nuovo sguardo.
Episodio precedente: –> Episodio XXI: Sputiamo su Carl Schmitt
L’autorizzazione per la missione di ricerca a Trieste mi arriva diciassette minuti prima della scadenza.
Neanche il tempo di bestemmiare l’inefficienza della burocrazia accademica in tutte le lingue dell’Impero austro-ungarico: chiudo il computer, lo infilo nello zaino insieme a un quaderno, una sciarpa e quattro stracci di ricambio, e corro a prendere un bus.
Il viaggio è lungo, come sempre quando si corre senza sapere se si è davvero autorizzati a farlo.
Il finestrino diventa uno specchio che riflette il mio volto e quello di mezza pianura padana, grigia, sconfinata. Nel dormiveglia sento solo la voce del motore e l’eco dei miei stessi pensieri:
“Chi ti autorizza a vivere come vuoi tu, Margherita?”
Il bus accumula talmente tante ore di ritardo che arrivo a Trieste nel cuore della notte.
La città dorme, ma il vento no. Salgo verso San Giusto con la bava della bora che mi lecca il collo e il respiro corto dalle troppe scale — come se già Trieste volesse verificare se ho il diritto d’entrare.
Apro la porta del mio B&B, al quinto piano un ex appartamento d’altri secoli (senza ascensore, ça va sans dire), e mi addormento di schianto.
Il mattino dopo provo a rintracciare le sangoma sudafricane per cui ero venuta. Nessuna risposta. Probabilmente sono già in Slovenia, e capisco che l’esitazione burocratica è stata fatale.
La città mi restituisce solo cielo grigio e una pioggia fine, cha avvolge tutto in un silenzio di stazione abbandonata. Cammino senza scopo, perdendomi tra piazze sbilenche, palazzi asburgici dalle tende chiuse, e il mare che brontola basso come un vecchio sotto morfina.
Quando la pioggia aumenta, trovo riparo nel Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa — un luogo che pare perfetto per attendere un messaggio che non arriva.
Le sale odorano di carta, metallo e malinconia di lettere mai spedite. Mi muovo in silenzio, finché nella penombra qualcosa mi attira: un cartello legge Mostra temporanea — Vlad Țepeș, il Voivoda sanguinario.
Entro.
Mi sbraccio per attirare l’attenzione della guida, un uomo anziano con un bastone e due occhi grigi come il cielo che guardano verso il muro, ma – finalmente mi accorgo – non vedono nulla.
Rimango un attimo basita, pensando chi diavolo ha messo un cieco a guardia una mostra di materiali visivi?
Poi lui alza il volto verso di me, come se avesse letto la domanda nei miei pensieri.
— «Vuole che le mostri ciò che non si vede?»
Resto immobile, e bofonchio qualcosa di incerto.
Lui sorride appena — o forse è un riflesso del neon — e aggiunge:
— «Allora sieda, dottoressa. Ma deve promettermi una cosa.»
— «Cosa?»
— «Di non confondere mai più la storia con la cronaca. La prima è fatta di sangue. La seconda, di verbali.»
Appoggia le mani sul bastone e si china un poco in avanti, come un sacerdote cieco che officia una messa segreta.
— «Vuole che le racconti la vera storia sanguinaria di Trieste? Non quella dei vampiri dei Carpazi, non c’è bisogno di andare così lontano. Quella dei nostri: gli imperatori, gli irredentisti, i patrioti, gli amministratori, i funzionari che succhiavano la vita dalle carte timbrate – interessa?»
Ovviamente dico sì.
E in quell’istante, la sala si riempie di un vento sottile che odora di ferro e sale. Le teche tremano.
Sulle pareti, le mappe dell’Impero sembrano muoversi.
Il cieco ride piano, come se mi avesse appena aperto la porta del barzakh — il luogo di mezzo tra l’Aldiquà e l’Aldilà, dove vivi e morti si scambiano indirizzi postali.
Il vecchio piega la testa di lato, come per scrutare fra i suoi ricordi.
«Prima di tutto,» dice, «Trieste non nacque per volontà d’uomo, ma per capriccio del mare. Una fortezza nata a proteggere un porto naturale: una simbiosi così profonda che non è dato sapere se è la città che prende il nome dal porto, o il porto dalla città.
Tregeste romana fu grande – lo dimostra il suo teatro – ma nel Medioevo si era ridotta a un villaggio di pescatori e mercanti di sale, stretto tra le rocce e la bora, troppo povero per competere con la Venezia e troppo testardo per arrendersi.
Così giurò fedeltà agli Asburgo — mica per amore, ma per libertà. Perché è meglio servire un imperatore lontano che un doge vicino.»
Sorride, e il suo volto s’illumina come un porto all’alba.
«E allora cominciò la lunga età dell’oro. Quando l’Imperatrice Maria Teresa la rese porto franco dell’Impero, Trieste scoprì che la prosperità nasce dal mescolare, non dal dividere. Sloveni, greci, armeni, ebrei, turchi, inglesi, musulmani, protestanti… tutti con le loro lingue, i loro santi e i loro debiti, ma senza confini.
Qui si pregava in sei idiomi e si bestemmiava in sette. Era la vera capitale della modernità, la città più meridionale dell’Europa centrale: un bazar ordinato, una Babilonia adusa alle fatture in triplice copia.»
Poi il tono della sua voce si incupisce.
«Ma ogni porto è un confine, e ogni confine prima o poi sanguina. Nel 1914 arrivò a Trieste la salma dell’arciduca Francesco Ferdinando, assassinato a Sarajevo.
Dicono che i cavalli che tiravano il carro funebre scalpitassero come se avessero sentito l’odore della Storia. Da qui partirono i primi plotoni per la guerra— e fu quindi da qui cominciò la fine del mondo asburgico.»
Fa un gesto largo, come a indicare un orizzonte che solo lui vede.
«Dopo la Grande Guerra, la città perse la sua anima plurale. Ogni lingua divenne sospetta, ogni accento un delitto. Il Regno d’Italia diceva di aver vinto, ma Trieste aveva perso se stessa.
Arrivarono i vent’anni di fascismo, con le parate, le promesse, le bandiere nuove su muri antichi. Il Duce scelse proprio Trieste – forse per semplice crudeltà – per annunciare l’imposizione delle leggi razziali, in quel cupo 19 settembre del non troppo lontano 1938.
E poi, peggio ancora, arrivò la Gestapo, con il suo comandante, Odilo Globočnik — un nome che pare un martello che picchia sul cuore. Fu lui a trasformare la Risiera di San Sabba in un campo di sterminio, l’unico in Italia. Il forno fumava anche quando pioveva. E qui, la pioggia non manca mai.»
Si ferma un istante e tira un lungo respiro, come se la memoria stessa gli facesse male ai polmoni.
«Dopo i nazisti vennero i titini, e con loro quaranta giorni di vendette e persone scomparse.
Non c’era bisogno di essere fascista, per finire nelle foibe: bastava una delazione di troppo, un errore su un registro. Insieme ai titini c’erano i neozelandesi — sì, proprio loro, venuti dall’altra parte del mondo — per dare una mano a separare i vivi dai morti, o almeno per provarci.
Alla fine del Secondo Macello Mondiale Trieste divenne territorio libero, ma libero da chi? Da se stessa. Un esperimento di autonomia che fallì nel momento in cui il mondo si divise in Est e Ovest. E la città, di nuovo, si ritrovò a guardare da una finestra senza vetri, sul mare e sul muro.»
Il vecchio tace un momento. Fuori, la pioggia batte sui vetri del museo come dita in cerca di un alfabeto morse. Poi aggiunge, più piano:
«Trieste ha avuto troppi padroni e nessun colpevole. Ma le città di confine non muoiono: evaporano, come spiriti del sale. Oggi siamo una città vecchia, sì, ma anche un fantasma gentile che insegna ai vivi cosa significa resistere sempre, resistere con grazia.»
Si volta nella mia direzione, e anche se non può vedermi, mi sento osservata fin nel profondo.
«Lei, dottoressa, è venuta qui per cercare delle sangoma, mi pare di capire? Allora le dico questo: Trieste è la più grande sciamana d’Europa. Ha conosciuto tutti gli dei, ha perso tutte le guerre, e continua a guarire parlando con i morti. Vuole sapere il suo segreto?»
Annuisco, ma non rispondo. Lui sorride.
«È una città barzakh — un luogo di mezzo. Né Oriente né Occidente, né viva né morta, né pura né contaminata. Qui tutto si tocca senza fondersi, tutto si mescola senza confondersi. Come in noi: tra il corpo e l’anima, tra la legge e la libertà, tra la memoria e il futuro. Perciò, chi capisce Trieste capisce se stesso.»
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Il vecchio resta in silenzio per un lungo momento. La pioggia si è fatta più sottile, quasi un respiro.
Poi, senza muovere la testa, dice:
«Sa cosa mi ha sempre affascinato di Trieste? Non è una città che decide chi sei. Ti costringe a deciderti da solo.»
Cammina piano verso la porta, toccando il pavimento con il bastone come se stesse leggendo in Braille la memoria della pietra. Io lo seguo, e fuori l’aria sa di ferro e di mare. La città, avvolta nella nebbia, sembra costruita di chiaroveggenze più che di muri.
«Sa, dottoressa,» continua, fermo sulla soglia «io sono uno che ha passato la vita a oltrepassare confini. Li ho attraversati tutti: di lingua, di fede, di carne. E ogni volta credevo di aver trovato casa, ma era solo un’altra soglia.»
Lo guardo meglio.
C’è qualcosa nel modo in cui pronuncia le “r” — un’eco d’inglese imperfetto, come sabbia tra i denti. Sotto la sciarpa scura intravedo una cravatta antica, con disegni arabi scoloriti.
«A Damasco mi chiamavano al-Burtun» dice improvvisamente, «l’uomo che sognava in due lingue e bestemmiava in tre. In India, invece, Hazrat Abdullah, perché avevo il vizio di credere che Dio non parli solo arabo.
A Medina mi avrebbero tagliato la testa, se mi avessero riconosciuto. A Londra mi hanno tolto il posto, perché non sapevano che farsene di un inglese che pregava verso sud-est.
Così sono venuto qui.»
Mi fermo e sgrano gli occhi.
Sorride. Un sorriso largo, beffardo, inconfondibile.
«In persona, o almeno in ombra. Dopo aver tradotto tutti i libri proibiti, dove voleva che finissi? In paradiso?
No, ovviamente: alle poste. Trieste è il paradiso dei traduttori: nessuno parla la stessa lingua, ma tutti si capiscono abbastanza per commerciare. E dire che, quando mi hanno spedito qui da Damasco, l’ho vissuta come una punizione.»
La bora ci colpisce in pieno, come una risata marina. Lui si sistema il cappotto, appoggiandosi al bastone come a un compagno d’armi.
«Vede, dottoressa, svolgere il ruolo di barzakh significa questo: essere un luogo dove i mondi si sfiorano senza fondersi. E questo non è un compromesso, è una tregua. Gli imperi, le lingue, i credi: qui tutto è confine e tutto è passaggio. Persino la morte. Guardi la mia: non è stata una fine, ma una frontiera di servizio.»
Scendiamo insieme verso il mare, mentre le strade brillano di pioggia come vene d’argento. Ogni lampione proietta due ombre: la mia e la sua. Sul Molo Audace, il vento fischia come un muezzin stonato. Il mare, sotto, è piombo vivo.
Burton si ferma, alza la testa verso lo spazio aperto che chiamiamo cielo.
«Sai, Margherita, i confini non sono malvagi. Servono a ricordarti che stai entrando in un’altra lingua. Ma chi li scambia per muri, si condanna a parlare solo con se stesso.»
Mi tende la mano, fredda come pietra di tomba.
«È questo che volevi capire, vero? Che il mondo finisce solo quando smetti di attraversarlo.»
La nebbia si infittisce. Un riflesso d’oro lo avvolge, poi si dissolve come una pagina che si chiude.
Rimane solo la voce, fluttuante, piena di mare:
«Io, amica mia, non sono mai stato un santo né un eroe. Solo un interprete del caos. Ma se ti capita di dover scegliere tra il confine e il comando, scegli sempre il confine. Lì, almeno, il mondo parla ancora tutte le sue lingue.»
E quando la nebbia si apre, resta solo il suo bastone, abbandonato sul parapetto. Sotto, il mare di Trieste — vasto, scuro, ambiguo.
Il vento si placa d’un tratto, come se anche la bora avesse finito di parlare.
Cammino per un po’ senza meta, con l’impressione che la città abbia trattenuto il fiato insieme a me. Ogni pietra pare custodire una parola che non osa pronunciare.
E proprio quando penso che il giorno sia finito — che il vecchio Burton, la nebbia e la mia stessa stanchezza siano bastati come oracolo — noto una locandina mezza strappata sul muro di un vecchio palazzo:
“Notte di Halloween all’Osservatorio Astronomico – Visita guidata.”
Mi viene da sorridere: dopo aver visitato il reparto psichiatrico della Luna, cosa sarà mai una conversazione con degli astrofisici travestiti?
Così mi incammino di nuovo in salita, verso il colle di San Giusto. La pioggia è finalmente cessata, e Trieste, nella luce elettrica della sera, sembra una carta geografica che tenta di ricordare il proprio disegno.
All’ingresso dell’osservatorio ci accoglie un gruppo di volontari in mantelli argentati e cappelli da stregone; distinguo un’Imperatrice Maria Teresa in mantello di velluto, e Margherita Hack che se la ride in un angolo, mentre il suo nome viene ricordato più volte dai suoi allievi ed eredi.
L’aria dentro l’osservatorio è densa di umidità e incenso elettronico. Saliamo una scala a chiocciola che odora di ferro e polvere di secoli, fino alla cupola.
Lì ci aspetta il selenografo Johann Krieger in persona, o almeno una sua copia riuscita benissimo: barba ordinata, abito marrone, in tasca un piccolo taccuino rilegato in pelle e nel viso lo sguardo di chi ha trascorso la vita a fissare l’oscurità in cerca di luce.
Quando lo vede, un bambino spalanca la bocca e chiede alla madre se sia “tutto vero” – al che lei risponde, serissima: «Ssshhh… e chi lo sa, tu ascoltalo».
La guida — o l’ombra — comincia a parlare con voce ferma e sognante insieme, raccontando di come sia stato lui a costruire la prima specola di Trieste:
«Io sono Johann Nepomuk Krieger, selenografo. Disegnavo la Luna quando ancora non si potevano fare fotografie nitide. Passavo le notti al telescopio, proprio in questo luogo, cercando di capire se i suoi crateri fossero cicatrici o alfabeti.»
Ci mostra, sparpagliate sulla parete, alcune delle sue mappe: linee argentate che emergono dal buio come vene di un corpo lunare. Nel farlo, ci dice che ogni osservatorio è un confessionale, e ogni astronomo un visionario.
«Guardare la Luna,» continua, «significa ammettere che non sapremo mai se la luce che ci restituisce è ancora viva o già morta. È come amare qualcuno attraverso una lettera che viaggia troppo a lungo. Quando arriva, non sai se parla di un passato già trascorso o di un futuro che ancora deve arrivare.»
Il bambino di prima alza la mano e insiste: «Ma lei è vero o finto?»
Krieger lo guarda — o forse fa finta di farlo — e sorride.
«Sono vero quanto la Luna. Come lei, rifletto la luce degli altri.»
Qualcuno ride piano, qualcun altro si commuove. Fuori, il cielo si apre a un frammento d’argento, e per un istante la Luna spunta tra le nuvole come un occhio che non giudica, ma ricorda.
Krieger posa una mano sul telescopio, e conclude:
«Trieste è una città che guarda due infiniti: il mare e il cielo. Io ho scelto il secondo, ma in fondo sono la stessa cosa. Entrambi cambiano forma e nessuno dei due appartiene a chi li osserva.»
Il bambino applaude per primo, poi tutti lo seguono. Io rimango un attimo indietro, a guardare il riflesso della Luna che vibra sulla lente del telescopio, e penso a Burton, al barzakh, e a tutti i confini che ho attraversato per arrivare qui.
E capisco che il mondo reale — quello dove si mescolano vivi e morti, visibile e immaginato — forse è proprio questo: un porto che parla due lingue, una città sospesa fra mare e luna, un luogo dove il viaggio non finisce, semplicemente cambia direzione.
Tre giorni dopo, Trieste mi accompagna alla stazione come una vecchia amante che non sa nascondere il dispiacere.
Il cielo è di un azzurro così perfetto che pare scelto apposta per non lasciare andare nessuno.
Cammino piano sul marciapiede, trascinando il trolley come una penitenza dolce.
La città, intorno, respira l’aria tersa del mattino: le cupole, le insegne in tre lingue, il mare che si intravede tra le case e sembra chiamarti per nome.
Sento che mi mancherà.
Mi mancherà la sua malinconia composta, il coraggio di stare ai confini, la voce triplice e plurale, che non chiede di essere capita ma solo ascoltata. Tra le decane degli Imperi ormai morti, Trieste è la città più viva che abbia mai visto, e la più mortale tra le vive.
E forse è per questo che non si può non amarla.
Quando il treno si mette in moto, appoggio la fronte al vetro. La bora sbatte contro i finestrini come per protestare, come per dirmi:
«Nessuno lascia davvero un porto franco, bambina mia. Ti restiamo addosso come il sale.»
Il paesaggio scorre: il mare arretra, le colline diventano pianura. E proprio mentre penso che questo addio mi sta pesando davvero, lo schermo del telefono si illumina della notifica di una mail.
Mittente: K.
Oggetto: MSCA — aggiornamento urgente.
Lo apro. “Il progetto può prendere avvio, a condizione che venga individuato un nuovo supervisor sudafricano affidabile. Ti invitiamo a procedere senza indugio.”
Sorrido.
Fuori dal finestrino, una lama di sole taglia le nuvole sopra il Carso. È il messaggio che aspettavo.
Rido fra me, come se qualcuno — forse il vecchio Burton, forse la città stessa — mi avesse appena strizzato l’occhio. Richiudo il computer, stringo il taccuino sulle ginocchia, e mormoro:
«Alla buon’ora, Mondo: si riparte.»